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toronews columnist Lavagnetta Granata: Un occhio al futuro
Lavagnetta Granata

Lavagnetta Granata: Un occhio al futuro

Riccardo Levi
Tra proteste, continue cessioni volte a plusvalenze e strutture incompiute, il Torino vive ancora una volta una stagione sospesa.

La stagione 2025/26 del Torino sta scorrendo su un crinale pericoloso, e non soltanto per la classifica. A dieci giornate dalla fine i granata si ritrovano invischiati nella lotta per non retrocedere, ma sarebbe riduttivo leggere questo momento come un semplice passaggio negativo sul piano tecnico.

Il malcontento della tifoseria, culminato nello sciopero organizzato, è il segnale più evidente di una frattura che si trascina da anni. Non nasce da una singola sconfitta o da una stagione storta, ma da una sensazione di mediocrità. In parallelo, la società ha vissuto mesi complicati: esoneri, cambi nei ruoli chiave, promesse rimaste sospese come quella del centro sportivo Robaldo, ancora lontano dall’essere completato. In questo contesto anche la strategia economica, fondata sulle plusvalenze e l’abbattimento dei costi, sembra arrivata a un punto delicato.

Giocatori e plusvalenze

Per oltre vent’anni il Torino ha costruito il proprio equilibrio su un modello chiaro: acquistare a poco, valorizzare, vendere e ricominciare il ciclo. Un sistema che ha garantito sostenibilità ma che ha comportato, ciclicamente, la cessione dei giocatori più rappresentativi. Oggi però il margine appare più ristretto. Se le pedine realmente appetibili sul mercato si riducono a pochi nomi, come Che Adams o Casadei, significa che la capacità di generare plusvalenze potrebbe non bastare più a sostenere l’intero impianto.

Questo apre una questione inevitabile: nel momento in cui il meccanismo si inceppa, che sembra essere non lontano dalla realtà, quale sarà la risposta della proprietà? Continuare a ridimensionare, oppure intervenire per mantenere stabilità e competitività? Il modello adottato finora ha funzionato finché il rendimento sportivo permetteva di valorizzare i singoli; in una stagione come questa, invece, il rischio è che il circolo virtuoso si interrompa, mettendo in discussione l’intero equilibrio economico costruito nel tempo.

Strutture e stadio

In un discorso sul futuro non si può ignorare il tema infrastrutture. Lo stadio Olimpico Grande Torino è oggi libero da ipoteche e si avvicina il momento di ridefinire i rapporti con il Comune. L’ipotesi di una vendita definitiva è concreta e rappresenterebbe un passaggio strategico importante. Uno stadio di proprietà non è solo un simbolo, ma un asset che incide sul valore complessivo del club, anche in prospettiva di una eventuale cessione societaria.

Parallelamente restano irrisolte le questioni legate alle strutture di allenamento. Il Filadelfia non versa in condizioni ottimali e il Robaldo, annunciato come passo decisivo verso una crescita strutturale, è ancora lontano dall’essere completato. Anche il manto erboso dell’Olimpico continua a mostrare criticità, nonostante i diversi interventi effettuati negli ultimi anni. Sono aspetti che, presi singolarmente, possono sembrare secondari, ma nel loro insieme restituiscono l’immagine di una crescita incompleta.

La spaccatura con il tifo

Anche il clima attorno alla squadra è influenzato non poco dal rapporto tra società e tifoseria. Le proteste non sono più episodi isolati ma una costante: cori durante le partite, striscioni espliciti, campagne social, fino al culmine con questo sciopero del tifo che ha privato l’Olimpico di quella spinta emotiva che storicamente ha sempre rappresentato un fattore per il Toro.

Il punto più delicato è che questa distanza si è ormai istituzionalizzata. Non si tratta più di un momento di rabbia, ma di una sfiducia radicata. Le risposte pubbliche della presidenza, spesso improntate alla difesa del proprio operato, non hanno contribuito a ricucire; anzi, hanno talvolta irrigidito le posizioni. E in un ambiente come Torino, dove l’identità granata è parte integrante della storia della città, la rottura tra società e tifoseria sta diventando un fattore non da poco, soprattutto in vista di:

Una eventuale vendita

In questo scenario il tema della cessione societaria torna ciclicamente al centro del dibattito. Negli ultimi anni molte realtà di Serie A hanno cambiato proprietà: Genoa, Verona, Udinese. Il Torino, invece, è rimasto fermo sotto questo aspetto. Il presidente ha dichiarato più volte che non esistono offerte concrete o che non ci sono acquirenti disposti a soddisfare le richieste economiche. Tuttavia, il dubbio che serpeggia tra i tifosi è duplice. Da un lato ci si chiede se le cifre richieste siano effettivamente in linea con il valore attuale del club, soprattutto in assenza di uno stadio di proprietà e con risultati sportivi altalenanti. Dall’altro, si pone il tema delle modalità con cui verrebbe eventualmente impostata una trattativa: quanto margine esiste per una reale apertura al dialogo con investitori interessati?

L’acquisizione dello stadio potrebbe cambiare sensibilmente il quadro. Un club con impianto di proprietà aumenta il proprio valore e diventa più attrattivo, ma allo stesso tempo, l’investimento necessario per acquistarlo e ristrutturarlo potrebbe rendere ancora più complessa una cessione nel breve periodo, perché alzerebbe l’asticella economica dell’operazione complessiva. Il rischio, in questo quadro, è che il tema della vendita diventi un rumore di fondo permanente, capace di condizionare ogni scelta e ogni stagione: senza una direzione chiara l’ambiente resterà sospeso tra attesa e frustrazione.

E l’allenatore

In questo contesto si inserisce anche il tema della panchina. D’Aversa ha un contratto fino a fine stagione e rappresenta una soluzione coerente con l’approccio societario: profilo esperto del campionato, pragmatico, disposto ad adattarsi. Tuttavia, senza una progettualità chiara alle spalle, anche la scelta dell’allenatore diventa transitoria. Un tecnico può incidere sull’organizzazione tattica e sull’atteggiamento, ma difficilmente può colmare da solo lacune strutturali o ricostruire un rapporto incrinato con l’ambiente. Soprattutto per questo la questione tecnica si intreccia inevitabilmente con quella societaria.

È sotto gli occhi di tutti che il Torino si trova in una fase in cui campo, società e ambiente siano ai minimi storici, e la classifica è solo la conseguenza più visibile di un equilibrio che si è indebolito nel tempo. Le prossime settimane diranno quale direzione si vorrà prendere, perché continuare così significherebbe restare sospesi tra incertezza e immobilismo. Sono ancora molti i punti da toccare e ognuno meriterebbe un approfondimento; la sfera di cristallo non ce l’ha nessuno, ma una cosa appare chiara: questo Toro ha dimenticato come si incorna e, prima di tutto, deve ritrovare sé stesso.