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Se Genova è la nostra attuale Bilbao…
Cadeva proprio in questi giorni l'anniversario dell'impresa di Bilbao, espugnata con un emozionante 3-2, prima e unica squadra italiana a farcela, a violare il mitico San Mamés. Una serata magica e, purtroppo, stando ai fatti di questi successivi undici anni, irripetibile. Quella partita è entrata nell'immaginario di ogni tifoso granata e rappresenta una delle poche perle nella storia granata dell'ultimo quarto di secolo. Siccome inizia ad essere un evento lontano nel tempo, è oggi più facile inquadrarlo, storicamente parlando. Sposo la tesi di chi sostiene che fu un potenziale inizio di qualcosa che non si realizzò mai: poteva essere la "normalità" nel senso che un'assidua partecipazione alle coppe europee avrebbe statisticamente permesso di avere altre "notti magiche" da ricordare ed invece l'unico altro nostro "inciampo" nell'Europa si materializzò con la pessima figura, per il caso Nkoulou, ma non solo, nel doppio confronto con un lanciatissimo Wolverhampton. E proprio pensando ai Wolves risulta incredibile come ciclicamente ogni squadra viva il suo "momento d'oro", quelle due o tre annate, a volte anche una sola, in cui si raggiungono risultati impensabili che fanno godere i tifosi e costruiscono memorie e racconti gloriosi da tramandare alle generazioni future. Al Torino FC, no. Questo non accade e non è mai accaduto negli ultimi 20 anni (21 stagioni con questa in corso). Il perché è arcinoto: se l'apice della presidenza Cairo è una notte di gloria in un sedicesimo di coppa europea (un sedicesimo...), non c'è molto altro da aggiungere per capire a che punto stanno le ambizioni sportive di chi gestisce la baracca.
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Gli eroi del San Mamés potevano essere integrati da altri calciatori altrettanto validi nelle stagioni successive per ottenere risultati ancora migliori ed invece si optò per incassare subito, per passare alla cassa con alcune facili plusvalenze non sostituite da investimenti sufficientemente adeguati. Lo stesso accadde all'epoca di Mazzarri quando, appunto, si scelse di non rinforzare la squadra in tempo per il playoff di Europa League e di conseguenza farsi travolgere dai rampanti inglesi che da lì iniziarono un triennio di grandi soddisfazioni per i propri standard. La storia è maestra di vita, dicevano i latini, e ci ha insegnato nell'era Cairo che a tirare la corda, questa, prima o poi, si spezza o rischia di farlo. Quella squadra di Mazzarri rischiò di retrocedere (salvata dallo stop imposto dal COVID quando stava sprofondando inesorabilmente a picco) e l'anno dopo l'agonia sportiva fu similare. Le scommesse non sempre pagano, specie se sono fatte senza la dovuta perizia e capacità professionale. Anche oggi lo vediamo: le scelte fatte per il post Juric (prima Vanoli, allontanato per le dichiarazioni senza dargli modo di continuare il lavoro che aveva incominciato e ora Baroni, fallimentare sotto ogni aspetto) hanno riportato la squadra sul filo della zona rossa con il rischio concreto di restare invischiati nella lotta per non retrocedere, certificando l'ennesimo fallimento sportivo frutto di strategie incomprensibili e mercati senza capo né coda alla mera ricerca dell'affare fine a se stesso senza un reale progetto sportivo alle spalle.
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Ci ritroviamo, quindi, alla vigilia di una trasferta a Genova con l'amara consapevolezza che questa sia la partita più importante degli ultimi cinque o sei anni. Vincere con i rossoblù di De Rossi rappresenterebbe una vera e propria impresa che ci toglierebbe dalle sabbie mobili in cui siamo già dentro con metà del corpo. Sembra incredibile pensare che vincere col Genoa possa rappresentare un evento epocale, ma le condizioni in cui ci ha portato questa gestione societaria fa sì che, fatte le proporzioni, Genova sia potenzialmente la nostra attuale Bilbao. Vincere non è scontato ed è per certi versi imbarazzante e preoccupante che farlo sia così vitale ed importante. Eppure a questo siamo arrivati. Non voglio pensare ad altro che non sia un risultato positivo, ma l'essere anche solo così in bilico dovrebbe far riflettere chi di dovere: dopo l'epica avventura in terra basca si poteva essere habitué dell'Europa, si poteva costruire parecchio, anche con risorse limitate come le nostre, eppure non è stato fatto. E non è il classico "vorrei, ma non posso": è semplicemente "non voglio" e fa ancora più male.
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