Decameron granata – La prima volta allo stadio: “Il colore granata, il più bello del mondo”

L’iniziativa / La quinta puntata della nostra raccolta di novelle tra i lettori

di Marco De Rito, @marcoderito

Cosa narra il Decameron? Narra di un gruppo di giovani che per dieci giorni si trattengono fuori da Firenze per sfuggire alla peste nera che in quel periodo imperversava nella città, e che a turno si raccontano delle novelle di varie tematiche. Sull’idea di Giovanni Boccaccio vorremmo strutturare qualcosa di simile insieme a voi. Il Decreto #iorestoacasa ci costringerà giustamente a rimanere nelle nostre abitazioni fino al 3 aprile. E allora perché non sforzarci con la memoria e provare a ricostruire alcuni nostri frammenti di vita rigorosamente granata. Momenti che giacciono nella nostra testa, ma potrebbero tenere compagnia e regalare emozioni ad altri “colleghi di fede”. Come Toro News, vorremmo creare un casolare virtuale granata, sull’esempio di Boccaccio, così come le storie che vorremmo che voi condivideste con noi e con tutti gli altri “fratelli” del Torino. Un modo per tenerci impegnati e per liberarci per qualche momento dei cattivi pensieri. Continuiamo dunque con la quinta giornata di novelle e il tema è la prima volta allo stadio.

PRIMA PUNTATA – Decameron granata – La prima volta allo stadio: “Al Fila nel ’59, Toro in B ma che bolgia…”
SECONDA PUNTATA – Decameron granata – La prima volta allo stadio: La prima volta allo stadio: “Quelle emozioni degli anni 70-80”

TERZA PUNTATA – Decameron granata – La prima volta allo stadio: “La ripresa negli anni ’60”

QUARTA PUNTATA – Decameron granata – La prima volta allo stadio: “L’inizio della sofferenza”

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Il “Decameron granata”: condividi con noi i tuoi ricordi sul Toro

Possiedo ancora una delle prime edizioni in lingua italiana di “Morte nel pomeriggio” di Hemingway; ne sbirciavo le fotografie, sfocate e ritoccate, di nascosto, perché quello era uno dei “libri proibiti” nella biblioteca di casa. Ma mio padre aveva allora poco più di trent’anni e non è del tutto vero che allora a quell’età si era uomini fatti, o per lo meno non è vero che essere diventati uomini cancelli quella parte trasgressiva che anima l’infanzia e la gioventù. E una volta, ignaro del fatto che quelle fotografie le conoscessi a menadito, e che nonostante i miei otto anni da poco compiuti percepissi il fascino di quelle didascalie, tradotte da Fernanda Pivano in uno stile che più hemingwayano non si poteva, me le mostrò. Tori e toreri, vili picadores e beffardi banderilleros. Ma soprattutto tori. “Il toro da combattimento sta al toro domestico come il cane sta al lupo”, sentenziava Hemingway in quelle pagine. Eppure quanto sangue versava quel toro, e com’era nero, in quelle fotografie, quando sgorgava sotto i colpi inferti dai suoi uccisori. Amore e morte, avrei pensato anni dopo, comprendendo con più chiarezza quel era il tragico ossimoro che, come in tanti poeti e artisti, aveva scatenato in me, né poeta né artista, una passione.

Il rosso si mescolava col nero per dare il granata vero, cupo, tutt’altro che squillante delle maglie del Toro negli anni Sessanta. C’era il sole, quella prima volta. Poco altro, in verità, ricordo, se non che quel granata restava cupo e profondo nonostante la luce del pomeriggio di un autunno non ancora iniziato. Con gli anni, mi sarebbe sembrato che quel colore pulsava di vita particolarmente potente quando il sole non c’era, in certi pomeriggi grigi e senza ombre. Le ali della farfalla, e il loro lieve fulmineo alitare nell’aria, quelle sì le vidi, finta, scatto e tiro (alto, o forse deviato da un difensore) sotto la curva Filadelfia, ma mi sarebbero venute in mente anni dopo grazie al libro di Nando dalla Chiesa. Ci sono le immagini televisive di quell’azione; sono in bianco e nero, ma io vidi tutto a colori.

Mia madre, al ritorno, mi accolse col sorriso di una madre che abbraccia il figlio iniziato al culto. Non erano passati sette anni dal “battesimo” a Superga, ma quella volta lì ero troppo piccolo per ricordarmene. Mio padre disse: “Ha visto Meroni”, confermando l’avvenuta iniziazione.

La mattina dopo, alle ultime cucchiaiate di zuppa, dello zio che mi avrebbe accompagnato a scuola e che rispose a mia madre (“Franco ieri ha visto Meroni”) “Meroni è morto”, ricordo il sorriso amaro e fatalista di chi era un ragazzo il 4 maggio 1949. E ricordo anche, ora con sgomento, che la notizia non mi colpì tanto per la morte di Meroni, ma perché la morte entrava per la prima volta nella mia vita attarverso un inaspetto ingresso, un pomeriggio di sole, di festa e di vittoria (e di dissimulata emozione, per timidezza, per pudore, di fronte a quel padre che veniva dal sud e che detestava l’esternazione dell’intimità), il pomeriggio di un bambino che per la prima volta vedeva di che colore è il granata e che nello stesso momento comprendeva che la vita altro non è se la compresenza di anima e sangue, luce e tenebra. “Sol y sombra”, avrebbe detto Hemingway.

Non piansi. Raccolsi le mie cose e andai a scuola, con l’oscura sensazione (col tempo sarebbe diventata consapevolezza) che stavo intrecciando la mia vita con una forma di laica religione, un modo di essere, che nel suo vivere, come il Toro, in virtù di un’apparente contraddizione, fede e tragedia, era essa stessa metafora della vita.

Qualcuno avrebbe profanato, raccontano le cronache, il corpo di Meroni; ma da ragazzo, lo confesso, pensavo a una sorta di rito pagano, di compimento di un sacrificio. Fu solo, in realtà, l’ultimo scempio sul povero Gigi (altri e altri ancora ne avrebbe subiti, e d’ogni tipo, il Toro)

Il 2 novembre 1975 il Toro battè 2-1 l’Inter al Comunale; una di quelle vittorie che ci avrebbero portato, qualche mese dopo, al primo e unico scudetto dopo Superga. Un giorno grigio, come si conviene e il granata pulsava forte. Nella notte trucidarono sul Lido di Ostia Pier Paolo Pasolini. Un’altra dolorosa tappa del mio crescere insieme all'”essere del Toro”. Quel corpo straziato dai carnefici e violato dai fotoreporter mi fece venire Gigi Meroni. Allora vennero finalmente le lacrime, perché a volte solo gli scrittori e poeti possono prenderci per mano a aiutarci a sciogliere anche il più doloroso dei nodi.

Franco Fanelli

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Il 10 ottobre del 1965 rimarrà nella mia mente come un giorno particolare.

Alla domenica, quando il Toro giocava in casa, subito dopo pranzo, mio padre andava allo stadio a vedere la partita.

Io restavo a casa con la mamma ed il nonno e, dopo il sonnellino pomeridiano, ascoltavo alla radio le cronache che la trasmissione “Tutto il calcio minuto per minuto”  trasmetteva. La capacità dei cronisti era tale da creare nella mia immaginazione chiaramente lo svolgersi degli incontri, i gol segnati, le parate, i falli.

Ma quella domenica , mio padre mi disse. “Riccardo vieni, ti porto a vedere il Toro”. Mamma mia che emozione. Potevo finalmente vedere la realtà dei miei sogni, delle mie immaginazioni.

Eravamo partiti con  la 600 celestina, dopo circa mezz’ora parcheggiammo davanti all’ Ospedale Militare.

Poi, con fatica, seguì mio padre che, da buon amante della montagna e dotato di gambe più lunghe delle mie, mi fece correre letteralmente per stare al suo passo.

Mio padre aveva l’abbonamento in tribuna, retaggio di conoscenze fatte al lavoro. In quegli anni c’era la regola che un bimbo di 5 anni entrava allo stadio senza bisogno del biglietto. La scala che portava alla tribuna era breve ma l’emozione era forte.

Ecco finalmente il campo di gioco, di un verde brillante. Era enorme. Quanta gente…. Ci sedemmo e la musica “Il brandy che dà la felicità…è il cavallino rosso” accompagnò l’attesa. Poi l’ annunciatore elencò le formazioni delle squadre :

Torino: Vieri Poletti Fossati, Rosato Puja Bolchi, Meroni Ferrini Orlando Moschino e Simoni. Allenatore: Nereo Rocco

Papà sottolineò: “Oggi vedremo i 2 “Luigi d’oro” Meroni e Simoni”. E lo disse con gli occhi che brillavano, come quando mi raccontava della squadra che non c’è più.

Credo che il racconto dell’incidente aereo di Superga sia stata la prima scintilla fece nascere in me la febbre granata.

Giocammo contro il Varese. La partita fu bellissima, molto meglio di quanto immaginavo. Dopo circa mezz’ora, per un fallo in area del Varese, l’ arbitro fischiò un rigore a nostro favore. Poletti segnò e fu 1-0. Arrivò l’intervallo e le squadre, come mi disse mio papà, andarono a prendere un tè negli spogliatoi.

Dopo un quarto d’ora rientrarono nel terreno di gioco. Il Toro continuò ad attaccare ed arrivò il gol di Meroni che suggellò il 2-0 finale.

A casa non mi limito a raccontare ma, complice una palla di pezza, istituisco un vero e proprio 90’ minuto a favore di mamma e nonno che ridono divertiti a vedere la mia emulazione di Meroni e Poletti.

E’ nata cosi la fede granata, che mi porterà a vedere lo scudetto del  1975 da adolescente e la finale di Coppa Uefa ormai adulto

Il Toro ha accompagnato le fasi della mia vita e poco importa se siamo primi ultimi , in serie A o B. Quello che importa è che il colore granata è il più bello del mondo.

Riccardo Bussone

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Correva l’anno 1983, avevo circa 10 anni. Mio papà, grande tifoso del Toro, mi portò al Comunale per vedere la partita tra Torino e Pisa… Sulla carta era classica partita facile da vincere. Ma il finale fu 0 a 2 per la squadra toscana. Comunque da allora il Toro ha sempre fatto parte di me e dopo 36 anni il sangue è ancora granata, e lo rimarrà per sempre! Forza Toro

Andrea Bianco

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Continuate a mandarci le vostre novelle sulla mail redazionale (redazione@toronews.net) e, ricordatevi, l’argomento della prima settimana riguarda la vostra prima volta allo stadio. Non dimenticate di firmare l’email e soprattutto continuate a farci sognare e svagare in questo momento complicato per l’intero paese.

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