Ormai Natale ce lo siamo messi alle spalle da quasi un mese, eppure anche nel nuovo anno, per il Toro, è “Parenti serpenti”. Il nemico dei granata è in casa. E, gira e rigira, cercando tra tutti gli anfratti, le scartoffie, tra le pareti che separano una stanza dall’altra, ci si accorge che il vero motivo di questa tensione per l’autodistruzione risiede davanti allo specchio. E si convive con il dolore. Ti girano le scatole, come ha ammesso, deluso, Marco Baroni in conferenza stampa, all’ennesimo passo falso di fronte al proprio pubblico. Il sesto della stagione, come non accadeva dalla 2006-2007, la prima in Serie A con Urbano Cairo alla guida del club. Lo stesso patron granata si è mostrato piuttosto sconsolato nel post partita, affermando come non esista un problema davanti ai propri tifosi: “Dobbiamo cercare di sfruttare di più il fattore casa”. Una parola, visto che quello del rendimento interno è una questione spinosa che i granata si trascinano da inizio stagione, sintomo delle difficoltà di dare un’accelerata vera, soprattutto quando la spirale sembra finalmente in crescendo.

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Toro da record (negativo) in casa: non c’è pace al Grande Torino
Mai visto un Toro così fragile nell'era Cairo
—Dal "saltino" mancato alla paura del baratro, che dista soltanto sei lunghezze. Dalla vittoria con la Cremonese, che faceva respirare i granata vicini, prima del fischio d’inizio, a quattro punti dal terzultimo posto, si ripiomba nello stesso punto di partenza. L’ansia di guardarsi alle spalle torna di nuovo un tema e, se i granata non abbinano a questi restanti mesi un feeling maggiore con lo Stadio Olimpico Grande Torino, tocca andare in trincea. Un rendimento del genere è inedito pure nella gestione Cairo. Mai il presidente granata ha avuto una squadra che ha subito così tanti gol di fronte al proprio pubblico: 20, due giornate dopo il giro di boa della stagione. Con Giampaolo e una partita di Nicola, nell’annata 2020-2021, ci si era fermati a 19. Nemmeno nell’anno della retrocessione in Serie B il Toro aveva faticato così tanto a mantenere la porta inviolata nello stadio casalingo. Quindici i gol incassati, a questo punto, nella stagione 2008-2009 e, tornando indietro nella storia contemporanea pre-Cairo, 17 nel declassamento della stagione 2002-2003, 13 nella 1999-2000 e 12 nella 1995-1996. Chiaro segnale che, per quest’anno, la parola Europa è stata infilata nei discorsi granata più per cercare un senso a un’altra stagione da limbo, in rare fiammate, che per riscontri pratici. Il Toro di Roma dà diritto a qualche fantasia, ma quello del Grande Torino costringe a volare bassi e, anzi, a stare con i piedi ben fissi sul cemento per non sprofondare nelle sabbie mobili.
Baroni senza contromisure
—Niente di nuovo. Già in occasione del primo acuto capitolino, a settembre, si riscontrava un certo andazzo oscillante. Negli occhi c’era la buona partita difensiva e il premio assicurato da Giovanni Simeone, prima di prendere tre gol in otto minuti dall’Atalanta di Juric, che da lì non avrebbe più vinto. “C’è da lavorare, c’è da fare un cambio di atteggiamento, assolutamente”, diceva Baroni a caldo, sottolineando come non possa uscire dalle partite. “Ho gestito situazioni come queste, lo farò anche questa volta”, ma poi lo scollegamento si è ripetuto in più occasioni. Quello con il Como è stato il più eclatante: “Dobbiamo chiedere scusa alla nostra gente, questa è la prima cosa”, e poi la stessa sentenza: “La squadra è uscita dal campo e questo non deve avvenire”. E poi, a Torino, sono passati il Milan, il Cagliari, l’Udinese e ora la Roma. Se non fosse arrivato il gol nel finale contro il Genoa di Maripan, con Paleari autore di un miracolo, e Marinelli avesse fischiato quel solare fallo di mano a Simeone contro la Cremonese, di che cosa staremo parlando? Episodi, lampi fugaci, esaltazioni, cadute, baci alla camera e ferite cocenti. Questo loop è la vera casa dei granata, in cui si soggiorna da troppo tempo.
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