“Ci lasciamo ingannare facilmente

loquor
Nel bunker di Urbano Cairo
da quello che amiamo”
Moliere
Nel famoso bunker di Berlino l’atmosfera doveva essere più allegra, forse perché la corte di Adolf Hitler era giunta alla fine di un periodo storico in cui i tedeschi erano riusciti a soddisfare la rabbia del “Trattato di Versailles”, andando a banchettare con i loro soldati e i loro mezzi corazzati sotto la “Torre Eiffel”. In cinquecento anni di lotte, guerre, sgambetti vari, mai i tedeschi erano riusciti ad infliggere una umiliazione del genere ai francesi. Se dietro c’è stata la gloria, una fine ingloriosa può anche essere accettata nel gioco dei trionfi e rovesci della vita che si susseguono senza fine. Nel bunker allestito per la presentazione di Roberto D’Aversa, Urbano Cairo potrebbe essere la maschera di una rappresentazione teatrale in cui interpreta una via di mezzo tra un soldato napoleonico disfatto dalla rovinosa “Ritirata della Beresina” e lo “Zanni” di Dario Fò attorcigliato in viso, nel corpo e nei gesti dalla sua fame atavica. La postura del corpo del presidente del Toro sono continui “plongèe” cinematografici simili quelli usati da Orson Welles nel suo “Quarto Potere” per inquadrare Charles Foster Kane, il magnate immaginario dell’editoria al quale assomiglia sempre in modo più impressionante nella parabola della sua storia. Si vede che è stanco, e si vede che vorrebbe essere lontano chilometri da quel luogo. E’ la stanchezza di chi non ha più nulla da vendere, nemmeno una piccola sfaccettata illusione, e ora si trova a dover narrare non la presentazione del nuovo allenatore Granata, ma la sua disfatta di imprenditore del calcio. Al tavolo è accompagnato solo da D’Aversa, quest’ultimo fornito dall’espressione del viso di chi sa perfettamente di essere giunto all’interno di una brutta storia: non c’è Gianluca Petrachi, e questo potrebbe essere il segnale che l’attuale direttore sportivo del club non vuole essere coinvolto nemmeno di striscio nella brutta storia in atto. Lui vorrebbe passare alla storia come il risanatore del disastro. Ogni cosa è simbolo, anche quando è il caso a dirigere con la sua bacchetta l’orchestra.
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L’inizio, dispiace dirlo, scade subito nella macchietta; sì, pare proprio una gag il “a pochi giorni dalla chiusura del mercato, ti accorgi che mancano i giocatori per un certo tipo di gioco… quindi hai già una partenza già zavorrata… perché i giocatori di fatto non li hai comprati”. “Una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor” non regge nemmeno per un secondo, e la “Piccola Vedetta Lombarda” incapace di scorgere pericolo nemmeno; siamo poi davanti ad una macroscopica contraddizione(ce ne saranno diverse nel poco più di un ora di conferenza stampa): non ti sei accorto in tempo o non li hai voluti comprare i giocatori? La semantica incespica, analogamente allo “Zanni” cerca disperatamente la mosca nell’aria per lenire la sua fame, vorrebbe qualche specchio su cui arrampicarsi con convinzione. Non lo trova. Ripete più volte la citazione della vittoria in Coppa Italia con la Roma, sperando forse di ricreare una epopea da “San Mames”, ma l’uditorio non si scalda e non raccoglie. Allora si butta nel giurassico dei suoi ricordi da presidente, e prova a ricordare la partita mitologica di Mantova. Ancora niente, il re a questo punto non è nudo solo nel corpo ma anche nell’anima. I giornalisti si ricordano di essere nel ventre dello “Stadio Olimpico Grande Torino” e gli chiedono quali intenzioni abbia con esso, perché in mezzo alla desolazione acquisirlo dal comune vorrebbe dire dare un forte segnale di voler mettersi a programmare seriamente un futuro più dignitoso dello sfacelo attuale. L’editore si destreggia con i soliti concetti generalisti e dentro di sé magari auspica di essersela cavata, non sa ancora che un tifone gli si sta per abbattere addosso: succede quando una conferenza stampa cessa di essere una passerella e torna ad essere un vero incontro con la stampa e la notizia. In questo caso il suono fastidioso di una acufene diventa un boato. Se un genitore, approfittando della vacanze natalizie, fa un viaggio da Torino a Roma per permettere ai figli di vedere luoghi d’arte e musei, vuol dire che considera la bellezza una cosa importante per una buona formazione ed educazione. Non è la ricerca di qualcosa di estetico, di approccio asettico alla perfezione, ma è l’auspicio della bellezza in aiuto ad ogni domanda e che dona la possibilità di avere indietro una verità. Quanto conta la verità? Per Marco Bonetto di “Tuttosport” deve contare molto, e allora eccolo davanti alla “Colonnata” di “Palazzo Spada” intento a spiegare ai suoi pargoli attraverso questa straordinaria opera di Francesco Borromini, celebre per la sua capacità di ingannare l’avventore, cosa sia l’illusionismo. La “Prospettiva”, così viene comunemente chiamata, attraverso sapienti accorgimenti giganteggia ciò che è molto ridotto nella reale dimensione. Borromini invita a riflettere sul fatto di come la grandezza delle cose del mondo sia in realtà solo apparenza. E’ una profezia critica su quanto succederà con l’affermarsi della pubblicità a partire dal 900.
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La “Prospettiva” è un “plongèe” posizionato sulla nostra anima e sul nostro cuore, procurando alla ragione la necessità di un urgente riaccostarsi alla verità. Dopo quarantacinque minuti in cui Cairo si mostra epigono de “La Prospettiva”, non può che essere Marco Bonetto a non poterne davvero più, a sfrondare con una invettiva pacata i trucchi prospettici messi in campo dal presidente del Toro, e riconducendo così la conferenza stampa ad un necessario principio di concretezza. Il giornalista di “Tuttosport” prende metaforicamente per un bavero Cairo e in modo sconsolato fa la premessa di quella che sarà la furia dei giusti: “presidente, sono 21 anni che continuo a farle delle domande”… a quel punto parte una serie di “cahiers de doleances” che sono in realtà un atto d’accusa e un chiamare gli dei ad essere testimoni dello scempio compiuto da chi avrebbe dovuto essere custode del sacro presente in ogni tradizione e in ogni memoria, e che invece lo ha sfregiato con la noncuranza tipica degli indifferenti. “Presidente lei è davanti ad un fallimento progettuale e sportivo”, dice Bonetto con un tono di voce orlato di sofferenza e dolore. La penna di “Tuttosport” è di sicuro gran giornalista ma soprattutto è figlio di Gian Carlo, importante tifoso del Toro e tra i fondatori della “Fondazione Filadelfia”. Lo “Zanni” ora dimentica la fame, il volto gli si stravolge e cerca acqua in un gesto inconsulto teso a procurarsi un timeout dalle sferzate di un cronista determinato a rendere onore alla professione, alla verità, al suo essere profondamente un tifoso Granata. Roberto D’Aversa comprende quanto sta accadendo e l’imbarazzo dell’avvenimento inaspettato gli si disegna in volto. Già, è difficile immaginare un giornalista capace di mettere con le spalle al muro uno dei più potenti protagonisti dell’editoria italiana, l’idea somiglia a quella di andare su un filo teso nel vuoto senza una rete sotto a soccorrere in caso delle conseguenze di un mancato equilibrio. Ci vuole coraggio, una scelta morale sempre più difficile da trovare nell’Italia contemporanea. Il nuovo allenatore del Toro ad un certo punto è una maschera di marmo per quanto la situazione è divenuta indigeribile, potrebbe essere il segno di uno innamorato sul serio il calcio. Lo “Zanni” da del tu a Bonetto e comincia a trattarlo con confidenza; è un modo per segnarlo come un nemico, un attenzionare con il fare bonario di chi se la sta legando al dito. Un collega chiude l’incontro con la stampa tornando ancora una volta sulla vicenda stadio, e si capisce come a Torino la convinzione generale per capire se Cairo reagirà al suo fallimento e al suo torpore, sia proprio il prendersi l’impegno di regalare uno stadio di proprietà al club. Per l’editore non ci sono altre strade dopo le tante promesse mancate e le innumerevoli speranze tradite: l’acquisto dello “Stadio Olimpico Grande Torino” sarebbe l’unico segnale tangibile di una inversione di tendenza nella gestione del club. Sarebbe un segnale chiaro di una proprietà finalmente propensa a porsi concretamente il problema di come fare crescere in prospettiva il Toro. Stamane sono uscito e sono andato a “Palazzo Spada”, volevo mettermi di fronte la “Prospettiva”, volevo verificare quanto ancora una volta sarebbe riuscita ad ingannarmi, ad entrarmi dentro e girare attorno alle mie illusioni. Soggiogato dalla bellezza e dalle suggestioni del luogo(le giornate di sole romane poi sono un incanto), mi sono ritrovato a farfugliare un vecchio proverbio arabo: “la prima volta che mi inganni la colpa è tua, ma la seconda volta la colpa è mia”.
Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.
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