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TURIN, ITALY - MARCH 24: Torino FC head coach Giampiero Ventura looks on prior to the Serie B match between Torino FC and AS Gubbio at Olimpico Stadium on March 24, 2012 in Turin, Italy. (Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)
Dieci anni fa, in questi giorni, Gian Piero Ventura preparava il derby di ritorno con la Juventus. La neve si era appoggiata tardivamente su Torino e sul terreno della Sisport, facendogli cambiare i piani di allenamento. Il clima non era dei più confortevoli, e non solo per quanto riguardava le condizioni metereologiche. Il tecnico, infatti, si ritrovò a prendere carta e penna per scrivere di proprio pugno una lettera rivolta ai propri tifosi. Era la fase crepuscolare dei suoi cinque anni in granata. Il percorso in continuo crescendo si era appiattito e Ventura aveva avuto da discutere: “La circostanza mi ha portato indietro di cinque anni. 11 luglio 2011: il mio debutto alla Sisport. Stesso campo, stessa tribunetta. Primo incontro con il popolo granata, arrabbiato”.
L’alone di vergogna era infatti padrone di quel Toro, da due anni imprigionato nel torbidume della cadetteria. La contestazione prendeva di mira tutti: da Cairo a Gianluca Petrachi, che, dopo il fallimento Lerda, aveva scelto il suo ex allenatore al Venezia da giocatore e al Pisa da direttore sportivo. “Prima vinco, poi me ne vado”, assicurava quell’estate Petrachi, ma il futuro avrebbe offerto invece il sodalizio più continuo dell’era Cairo, interrottosi proprio nella stagione di quel derby (perso 1-4 all’Olimpico), prima che Ventura provasse a giocarsi le sue fiches a Coverciano (decisamente mal sfruttate). Petrachi sarebbe rimasto addirittura fino al 2019, rompendo malamente con Cairo, ma non tanto da non essere preso in considerazione in un periodo di grossa difficoltà, in campo e fuori, per poi sostituire, lo scorso 8 dicembre, Davide Vagnati.
Fino a che 700 tifosi hanno potuto assistere a questo viaggio nei ricordi, con Petrachi, Moretti e, a sorpresa, l’ex tecnico granata seduti su una panchina a bordo campo del Filadelfia, tanto da chiedersi se quell’immagine sbiadita possa riproporsi in altre forme nell’attualità, senza l’ausilio dell’intelligenza artificiale.
Il messaggio di Roberto D’Aversa, dopo il Parma, è chiaro: “Non abbiamo fatto ancora nulla”, ma è evidente che il Torino, da qualche settimana, è tornato al sereno. Dalla notte fonda di Genova, il tramonto ufficiale di Baroni – che già di pagine oscure ne aveva scritte parecchie – sono arrivate due vittorie da far gridare: “Ho visto la luce”, in cui, in entrambe, c’è la firma dei Blues Brothers, Giovanni Simeone e Duvan Zapata, dai gol con la Lazio a quelli che hanno aperto e chiuso la sfida con il Parma.
Ieri, complice la giornata primaverile, di luce, in quel di via Filadelfia, se n’è vista parecchia. Settecento persone a garantire quello che era l’intento del nuovo tecnico all’apertura dei cancelli, solitamente (e quasi inconcepibilmente per i cuori granata) chiusi al pubblico: supporto, applausi e, appunto, la nota di colore non solo dei fiori che sbocciano, ma anche dell’inaspettato ritorno a casa del fu "Mister Libidine", in quel Filadelfia che, nel suo interregno, era soltanto un cantiere.
E vederlo da quelle parti, con quelle conoscenze approfondite in passato – Petrachi e Moretti – fa quasi credere che il presidente Cairo, strabordante di nostalgia (o sintomo di una rubrica ristretta), non disdegni affatto riformare la banda, rimettendo al centro il frontman di quei tour che fecero anche tappe europee: una su tutte quella di Bilbao, che ad oggi sa molto più di opportunità mancata per iniziare qualcosa di serio che come punto di massimo splendore. Come si può evincere, Petrachi e Ventura si sono incontrati più o meno nelle stesse condizioni del loro primo approccio all’ambiente granata: in un periodo di profondo malcontento e nella conseguente contestazione, una conditio sine qua non di diversi frangenti di un lungo ventennio firmato Cairo.
Non è infatti una giornata come quella di ieri a rimuovere di colpo le quattro partite casalinghe senza Maratona e gruppi organizzati. La loro assenza è proseguita anche con il Fila aperto e proseguirà ancora. Lo stesso Filadelfia, soleggiato e festante, è stato infatti il teatro del letame all’ingresso e dei duri confronti squadra-tifosi. L’ultimo con D’Aversa, prima della Lazio: “Dobbiamo far sì che i tifosi siano orgogliosi di noi che indossiamo questa maglia”, aveva poi detto ai microfoni, poco prima di esordire.
Il percorso sarà lungo e, forse, a questo punto, dipende poco o nulla dai risultati. Per calarsi in questa realtà, il tecnico abruzzese si starà facendo aiutare da Salvatore Sullo, ossia il trait d’union tra le due gestioni che si tolgono dieci anni di distanza. Sullo, che aveva seguito Ventura a Bari, poi al Toro e infine in Nazionale, prima di tentare la strada da primo allenatore e sposare successivamente il credo di D’Aversa tra Lecce, Empoli e ancora Toro.
Una staffetta lunga un decennio che porta quasi a chiedersi se effettivamente Ventura se ne sia mai andato davvero da Torino. Il rapporto solido tra Cairo e il tecnico genovese non è infatti un mistero. Non solo l’editore gli aveva fatto da testimone di nozze, ma il rapporto si è più volte palesato al box dell’Olimpico-Grande Torino. Cairo non ha mai nascosto come l’incontro con Ventura sia stato quasi rivelatore su come funzioni il mondo del calcio e non è fantascienza immaginarlo come un Tom Hagen ne Il Padrino: un utile consigliere quando le decisioni scottano. E quest'estate, di decisioni importanti da prendere - dopo il flop di quest'anno - ce ne saranno a bizzeffe.
Fin qui è l’amicizia con Moretti, Petrachi e l’ambiente Toro a dominare i significati della sua presenza al Fila. “I pantaloncini non mi mancano e poi li metto ancora per fare qualche corsetta”, aveva affermato in un’intervista rilasciata ad agosto al Mamma e Papà Cairo, di fianco al presidente. “Ma i vecchi amici del Toro li vedo sempre volentieri” e chissà se ieri avrà avuto modo di colloquiare con D’Aversa, ribadendogli un concetto espresso in passato: “Non alleni una squadra, alleni la storia stessa”. Il suo erede sembra sapere dove si trova, concentrato nel prendersi due Oscar: di squadra, la salvezza aritmetica, e personale, un contratto da strappare. Il motto è chiaro: “Una battaglia dopo l’altra” prima di calarsi anche in eventuali suggestioni.
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