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Addio a Rocco Commisso

Carmelo Pennisi
Carmelo Pennisi Columnist 
Loquor di Carmelo Pennisi - "I meridionali sanno quanto è difficile affrontare il viaggio, lo fanno da sempre vivendolo in una curiosa via di mezzo tra tortura e speranza"

“Morire, ma essere un uomo.

Morire, ma vivere”

Corrado Alvaro

Corrado Alvaro, che della Calabria è stato sangue che transita nelle vene per giungere al cuore al fine di ristorarlo, ha ben descritto il calabrese “fuggito” fisicamente dalla sua terra, ma con l’anima rimasta in quella terra stretta, dove montanaro e marinaio possono essere espressione della stessa cosa. “La Calabria – scrive Alvaro – nell’emigrante rimane stato di un ricordo e leggenda dell’infanzia, coniugato ad un amore disperato per il suo Paese”, perché non c’è vita cruda lasciata che in un italiano possa cancellare la nostalgia per un luogo tra i più belli ed evocativi del pianeta. Rocco Commisso è un bambino di dodici anni quando lascia la Calabria, arcadia che lo accompagnerà per tutta la vita, e sale su un piroscafo per andare ad affrontare l’America, quella della “Statua della Libertà” e delle stelle presenti sulla bandiera come fossero state catturate dal cielo e poi imprigionate per dare legittimità al sogno americano. I meridionali sanno quanto è difficile affrontare il viaggio, lo fanno da sempre vivendolo in una curiosa via di mezzo tra tortura e speranza, dove i rivoli del desiderio non sono premesse di cose grandi ma piccole certezze da consegnare a se stessi e alla famiglia.

Commisso si emozionava quando raccontava della sua infanzia a Gioiosa Ionica: una palla fatta di stracci e vecchie mutande e l’ingresso della stazione, improvvisato campo di calcio, dove da portiere si buttava sul cemento cauterizzando qualsiasi parte del suo corpo ma non i suoi sogni. Un italiano si porta il calcio ovunque come un’abitudine etnica da esibire anche se fosse sperduto tra gli igloo inuit. In una vecchia intervista, rilasciata al momento della sua acquisizione del quasi fallito “Cosmos”, club nato come rifugio salottiero di stelle del calcio al tramonto, ammise di avere avuto una infanzia da tifoso juventino sfegatato, amore bianconero sbocciato sfogliando le pagine della “Gazzetta dello Sport” nel salone del barbiere del suo paese. Ammise anche di sognare un futuro investimento nella Juventus, e in questa intenzione era l’ottimismo barricadero dell’emigrante a parlare più che l’imprenditore di talento; togliere la Juventus agli Agnelli (oppure ormai dovremmo chiamarli gli Elkann?) fino all’era Andrea Agnelli non era una chimera, ma pura distopia psichedelica di un racconto di Philip Dick.

Due anni dopo fa una cosa poco juventina e toglie le castagne dal fuoco alla famiglia Della Valle, ormai stanca del calcio e di Firenze, prendendosi una Fiorentina certamente ricca di passato ma con un presente quanto mai tormentato. Il calcio e l’Italia erano baricentro dei suoi sentimenti, e grazie al calcio, lui che non aveva avuto voti altissimi al liceo e non proveniva da una famiglia dalle grandi possibilità economiche, riesce ad avere una borsa di studi per merito sportivo alla “Columbia University”, aristocratica socia della “Ivy League”, ovvero dove l’istruzione e la formazione diventano élite. Il calcio, tra gli sport più marginali ed emarginati degli Stati Uniti, lo porta a respirare l’aria di una istituzione da dove sono usciti 87 Premi Nobel, e ne fa una persona pronta a sfidare il mondo. Dalla Calabria all’Ivy League è un bel salto, nemmeno da poter immaginare, senza essere scambiato per un mitomane, quando stai solcando con un piroscafo quell’oceano che aveva mandato a fondo il Titanic e il suo orgoglio.

Arriva al comando della Fiorentina con il piglio del self made man, e quindi incapace di mediare con sofismi da salotto ed esibendo soldi che non ha. Nella psiche del self made man non esiste l’allegoria dei circoli italiani dove tutto si decide con le banche compiacenti, per poi andare sul mercato per far finta che esista e millantando soldi ed investimenti figli della retorica più che della realtà. Il self made man i soldi, se ce li ha o quelli che ha, li mette sul tavolo non per spocchia ma per far capire quanto serie e concrete siano le sue intenzioni. L’Italia, dopo qualche tempo passato ad agire nel calcio, deve essergli parsa un tradimento di quell’arcadia che aveva immaginato per lungo tempo nel suo cuore. Il calcio del Bel Paese segue pedissequamente i vizi del sistema economico-relazionale tricolore, e presto scopre quanto sia sostanzialmente vero il celebre detto attribuito a Giovanni Giolitti: “per i nemici le leggi si applicano, per gli amici si interpretano”. In una intervista dopo un Juventus-Fiorentina, finita con una contestatissima vittoria bianconera, il patron della “Viola” quasi prende a morsi i microfoni protesi davanti a lui, e in quel momento probabilmente comincia una revisione del suo amore bianconero nato nel salone del barbiere calabrese: “Con 350 milioni di monte ingaggi, non c’hanno bisogno degli aiuti degli arbitri. Che se la vincano nel campo. Io parlo per i fiorentini, per me e la mia squadra e per il sistema calcio in Italia. Perché queste parole saranno scritte pure nei giornali americani. L’Italia si deve guardare da sto schifo d’arbitraggio. Si deve cambiare. Non può essere che alcune squadre sono vantaggiate e altre, come Firenze, non è”. Il linguaggio è un misto di reminiscenza dell’idioma di Dante e il colore della rabbia, a quel tempo assistita dalla pazienza serafica di Joe Barone, spedito a presiedere per suo conto il progetto di rendere la Fiorentina un club ambizioso nell’ottenere risultati sportivi e ricavi. C’è Barone al suo fianco in una complicatissima conferenza stampa del 2022, in cui agguerrito fa una domanda a una platea di giornalisti pronta a contestarlo e a chiedergli conto sul perché ancora la Fiorentina non sia il Real Madrid e se ci siano contatti per cedere il club: “Voi sapete quanti soldi ho messo nella Fiorentina fino ad oggi? Ho messo 400 milioni di euro. Qualcuno mi sa dire se in Italia ha messo altrettanti soldi suoi nel calcio? Ripeto, soldi suoi”. L’uomo è già minato dall’inizio di una malattia complicata (“sono venuto a parlare qui a Firenze con voi, nonostante il parere contrario dei miei medici”), ma l’idea di affrontare i suoi detrattori con decisione non la tradisce, e manifesta tutta l’amarezza per una Firenze che non lo ha difeso quando un giornale lo ha maliziosamente adombrato di qualche possibile suggestione mafiosa.

Essere meridionale, anche emigranti e anche di successo, vuol dire sopportare ogni volta il luogo comune della mafiosità latente o esterna presente in tutti coloro nati dalla “linea gotica” in giù. Spazzatura intellettuale impossibile da non far venire fuori in un Paese innamorato delle semplificazioni di un Checco Zalone, assurto a guru parasociologico. Joe Barone muore improvvisamente alla vigilia della primavera del 2024, ad appena sei mesi dall’inaugurazione del “Viola Park”, struttura per lungo tempo inseguita prima da Vittorio Cecchi Gori e poi dalla famiglia Della Valle, ma che solo il self made man di origine calabrese riesce a portare a compimento. La dipartita del suo uomo di fiducia deve essere stato un colpo terribile, un sipario improvvisamente sceso su tutto ciò che avrebbe voluto fare con la Fiorentina. La gestione del club sbanda, anche perché Commisso non può seguire in prima persona l’evoluzione delle cose; quella sportiva, sotto la direzione di Daniele Pradè, non riesce a dare le soddisfazioni che Firenze vorrebbe. Il calcio è materia semplice e difficile nello stesso tempo, e risente di umori insondabili e imprevedibili.

Commisso probabilmente vorrebbe vendere, ma in ogni conferenza stampa da lui tenuta era lui che alla fine poneva la domanda ai giornalisti: “Esiste un compratore per la Fiorentina? Portatemelo con i soldi ed io vendo. Anche a voi giornalisti vendo il club se mi fate vedere i soldi”. Il linguaggio, al solito, è privo di diplomazia, ma negli ultimi tempi era stanco, lontano. Difficile dire se in lui fosse sopraggiunto il sentimento di resa. Un buon venditore-compratore, e lui lo era di sicuro, non fa trasparire certe fragilità emotive, ma la Fiorentina degli ultimi mesi di vita terrena di Commisso si era cacciata, e lo è ancora, in un tunnel di cattivi risultati impossibili da prevedere e da cui è difficile venirne fuori. Commisso si è congedato con questo tormento. Non vedrà se la sua Fiorentina riuscirà a riscattare il brutto girone d’andata. Non scegliamo noi quando uscire di scena, ma il ragazzo di Calabria lascia un’idea di passione per un gioco, il calcio, che è stato il cordone ombelicale con l’Italia che non ha mai voluto recidere.

A poche ore della sua scomparsa, Firenze, alla fine un po’ ingrata con lui, ora si chiede quale sarà il futuro della sua squadra. C’è una meravigliosa frase che il proiezionista del film Nuovo Cinema Paradiso dice al suo piccolo amico diventato uomo, in procinto di lasciare la Sicilia per Roma: “Vattene, non voglio più sentirti parlare, voglio sentire parlare di te”. Il calcio è il nostro gioco, è parte della nostra cultura, è la nostra memoria, è uno dei nostri modi di essere felici. Rocco Commisso ne ha fatto parte, e non possiamo che dirgli grazie. Comunque la si pensi.

Di Carmelo Pennisi