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La lavagnetta granata: finalmente un po’ di respiro
La partita di domenica all’Olimpico Grande Torino contro la Lazio era incorniciata da un clima surreale, quasi da calcio-pandemia: silenzio, tensione, una sensazione di “vuoto” che in questi mesi si era vista anche in campo. In mezzo a tutto questo, l’esordio di Roberto D’Aversa sulla panchina granata, chiamato a rimettere insieme i pezzi dopo una gestione che, a livello di prestazioni e soprattutto di identità, aveva ormai esaurito ogni credito. Il 2-0 finale è una boccata d’ossigeno: non riscrive la stagione, non cancella i problemi, ma almeno restituisce un’impressione che da troppo tempo mancava. Il Toro, per una volta, sembrava sapere cosa stesse facendo.
Dopo vent’anni di presidenza Cairo, l’obiettivo resta sempre lo stesso: stare a galla. E già questo basterebbe a raccontare la frustrazione di un ambiente che non chiede miracoli, ma un percorso, un senso, una direzione. Quest’anno, però, i fantasmi della stagione 2020/21 stavano tornando a essere qualcosa di più di un ricordo: la classifica corta, i punti che non arrivano, la squadra che si spegne nei momenti chiave, il peso psicologico che si allarga settimana dopo settimana. Inevitabile dire quanto fosse necessario un cambio in panchina. Non tanto per “inventare” un finale diverso, quanto per ridare un’identità minima a una squadra che sembrava vivere di episodi con scheletri nell’armadio sempre più evidenti.
Qui entra il tema centrale: D’Aversa porta un calcio dispendioso, intenso, fatto di corse, di aggressività, di scelte nette. È un tipo di calcio che ti chiede una cosa semplice e durissima: esserci, sempre. Non puoi farlo a metà. Non puoi “galleggiare”. E forse è proprio ciò che serviva, quantomeno a questo finale di stagione: speriamo finalmente in un po’ di voglia e cattiveria agonistica. Come ha fatto intendere l’allenatore di Stoccarda in conferenza stampa c’è bisogno di gamba, pressing e duelli. Chi è compassato scende. Dopo mesi di confusione, serviva una formazione che iniziasse a somigliare a una “base”, non a un rebus settimanale.
La squadra, paradossalmente, c’è. Il problema è che quest’anno non l’abbiamo mai vista davvero, perché oltre al discorso tattico mancano proprio i concetti base: identità, unità, strutture ed una società pronta. Ai primi accorgimenti, ecco che compare anche la qualità: perché, guardando la zona di classifica in cui siamo finiti, il Toro ha valori superiori a molte squadre che gli stanno attorno. Detto questo, va anche detto un altro punto: la Lazio non è in un buon momento. È una squadra con difficoltà evidenti e, in questo senso, la vittoria va presa bene… ma con la giusta misura. Non è una sentenza. È un segnale. E i segnali, per essere veri, vanno confermati. Ecco perché quello di stasera contro il Napoli, al Maradona, sarà un test enorme. Non tanto per il risultato in sé, ma per capire se questa squadra ha davvero ritrovato qualcosa in sé stessa.
Come ogni anno il punto è sempre lo stesso: è un peccato ogni volta arrivare a questo punto della stagione a parlare di sopravvivenza, di cambi in corsa, di annate che hanno poco da raccontare in positivo. Anche questa volta, “salvezza e nulla più”. Ma almeno, per la prima volta da settimane, l’aria sembra diversa: in un ambiente che non sopporta più la società e con un presidente che appare sempre più distante, la sensazione è che qualcosa, prima o poi, dovrà muoversi davvero.
La domanda è semplice: questo respiro è solo una boccata… o l’inizio di un’aria nuova?
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