Quello che mi incuriosisce è il perchè in mezzo ai tanti problemi, sia specifici del mondo del calcio, sia più in generale della società in cui viviamo, il razzismo sia diventato il cavallo di battaglia della Fifa, dell'Uefa e di tutte le federazioni nazionali, Figc compresa. Sia chiaro, non voglio sminuire la questione della discriminazioni razziali (ma si potrebbe allargare il discorso a quelle religiose o sessuali, per esempio) specialmente in un Paese come il nostro che negli ultimi decenni sta scoprendo la multietnicità e naturalmente ha bisogno di tempo per metabolizzarla al meglio, ma mi pare che sul razzismo sia partita una crociata in grande stile persino sovradimensionata rispetto alla reale portata del problema. Vorrei evitare di infilarmi in un ginepraio ideologico da cui difficilmente se ne uscirebbe senza l'ipocrita ricorso al cosiddetto "politically correct", ma mi permetto un paio di considerazioni di buon senso.
Il calcio storicamente è uno degli spettacoli più popolari che esistano e le sue audience sono spesso lo specchio della "pancia" di un Paese: ad esempio negli anni Settanta in un clima di tensione politica, capitava che le curve fossero più ideologizzate e rispecchiassero il fazioso clima politico dell'epoca. Oggi stiamo vivendo un grande cambiamento nell'approccio di chi va allo stadio: tessera del tifoso e strapotere delle tv, tutto spinge verso un tentativo di disinnescare quella carica di passione che una partita dal vivo genera e produce. Sono spariti gli striscioni o meglio vengono censurati se ritenuti offensivi, fioccano le ammende se si contesta l'operato arbitrale con fischi o cori ed ora si inaspriscono a dismisura le pene per contenere episodi di razzismo. Giusto? Sulla carta sì, ci mancherebbe, ma cosa ne sarà del tifo negli stadi italiani? Ci ridurremo a fare come i giapponesi che si vedevano negli anni '80 sugli spalti della Coppa Intercontinentale inebetitamente attaccati alle loro trombette? Che una cultura sportiva debba esserci e che in Italia il suo livello non sia ancora sufficiente è indiscutibile. Ma che io non possa andare allo stadio e fischiare un avversario che mi sta antipatico mi sembra francamente eccessivo. Perchè a volte quello che viene chiamato "razzismo" in realtà è semplicemente acredine verso quel determinato giocatore: perchè Ogbonna ovunque vada a giocare non becca mai un "buu" mentre Balotelli sì? Non sarà per caso che Balotelli non sta simpatico a molti e con i suoi atteggiamenti non fa nulla per esserlo? E perchè se lo twitta Bolt a mezzo mondo va tutto bene, se lo dice fischiando un tifoso dagli spalti invece no? E cosa dovrebbe dire Ibrahimovic a cui davano dello zingaro o Cassano a cui davano dell'ignorante, se non di peggio? E sono discriminanti anche i buu che si è beccato Balzaretti in Toro-Roma per essere un gobbo o i cori che si prendeva Attilio Lombardo per la sua calvizie? Al prossimo rigore che calcerà Balotelli i fischi che pioveranno su di lui saranno di natura razzista oppure no? Non saranno forse gli stessi che si prenderà Milito se fosse lui a batterlo?
Domande a cui ognuno di noi è libero di dare una risposta diversa, ma che al netto dell'ipocrisia e del falso perbenismo, hanno tutte le stessa risposta. C'è una regola non scritta che guida il mondo dell'informazione: focalizzare l'attenzione dell'opinione pubblica su di una cosa per distoglierla da altro sul quale non si vogliono accendere i riflettori. Nell'anno dei mondiali del Brasile e delle inevitabili polemiche sul fiume di denaro che questo evento smuove (vedi costruzione stadi), sarà casuale che proprio quell' irreprensibile di Sepp Blatter si sia erto a paladino nella lotta al razzismo?
Ai posteri l'ardua sentenza.
Alessandro Costantino
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