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Toro, notte fonda a Bergamo: tra caos gestionale e un’identità mai nata
Bergamo. Il tabellone del Gewiss Stadium segna un inappellabile 2-0. Atalanta batte Torino. Di nuovo. Ma i numeri, per quanto freddi, raccontano solo metà della storia. L'altra metà è fatta di frustrazione, di un senso di impotenza cronico e di domande che, dopo venti partite di campionato, restano desolatamente senza risposta. Non basta un buon secondo tempo per salvare la faccia. Non basta una reazione nervosa tardiva per evitare la nona sconfitta stagionale. Se il calcio fosse una questione di parziali, forse ci aggrapperemmo a quei 45 minuti finali, ma la classifica non fa sconti e il campo non mente: questo Toro è una squadra confusa e, soprattutto, fragile.
La partita l'abbiamo persa probabilmente prima ancora del fischio d'inizio, nello spogliatoio, quando Marco Baroni ha deciso di mescolare ancora una volta le carte. Ennesima formazione diversa, ennesima coppia d'attacco inedita. La scelta di puntare sul tandem Zapata-Ngonge è apparsa subito un azzardo incomprensibile: schierare la coppia palesemente meno in forma del reparto ha prodotto un primo tempo nullo, caratterizzato da un approccio molle e rinunciatario. I primi 45 minuti sono stati un regalo impacchettato per l'Atalanta, che ha ringraziato e colpito. Non si può pensare di andare a Bergamo e regalare un tempo intero, sperando poi che l'orgoglio basti a raddrizzare la barca.
E poi c'è la difesa. Trentadue gol subiti in venti gare. Trentadue. Una media insostenibile, un "colabrodo" che vanifica ogni tentativo di costruzione. Ma se i numeri preoccupano, sono gli episodi a togliere il sonno. Siamo stati capaci di difendere per l'ennesima volta su calcio d'angolo con uno scellerato castello, dopo i disastri già sperimentati. Nell'episodio del primo gol subito, Ngonge si è trovato a marcare De Ketelaere con evidenti risultati disastrosi. Insistere su questo sistema è davvero incomprensibile. Non potevamo semplicemente perdere 1-0? Sarebbe stata una sconfitta onorevole, ordinaria. Invece no. Dovevamo assistere all'ingresso di Biraghi. La domanda sorge spontanea e tormenterà i tifosi per settimane: Baroni, ma perché farlo entrare? Quello che abbiamo visto in occasione del secondo gol al 94', con un suo cross da ultimo uomo telefonato sulla testa di un atalantino invece che in area, non è solo un errore tecnico, è materiale da incubo. Eccoci di nuovo qui a chiederci "che cosa abbiamo fatto di male per meritarci questa vita calcistica?". Un errore che è la sintesi perfetta di una stagione storta: evitabile, grottesco, definitivo. Tuttavia, puntare il dito solo sui singoli sarebbe riduttivo. È una navigazione a vista, senza bussola e senza mappa. Come si può pretendere coesione e sacrificio da un gruppo gestito così?
La critica più seria, però, è l'assenza totale di un'impronta. Dopo venti partite, siamo ancora qui a domandarci "che calcio vuole fare questo Toro?". La squadra è un ibrido mal riuscito. Non costruisce dal basso con ordine, non aggredisce alto con ferocia, non sa palleggiare per gestire i ritmi e non ha sviluppi di gioco codificati e riconoscibili. È un undici che vive spesso di improvvisazione. Certo, la rosa aveva lacune evidenti già a luglio in difesa e sulle fasce - e lo avevamo scritto fino alla nausea - ma il compito dell'allenatore è dare un'identità anche nelle difficoltà. Qui, invece, regna il caos.
Ora serve guardare in faccia la realtà, perché il futuro immediato fa tremare i polsi. Ora c'è l'andata di Coppa Italia a Roma contro i giallorossi. Poi, nelle prossime otto giornate di campionato, il calendario ci mette di fronte a un vero e proprio girone infernale: Roma, Como, Fiorentina, Bologna, Lazio e Napoli (oltre Lecce e la comunque non facile Genoa). Se guardiamo la classifica oggi, possiamo dirci che per la salvezza siamo ancora a buon punto, con un margine che permette di respirare. Ma attenzione a cullarsi nelle illusioni. Affrontare questo ciclo terribile con il livello attuale delle prestazioni - con questa fragilità difensiva e questi errori - è un rischio enorme. Se non si cambia marcia subito, l'inizio di marzo potrebbe presentarci un conto salatissimo e una classifica tutt'altro che bella da guardare.
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