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Casadei non decolla: più lavoro sporco, meno inserimenti

Matteo Curreri
Il centrocampista romagnolo arretra il raggio d’azione e perde incisività: il Toro rischia di svalutare uno dei suoi asset più importanti

“Che vada bene o che vada meno bene la partita, dobbiamo lasciare tutto in campo e dare tutto. Da parte nostra ci sarà sempre il massimo impegno per il rispetto che dobbiamo nei confronti dei tifosi e della maglia del Toro che indossiamo: impegno e fame da parte nostra non mancheranno mai". Parole pronunciate 196 giorni prima della gara giocata dal Torino nell'ultimo weekend. Sul riquadro del calendario dedicato al 18 maggio era segnata, come domenica scorsa, proprio Lecce-Torino e anche in quella serata primaverile i granata uscivano sconfitti dal Via del Mare. Altra analogia è il periodo di difficoltà in cui maturò quel risultato avverso, in un finale di stagione condizionato da gare sottotono, con un Torino che aveva già di fatto messo i remi in barca a tranquillità acquisita e in uno scollamento evidente dalla guida tecnica Vanoli. Il quadro, ad oggi, è di gran lunga più preoccupante. Innanzitutto, perché siamo soltanto alla tredicesima giornata e il risultato minimo, ossia la salvezza, è ancora da raggiungere: i numeri sulla tenuta difensiva costringono a trattenersi dai voli pindarici. E il Toro, al contrario di quelle dichiarazioni, non sembra metterci il massimo dell’impegno e soprattutto dell’attenzione: i soventi blackout avvertiti in questa stagione ne sono la controprova.

Il mea culpa o, meglio, gli esami di coscienza coinvolgono tutti, dai quadri dirigenziali a un allenatore illusosi troppo presto di aver risolto il bandolo della matassa, fino a chi scende in campo. Responsabilità anche ai singoli, chiamati ora a mostrare personalità in un momento in cui riesce poco in campo e in cui la tifoseria è stanca del solito tran-tran. E dentro questa cornice tutt’altro che rosea c’è chi ancora comprensibilmente fatica a trovare sé stesso. Come Cesare Casadei, colui che quella sera di maggio pronunciò quell’appello e da cui ancora sta mancando quel qualcosa in più per la consacrazione.

Casadei: il gol al Monza, la Nazionale e il calo nel finale

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Per il centrocampista romagnolo le premesse erano diverse. L’incontro con Baroni, che già l’aveva adocchiato quando era alla Lazio, avrebbe dovuto essere quello con il mentore più propedeutico al salto di qualità. Ma per quanto Casadei abbia affermato appena un mese fa che il tecnico lo stia stimolando e “aiutando a trovare la mia dimensione, il mio posizionamento e i miei tempi di gioco”, il percorso sembra invece al passo del gambero. Aveva colpito tutti Casadei al suo approdo al Filadelfia: un giocatore dalle qualità peculiari, per come unisce fisicità a capacità tecniche, e per la propensione offensiva, votata all’inserimento, tutt’altro che secondaria. A Monza arrivò il suo primo timbro, che racchiudeva tutte le sue qualità migliori, e il premio della convocazione in Nazionale, dopo aver ricevuto già lo statement positivo da parte di Luciano Spalletti. Ma poi, complice la tenuta fisica ereditata dagli anni in Inghilterra poco coinvolgenti e un gruppo squadra a corto di motivazioni, anch’esso era di fatto regredito. Nulla di così preoccupante, con all’orizzonte una stagione da cominciare già dal primo giorno di ritiro estivo.

Da incursore a operaio

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Il Casadei presentatosi a Prato allo Stelvio con un taglio da marine ha detto “signorsì” al nuovo allenatore per occupare un posto in mediana, nell’iniziale 4-2-3-1. Dal cambio di modulo è stato perlopiù utilizzato come mezzala, sia nel 4-3-3 che nel 3-5-2. Ma il suo apporto, fin qui, sta andando sotto le aspettative. Le sue fotografie raccontano perlopiù errori, pochi duelli vinti e uno scarso apporto nelle sue qualità migliori, ossia i cambi di passo e gli inserimenti. “Deve trovare più qualità, è un giocatore che deve inserirsi negli spazi”, ha detto Baroni dopo Lecce, ma delle sue difficoltà sembra esserci anche lo zampino dell’utilizzo che ne fa il tecnico.

L’heatmap delle prime tredici partite di Casadei (dati Sofascore) lo vede infatti stazionare molto più indietro rispetto al suo naturale raggio d’azione: pochissima presenza in area e un lavoro sulle palle recuperate (3.7 a partita) che va a scapito della sua brillantezza offensiva e che limita gli inserimenti. Confrontato con il suo primo semestre in granata, tirava di meno (1.17 xG contro gli attuali 1.96), ma giocava più vicino all’area e, soprattutto, gli veniva chiesto di recuperare meno palloni (2.7 a partita). La sua vecchia heatmap era quella di una mezzala alta, coinvolta perlopiù nell’ultimo terzo, quella attuale racconta invece un uomo di transizione, più impegnato nella costruzione bassa che nella rifinitura. In breve: con Baroni, Casadei è passato dall’essere un incursore a un centrocampista di fatica, molto meno incisivo. Ed è questo un dato significativo per spiegare le sue difficoltà.

 

Casadei un asset a rischio?

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La flessione è preoccupante, soprattutto con gli occhi dello scorso gennaio, quando il Torino riuscì a imporsi nella telenovela di mercato che aveva coinvolto anche la Lazio. Si può forse dire di essere in ritardo sulla tabella di marcia. Non si parla infatti ancora di un punto di riferimento, ma di un ragazzo che deve ancora costruire le proprie certezze per poi trasferirle anche alla guida tecnica. Nell’abitudinaria staffetta estiva di calciomercato, Casadei non ha ancora raccolto il testimone di Samuele Ricci, come centrocampista italiano di grande prospettiva. Un problema per la squadra, per lui – che si sta allontanando a vista d’occhio dalla Nazionale – ma anche per la società, che nell’ex Inter e Chelsea vede un asset per una probabile plusvalenza e ora avverte il peso di quei 13 milioni investiti.