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Toro e la Coppa Italia: una fiammella da tenere accesa
"Mai na gioia". È uno degli striscioni più simpatici ed autoironici che si sia mai visto in uno stadio. E soprattutto è molto adatto a descrivere gli ultimi 30 anni della storia del Torino. Qualche gioia in realtà per fortuna c'è anche stata, ma è stata come una pagliuzza dorata nel setaccio di un cercatore d'oro al bordo di fiume: Torino-Mantova, la promozione del 2012, il derby del 2015 e Bilbao. Ci aggiungo il 2-1 al Genoa nel recupero griffato Immobile-Cerci, e poi? Tante delusioni, esatto, però martedì scorso una nuova "gioia" è entrata di diritto nella scarna galleria sopra descritta: la vittoria a Roma, con la Roma, negli ottavi di finale di Coppa Italia. Una partita ben giocata, con l'atteggiamento giusto e i colpi giusti al momento giusto: la doppietta di Adams e il gol al 90' di Ilkhan. Nel mezzo la classica "buccia di banana" tipicamente "da Toro", cioè prendere il gol del 2-2 da un esordiente che non ha ancora compiuto 17 anni. Bene che alla fine gli dei del calcio si siano distratti per una volta e ci abbiano, stranamente, permesso di godere. Càpita anche questo ogni tanto, per fortuna! Ora non è che dopo questa vittoria di colpo si sia in finale di qualcosa, anzi: si è raggiunto il traguardo dei quarti di finale che, da quando Cairo è presidente e la formula della Coppa Italia è diventata la cosa più antisportiva che esista, sono stati il capolinea massimo raggiunto in questa competizione. In più sfidare l'Inter non è il viatico migliore per cullare ulteriori sogni di gloria. Però, se la ragione dice che andare avanti in Coppa è impresa fuori dalla portata della squadra di Baroni, il cuore dice che è proprio in questa situazioni che alcune "favole" sportive prendono incredibilmente corpo.
Il caso, ad esempio, vuole che Inter-Torino si giochi non a San Siro, ma sul campo "neutro" di Monza vista la concomitanza delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina che "occupano" la scala del calcio proprio in quel periodo (prima settimana di febbraio). Un piccolo "aiuto" dal destino che unito al fatto che l'Inter presumibilmente farà corposo turnover e non avrà la Coppa Italia come obbiettivo primario della stagione, può far sì che in gara secca tutto sia possibile. Al turno successivo ci sarebbe un altro scoglio quasi insormontabile come il (probabile) Napoli, ma stavolta la sfida sarebbe su gara di andata e ritorno, potenzialmente più paritaria che la gara secca in trasferta. Nessuno sano di mente scommetterebbe un euro sul prosieguo del Torino nel tabellone di Coppa Italia, ma, e lo dico senza alcun motivo logico per dirlo, a mio parere una piccola fiammella si è accesa a Roma. Nella testa di ognuno di noi, in un suo angolino remoto molto nascosto, senza che nessuno di noi lo voglia minimamente ammettere, si è insinuato qualcosa a cui non siamo più abituati da troppo tempo: il sogno. Premesso che è importante salvarsi in campionato e che questa cosa non debba essere data per scontata visti i moniti che arrivano dalle situazioni di Verona e, soprattutto, Fiorentina, io credo che la società e la squadra abbia il dovere di credere in quel 0,5%, o forse meno, di possibilità di andare avanti in Coppa Italia.
Questa piazza ha bisogno disperatamente di tornare a sognare, di tornare a sentirsi viva. Non dico di tornare a vincere, ma almeno di tornare ad essere consapevole che potrebbe farlo, che esiste concretamente o idealmente la possibilità di farlo. Tutte le persone nate dal 1990 in avanti che tifano Toro non hanno mai avuto la possibilità di provare questa sensazione: c'è il dovere morale da parte di chi indossa la maglia granata di provare a tenere accesa questa flebile e fioca fiammella che si è accesa col gol di Ilkhan all'Olimpico romano. A Bologna hanno aspettato cinquant'anni per tornare a vincere qualcosa ed hanno anche sentito con le proprie orecchie la musichetta della Champions al Dall'Ara. A Bergamo sono di casa in Europa, quella top, e una coppa l'hanno anche messa in bacheca. C'è disperato bisogno da parte nostra di sentirci ancora parte del calcio "che conta". Di essere gli underdog che hanno a volte la chance di far saltare il banco. Di essere quelli che sanno "suonarle ai bulli" qualche volta e non solo prenderle. Poi certo ci sarebbe bisogno di un presidente con un cuore e con ambizione, di una società strutturata e competente e di calciatori con la maglia cucita sulla pelle. Ma siccome aspetto queste cose da vent'anni, per questa volta mi accontento di vedere un Toro in modalità Leicester: sono come un tisico che avrebbe bisogno di un soggiorno prolungato in alta montagna per respirare "aria buona" e si limita ad un paio di bloccate di ossigeno da una bombola. Non mi faranno guarire, ma spero che mi tengano disperatamente in vita...
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