Parecchi anni fa, il giornalista Rino Tommasi, voce autorevole - quam qui maxime - nel campo della boxe e del tennis, in qualità di conduttore televisivo chiese al collega Gian Paolo Ormezzano: “Gian Paolo, cosa significa essere tifoso del Torino?”. Il giornalista torinese fece una brevissima pausa, probabilmente per dare maggiore enfasi alla sua risposta, quindi disse: ”Significa essere”. Continuiamo a pensarla come lui, testimone di tutte le partite casalinghe disputate dal Grande Torino.

la leggenda e i campioni
Essere del Toro
LEGGI ANCHE: Lettera alla Signora Susanna Egri
Però, al termine di una stagione come questa, che più di altre ha racchiuso da agosto a maggio tutte le amarezze patite nell’ultimo decennio, sentiamo l’urgenza di porci e, soprattutto, di porre delle domande. Siamo passati da domeniche di grigiore ad alcune di autentiche umiliazioni. Abbiamo esordito a San Siro affrontando l’Inter e uscendone letteralmente massacrati 5-0, abbiamo subito un totale aggregato di 11-0 ad opera del Como. Ad opera del Como, si badi bene, non del Real Madrid, che in una indimenticabile sera del 1992 battemmo 2-0. Mai, in una lunga storia che ha attraversato momenti di autentica sofferenza, ci siamo trovati di fronte a così reiterate vergogne sportive.
“Il Torino rappresenta una meravigliosa anomalia del calcio italiano, perché è un’identità”, ha detto Matteo Marani. Continuiamo a pensarlo, a sventolare i nostri vessilli rubrastri. Tuttavia, ci chiediamo, oggi, quale sia il disegno. Perché di strategia dovremmo parlare. Assistiamo invece ad un canovaccio ripetitivo caratterizzato dalla cessione dei due migliori elementi della squadra ogni anno, addirittura a campionato iniziato, sostituiti da giocatori in arrivo non all’altezza dei predecessori. Sliding doors, come si suol dire. Chi viene, chi va. In definitiva, l’ignorare che una squadra che duri e assuma valore nel tempo si basa su uno zoccolo duro in grado di portare leadership e di costruire spirito d’appartenenza, mantenendolo nel tempo. “Ex igne fax ardet nova” era scritto al Filadelfia. Frase cara, spesso citata da Enzo Bearzot. Forse nessuno, in proposito, si è mai soffermato a sfogliare un dizionario latino-italiano. O a pensare cosa significherebbe il Museo all’interno delle nostre strutture, luogo di cultura sportiva, di pellegrinaggio e d’iniziazione ad una Storia irripetibile.
LEGGI ANCHE: "A Giovanni Simeone"
Non conosciamo il disegno. Non sappiamo cosa ci attende. Ci piacerebbe essere non dico un club di primo piano - in cuor nostro sappiamo di esserlo, comunque - vorremmo rafforzare e riaffermare la nostra identità come lo fa ad esempio l’Athletic Bilbao, società basca dalla fortissima identità che ci è cara e a cui ci lega la memoria di un ultimo, ormai datato, grande successo internazionale. Non ci spaventa una retrocessione. Ci addolora l’anonimato, essere dipinti da taluni “una squadretta”, disputare partite in uno stadio vuoto. Ci addolora vedere spesso abbandonato e dimenticato il “Tremendismo” di cui i “nostri” negli Anni ‘60 e ‘70 furono meravigliosi interpreti, fino a commuoverne Giovanni Arpino che coniò quel termine per descrivere il Torino di quegli anni. L’8 marzo, al termine di Milan-Inter con i rossoneri in vantaggio, Pierluigi Pardo disse: “Ci vorrebbe un quarto d’ora di recupero, come quel Quarto d’Ora del Grande Torino, una Squadra che appartiene alla Storia del Calcio”.
Chapeau.
LEGGI ANCHE: "A l'era velóc eh Poletti..."
Il nostro cuore granata continua a battere. Ma lo fa con una sofferenza che nel lontano settembre 2005, carichi di speranza con rinnovato entusiasmo, mai avremmo immaginato. A molti Vecchi Cuori Granata non interessa il nome del presidente in carica. Interessa invece cosa è in grado di determinare, in base ad una strategia e ad una visione di lungo periodo, per il Torino e quindi, in definitiva, per Noi. Senza paragoni con l’operato di Ferruccio Novo e di Orfeo Pianelli, che suonano assolutamente fuori luogo.
Gianni Ponta, chimico, ha lavorato in una multinazionale, vissuto molti anni all’estero. Tuttavia, non ha mai mancato di seguire il “suo” Torino, squadra del cuore, fondativa del calcio italiano. Tra l’altro, ha scoperto che Ezio Loik, mezzala del Grande Torino, aveva avviato un’attività proprio nell’ambito dell’azienda in cui Gianni molti anni dopo sarebbe stato assunto.
Disclaimer: gli opinionisti ospitati da Toro News esprimono il loro pensiero indipendentemente dalla linea editoriale seguita dalla Redazione del giornale online, il quale da sempre fa del pluralismo e della libera condivisione delle opinioni un proprio tratto distintivo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

