Ripensandoci a mente fredda, però, non ho potuto fare a meno di notare che mi sbagliavo di grosso, sia ad arrabbiarmi, sia a valutare in questo modo quella partita. Il Torino non è una squadra schizofrenica come pensavo, il Torino, questo Torino, è proprio così, nel senso che è strutturalmente nato per fare (bene) una cosa e se da una parte questo è il suo pregio dall’altra a volte, come a Carpi, si trasforma nel suo peggior difetto. Mi spiego meglio.
Il lavoro che ha fatto Ventura sin dal primo giorno in cui si è accomodato (per modo di dire…) sulla panchina granata è stato quello di dare certezze non solo a chi scendeva in campo ogni settimana, ma anche alla società e a tifosi provati da quindici anni di sfacelo. Il suo, e penso che nessuno intellettualmente onesto potrà mai negarlo, è stato un compito certosino volto a ricostruire piano piano, tra alti e bassi, l’autostima di un ambiente ormai preda dei più cupi pensieri e senza molte speranze per un futuro migliore. Il problema, se vogliamo chiamarlo così, è che la filosofia di gioco venturiana, poco si sposa con quegli storici ed ideali valori che da sempre caratterizzano il dna del Toro: aggressività, tremendismo, foga agonistica, cariche a testa bassa. Il credo del mister genovese si basa su concetti molto più “aulici”: le famose conoscenze, la pazienza, la maniacale gestione del pallone, la ripetitività dei movimenti fino ad aprire uno spiraglio nelle difese avversarie. Per i primi due anni, complici anche partite come quella di Castellamare di Stabia o quella contro il Genoa che sancì la salvezza nella prima serie A, ammetto di aver fatto fatica ad entrare in sintonia con ciò che ci propinava il nostro “guru”, ma alla lunga ho fatto un passo indietro ed ho capito che la strada che stava seguendo, seppur lontana dal mio modo di intendere il calcio ed il Toro, era quella giusta per riemergere dalle sabbie mobili in cui eravamo impantanati da anni. Se Ventura avesse proposto altra emotività ad un ambiente che proprio di eccessiva emotività pativa da tanto, non avrebbe raggiunto i risultati di questi quattro anni. L’ho capito e mi sono affidato, come tanti di noi, a lui. Non che non sbagli mai, tutt’altro, e non che non sia lecito criticarlo, ci mancherebbe, ma la sconfitta di Carpi, che in un primo momento avevo “letto” con i codici pre-venturiani con cui valutavo le prestazioni che ho citato sopra (Juve Stabia, Genoa) totalmente inapplicabili a questo Toro, dev’essere vista come un semplice incidente di percorso nella strada lenta ma costante della crescita di lungo periodo.
E’ ottuso e foriero di continui equivoci non voler riconoscere che questo Toro è ormai immagine e somiglianza del suo tecnico, piaccia o non piaccia. Il che non è una cosa negativa, sia chiaro, ma è semplicemente il modo in cui va valutato per ciò che fa in campo. Questo Toro non può essere accostato a quello che abbiamo in mente, quello che a Carpi nonostante le assenze avrebbe caricato a testa bassa, avrebbe messo furore agonistico e magari sarebbe stato beffato lo stesso, ma almeno avrebbe giocato la partita provandoci. Questo Toro è diverso, non è né meglio (o forse sì…), né peggio di quell’altro. Ma è lo stesso che ha vinto il derby dopo vent’anni e che ci ha regalato la notte di Bilbao. Ventura fa il suo gioco sia che affronti la Luese, sia che scenda in campo col Real Madrid. Come non si può chiedere a Ventura di essere Mondonico o Giagnoni, così non si può chiedere al Toro di essere ciò che non è. Questo Toro non è Dottor Jekyll e Mister Hyde. E’ semplicemente il Toro. Prendere o lasciare.
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