Il problema è che definire Cairo un tycoon e' come definire Berlusconi uno statista: non è credibile. Si, il nostro presidente e' il principale attore sulla scena editoriale italiana (messa maluccio, per la cronaca...), ma non ha il physique du rôle per fare il magnate. Non ha quell'atteggiamento piglia tutto un po' sbruffone alla Trump del "quanto costa la baracca?" con l'assegnino a più zeri già pronto in mano, ne' ha la spacconeria del suo vecchio capo che apostrofava gli avversari politici con la retorica domanda "ma lei quante coppe dei campioni ha vinto?". E per assurgere al rango di "buon miliardario" non basta una famiglia numerosissima, quattro figli, un paio di divorzi alle spalle e il cliché dell'uomo dedito al lavoro con una fame costante di nuove avventure imprenditoriali. Il problema è che Cairo è un rigattiere della finanza, uno che in un mondo dorato non butta via niente e prova a recuperare tutto: intendiamoci, una grandissima qualità che ha fatto la sua fortuna, ma che mal si sposa, ad esempio, col mondo del calcio dove l'apparenza conta quasi più della sostanza. E così i suoi punti di riferimento come presidenti di società calcistiche sono i Pozzo o i Campedelli, gente che fa dei capolavori sportivi con quattro spicci, piuttosto che i Bernabeu o i Novo che la storia del calcio l'hanno scritta, ma ci hanno messo del proprio in quanto a capitali.
C'è però ancora una speranza. Quest'estate qualcosa di epocale e' successo, un evento che potrebbe essere prodromo ad una metamorfosi lenta ma inesorabile verso la gloria: il tetto ingaggi del Toro è di fatto saltato. Un piccolo passo per l'umanità, ma un grande passo per il nostro presidente, sempre più vicino a conquistare la stella degli scudetti del bilancio che quella degli scudetti sul campo.
Urbano, mi permetto di chiamarlo così perché dopo undici anni e' ormai uno di casa, lo abbiamo visto crescere: da piccolo editore e raccoglitore di pubblicità semisconosciuto al grande pubblico a magnate dell'editoria in poco più di due lustri. La sua ascesa e' stata costante, quella della squadra un po' più altalenante. Negli ultimi anni si è risalita la china, ma più passa il tempo e più si acuisce la forbice tra i successi del suo presidente e i risultati dei suoi giocatori. I più maligni dicono che il piano era proprio questo: usare il Torino, anzi il calcio, come volano mediatico per dare lustro all'imprenditore. Ma se ti compri la Ferrari per sembrare più socialmente appetibile, appena lo diventerai sul serio non potrai permetterti di lasciare un tale popò di auto con le gomme sgonfie, il serbatoio vuoto e la carrozzeria graffiata: ne va comunque della tua immagine. Metti poi che ad un ricevimento dell'alta società salta su qualcuno che ti chiede quante coppe dei campioni hai vinto, sai che figura se non puoi mettere sul piatto nemmeno una coppetta Italia? Alla fine credo che Cairo sia solo come il brutto anatroccolo che diventerà cigno: e' un Tycoon destinato a grandi successi sportivi, ma non sa ancora di esserlo. Qualcuno lo avvisi prima che sparisca anche la generazione di quelli che hanno visto lo scudetto del '76...
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