Cairo, il Natale e la speranza

Cairo, il Natale e la speranza

Loquor / Torna la Rubrica di Anthony Weatherill: “Caro Urbano Cairo, tu hai questo onore e onere per le mani: rimetti il Torino al suo posto nelle vicende italiane”

di Anthony Weatherill

“Il mondo sarà salvato dalla bellezza”

Fedor Dostoevskij

 

Sta scritto: “Golia gridò agli israeliti di scegliere un uomo che combattesse contro di lui, ma nessuno voleva combattere contro il gigante. Golia lanciò il suo invito ogni mattina e ogni sera  per 40 giorni, ma nessuno voleva combattere contro di lui”. La Juventus ha firmato un contratto di oltre 400 milioni di euro con l’Adidas, che così ha riconosciuto economicamente il salto di qualità commerciale avuto dalla società bianconera con l’acquisto di Cristiano Ronaldo. Salto di qualità  che presto si esprimerà anche attraverso nuovi  sponsor su base “regionale” (Cina e sud-est asiatico), e che faranno giungere la Juventus la cifra di 235 milioni di euro annui dai contratti commerciali. Per la serie: Golia ormai si è appalesato non alle porte, ma addirittura dentro le porte posizionandosi al centro della “città”. Conosci il tuo Golia. Ne riconosci il passo e la voce tuonante. Ti sbeffeggia con bollette che non puoi pagare, con persone che non puoi accontentare, con vizi che non riesci ad eliminare, con un passato che non puoi scrollarti di dosso e con un futuro che non hai la forza di affrontare. Davide. Si potrebbe leggere la storia di Davide e chiedersi cosa Dio ci vedesse in lui. Già, cosa mai dal 1906 ci vede ogni giorno, Dio, sul Torino Calcio? Perché nel drammatico dopoguerra italiano affidò proprio a questa società il compito di lanciare un segnale di speranza ad un’intera nazione, attraverso quell’avvenimento entrato nella storia delle pietre senza età come “Grande Torino”? “Davide vide il gigante Golia e lo sentì gridare. Egli vide che gli uomini avevano paura di Golia. Allora Davide disse che avrebbe combattuto contro il gigante”. Davide era l’ultimo di otto fratelli e il suo destino, nelle complesse e sovente intricate vicende delle famiglie ebraiche del tempo, era quello di badare alle pecore e alla necessità di creare solide premesse di futuri “negozi”.

Per amore del gioco

La sua sorte non era certo quella di diventare re, ma sappiamo come la storia andò diversamente dalle intenzioni. Fu il coraggio di non accettare la sudditanza psicologica verso Golia, a cambiare il destino di colui che diventò uno dei più grandi e saggi re d’Israele. Fu la sua capacità d’analisi(la visione della paura verso Golia che aveva immobilizzato da ogni possibile azione i soldati israeliti, e che li avrebbe portati a sicura sconfitta contro i Filistei), a fargli prendere in mano una fionda e delle pietre e a consegnare alla storia il monito eterno che l’unica cosa da dovere temere è il cedimento alle nostre debolezze, o supposte tali. Si cade e ci si rialza, ed è finita solo quando è finita. E la caduta dell’Italia dopo il ventennio fascista e una devastante vicenda bellica, era stata davvero di quelle rovinose, da far sembrare il domani qualcosa di impossibile da avvenire. Perché mai si sarebbe dovuto affrontare il Golia della sconfitta? Non se ne aveva certo la forza e, soprattutto, non se ne scorgevano i motivi. Gli italiani erano i reietti dell’Europa, quelli ad aver appoggiato entusiasticamente la follia nazista. Pareva non esserci redenzione per una cosa simile,e poi tutta quella distruzione e quella povertà dilagante sembravano essere dei contrafforti ad ogni idea degli italiani di ricostruire e ricostruirsi.

Ci sono momenti della storia così, oggi l’Italia sta rivivendo un momento così. La luce abbagliante del Grande Torino fu la fionda con cui la gente italica capì di avere delle pietre da lanciare contro i suoi molteplici Golia. Quelle molteplici vittorie della squadra granata, quella bellezza espressa in ogni loro schema di gioco, avevano in sé i connotati del miracolo, ovvero le stimmate della meta storia diventata concretezza davanti agl’occhi delle persone dell’epoca. Si può capire la portata dell’importanza di quella squadra per tutti gli italiani, da una clamorosa confessione fatta qualche anno fa da Umberto Agnelli: “è strano e incredibile, ma la prima squadra per la quale ho fatto il tifo è stato il toro. Ricordo che quando arrivò la notizia della sciagura di Superga stavo facendo i compiti, e mi sembrò talmente enorme da essere impossibile. Mi ritrovai in strada con tanta altra gente che, con me, non riusciva a crederci”.

Lo stupore di Pavel Nedved

La tragedia di Superga sembrò un qualcosa da cui era impossibile rialzarsi, ma altri compiti attendevano i colori granata, altra storia doveva percorrere l’Italia e la sua comunità calcistica. La Fiat ridiventò forte come prima della guerra, e conseguentemente la Juventus tornò a posizionarsi sullo scranno del Golia della storia. Erano gli anni del boom economico e di un’Italia elevatesi a rango di potenza industriale mondiale. Il “Paese dello Stivale” diventava sempre più prospero, il suo tessuto sociale si secolarizzava e si relativizzava sempre di più, rendendo sempre più labili e opachi tutta una serie di valori  per secoli architrave  di generazioni di italiani. Ma il Davide/Toro non si era arreso alla deriva e, soprattutto, non aveva abiurato al ruolo che la storia, attraverso il Grande Torino, gli aveva assegnato. Tutti vedevano il Toro sempre lì a lottare contro lo “strapotere creso” juventino, tutti lì a registrare settimanalmente  l’impossibile passibile di diventare possibile. E la Juventus lo sapeva bene, ecco perché aveva paura di giocare il derby della Mole. Sapevano bene i bianconeri che la meta storia aveva dotato i granata di fionda e pietre, per dimostrare al mondo come la sconfitta non sia un destino ineluttabile. Per nessuno. Finchè il calcio è stato il calcio, e non un reticolo di poderosi interessi economici, il Torino ha combattuto la battaglia  assegnatagli dalla sorte come compito: nessuna paura da mostrare contro Golia.

Ricordo il titolo di prima pagina del Corriere dello Sport , quando la società granata compì gli ottant’anni della sua storia: “ottant’anni di toro. In fondo lo amiamo un po’ tutti”. Ci sono destini che si intrecciano, e quando l’Italia sul finire degli anni 90 entra in una delle sue crisi più profonde della sua esistenza, facendogli conoscere una paura sempre più crescente in questo finire del 2018, è proprio il Torino a smarrirsi. Uno smarrimento culminato nel fallimento del 17 novembre del 2005. Da allora tante cose sono successe, e in primo luogo il depauperamento progressivo della ricchezza e del tessuto sociale italiano. Urbano Cairo prende in mano le sorti della società granata avendo, se non altro, il merito di rianimarla e di non far disperdere una comunità e un patrimonio di valori. Ma il Davide/Toro, oggettivamente e da qualsiasi lato la si voglia vedere, non è più tornato. Questo fenomeno è, a mio modesto parere, uno dei segnali più evidenti di un Italia demoralizzata, presa dalla morsa della terribile tentazione di non crederci più.  Il capace imprenditore alessandrino ha però ancora la possibilità di segnare il suo nome sul taccuino della storia, ha la chance di mandare un segnale al comune sentire degli italiani. Esattamente come lo fecero “Gli Invincibili” nel dopoguerra. Se la Juventus ha deciso di prendersi come palcoscenico il mondo e le sue tentazioni di enormi ricchezze, il Toro di Cairo potrebbe tornare a diventare il cuore pulsante dell’Italia. Potrebbe essere una delle testimonianze concrete di un Paese pronto a rialzarsi in piedi e a combattere le sue battaglie. Senza paura.

Mauro Icardi e la Bentley di Wanda

Hanno bisogno del Toro delle mille battaglie le nuove generazioni per capire che non è stata una sfortuna nascere e vivere nell’Italia contemporanea; ne hanno bisogno le generazioni coi capelli bianchi, per rinfrancarsi sul fatto che il loro sacrificio e la loro esistenza non sono stati  inutili. Il Toro deve tornare a smuovere le certezze dei juventini di lignaggio alla Umberto Agnelli, per ricordare a noi tutti che solo la bellezza sopravvive alle nostre miserie e alle nostre paure. Solo la bellezza può darci l’eterna occasione di riprovarci sempre. Caro Urbano Cairo, tu hai questo onore  e onere per le mani: rimetti il Torino al suo posto nelle vicende italiane. In questo natale del 2018 umilmente ti chiedo di provarci e di crederci. Se lo farai, molto ti tornerà indietro. In questi giorni in cui si festeggia il Natale, ovvero la nascita di un uomo a cui solo nel secolo scorso sono stati dedicati 62 mila volumi, e c’è una frase letta in un vangelo apocrifo ronzante nella mia mente da sempre:”chi si stupisce regnerà”. La storia dell’uomo di Nazareth insegna che bastano la mangiatoia come culla, le spine come corona, e una croce come trono per avviare una storia di gloria e di speranza. Per buona pace dell’Adidas e dei suoi munifici contratti di sponsorizzazione. Auguro ai tifosi del Toro, grato in eterno per la loro attenzione, che il loro presidente possa farsi prendere dallo stupore per le meraviglie intessute nella storia e nei valori della squadra presieduta. E che la battaglia contro la Juventus possa riprendere, nella lealtà e nel valore che il Toro e i suoi tifosi hanno sempre avuto. Lo si deve all’amore per il calcio. Lo si deve all’Italia. E anche perché il natale non sia ridotto ad una mera e ciclica convenzione mercatistica.

 

Di Anthony Weatherill

(ha collaborato Carmelo Pennisi)


 

Anthony Weatherhill, originario di Manchester e nipote dello storico coach Matt Busby, si occupa da tempo di politica sportiva. E’ il vero ideatore della Tessera del Tifoso, poi arrivata in Italia sulla base di tutt’altri presupposti e intendimenti.

17 Commenta qui

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  1. dattero - 3 settimane fa

    mi scuso per gli errori

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  2. dattero - 3 settimane fa

    sig weatherill,come al solito,complimenti per gli articoli,mai banali,ma ricchi di spunti e riflessioni.
    lei ha fatto quasi un implorazione al proprietario del torino fc,stessa cosa fece don Aldo,idem fecero tifosi quasi cinquantennali e riconisciuti emblematicamente,ma,come sempre voci al vento.
    Il soggetto in questione mai fara’ cio’ che lei propone,mai.
    Uomo gelido d’animo e di cuore,il cui unico dio,giustamente minuscolo,è il denaro,uomo che usa il calcio esclusivamente come volano x il business.
    Dal lato imprenditoriale uomo scaltro,intelligente,volitivo tenace,ambizioso,moderno,mai negare l’evidenza,sarebbe sciocco e presuntuoso,oltre che pretestuoso.
    Di Davide e Golia,se ne frega,della misericordia di Dio pure,ma si ricordi che l’avidita’ è l’unico peccato su cui il Signore non transige,” o con me,o con mammona”.
    Forse lei non sa che prima del Torino cerco’ di accapparrarsi il bologna ed il genoa,poi venne la magnifica occasionee,zacchete!!!.
    Sul settore giovanile,ammetto i passi avanti,ma sappia che li ci lavora e dedica il proprio tempo delle persone che son nel Torino da 40 anni,gente che riesce a far si che lo spirito non muoia.
    Lui li lascia fare,i costi non son proibitivi,i risultati d’immagine,grazie alla storia del vivaio son buoni,tra Comi,bava beretta c’e’ buona armonia.
    Vero anche che Giagnoni e Radice,nulla sapevano delle societa’ ma han subito capito e fatto loro lo spirito,l’essenza granata,quindi giusro fare certi distingui ed evitare bolsi retorici.
    Dal dr Cairo non si aspetti nulla di piu’,a livello di pma squadra,di quel che vede.
    Con i signori di venaria gli affari son copiosi,a cominvìciare con tutta la pubblicita’ del gobbodromo x finire con rcs

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  3. ddavide69 - 3 settimane fa

    Se il primo a non incarnare lo spirito TORO è il presidente. Ma dove vogliamo andare?? Già non si può o non si vuole spendere, almeno aver un presidente tifoso sarebbe chiedere troppo???

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  4. Granata - 3 settimane fa

    Abbiamo la tendenza,quando si analizzano episodi storici, a non considerare, come in questo caso, l’apporto fondamentale di Dio. Davide, i più, lo ricordano per aver sconfitto Golia. Eppure se Davide non avesse sentito sua la potenza di Dio, mai avrebbe sconfitto il gigante. Così come senza la misericordia ed il perdono di Dio , si sarebbe salvato per aver commesso adulterio con Betsabea ed aver progettato l’uccisione di suo marito mandandolo in guerra. Cairo, da solo, non può sconfiggere Golia se non in singoli episodi. Può, invece, far in modo, come sta facendo nelle giovanili, creare un senso di appartenenza ed attaccamento ai valori che ci hanno sempre contraddistinto. Chi frequenta le giovanili, e magari ha modo di fare confronti su dati di fatto, si rende conto della diversità, in positivo, dell’ambiente Toro. Per trasferire questo clima in prima squadra, non è necessario avere giovani del Fila. Da lì possono uscire personaggi ambigui, penso a Balzaretti, Vieri e tanti altri. Così come escono i Lentini. Penso a Moretti, Bruno, Fusi, Junior e tanti altri che non sono cresciuti nel Toro eppure lo rappresentano bene. È in quella direzione che DEVE lavorare Cairo. Così sconfiggerà Golia, con i valori.

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    1. ddavide69 - 3 settimane fa

      Non diamo troppi alibi a questa società. Altri con molti meno mezzi in quattordici anni sono riusciti a fare molto più di noi., quindi…

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      1. Granata - 3 settimane fa

        Gli alibi li leggi solo tu.

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        1. ddavide69 - 3 settimane fa

          Forse anche qualcun altro…. Leggi bene quello che hai scritto

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  5. alrom4_789 - 3 settimane fa

    Che piacere leggere questi articoli e quanto amore per il Toro dimostra l’autore .Non so se Cairo recepirà il messaggio , probabilmente non entra mai nel forum, ma è chiaro che più aspetta più il Toro scivola nell’anonimato portandoci pure la sua gloriosissima storia . Forse Cairo non si è mai reso conto veramente di cosa si è impossessato acquistando il Toro , la sua storia , la fede incrollabile dei tifosi veri che sopportano di tutto ma sono sempre lì ,oppure più crudamente del Toro non gli è mai importato più di tanto : un bilancio in più da seguire e stop .Il fatto è che in 14 anni non si è mai accesa una scintilla tra lui , la squadra ed i tifosi . Un noiosissimo tran-tran come in quei matrimoni che si trascinano senza nessun valore perfino senza liti .Sono pessimista lo so :Cairo aveva ,all’inizio dopo tante sventure ,suscitato delle speranze ma dopo tutti ‘sti anno siamo ancora a sperare che succeda qualcosa . Come sempre purtroppo.

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  6. user-13758358 - 3 settimane fa

    Dai Cairo, compra giocatori forti, rendono in termini di sponsor, presenze allo stadio e classifica.

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  7. Madama_granata - 3 settimane fa

    Come sono d’accordo con Turin2.0!
    L’amore per il Toro nasce nei cuori puri dei ragazzi, bambini o adolescenti, che, con gioia, emozione ed orgoglio, vengono a giocare nel Toro, che nel Toro si formano,che nel Toro crescono, che di Toro si nutrono e che nel Toro diventano uomini e giocatori di valore!
    A questi, sì, si può parlare della storia di Davide e Golia, e loro capiranno!
    Capiranno, perché che cos’è il Toro, quali i suoi valori, la sua storia e la sua tradizione, loro lo sanno già,lo hanno assimilato negli anni della loro formazione, della loro crescita umana e professionale!
    Prendiamo ragazzi stranieri e catapultiamoli in prima squadra. Sono provenienti dalle gelide praterie di lontani Paesi del nord-est europeo, e arrivano a noi attraverso tortuosi percorsi di”nazionalizzazione” da parte di Paesi-ponte,sempre dell’est, ma oggi comunitari; prendiamo ragazzi Sudamericani, o della travagliata terra africana (quasi sempre con passaporto francese, o belga, o magari olandese, solo x poter giocare in Italia), e catapultiamoli nella nostra realtà.
    Quale il loro scopo, se non quello del raggiungimento del benessere, e dell’affermazione calcistica e personale?
    Come spiegare a tutti loro cos’era il Grande Torino, chi erano Ferrini o Meroni, cosa ci hanno lasciato Mondonico, o Radice, o Giagnoni?
    Come spiegare la passione, la grinta, il “cuore granata”, la Maratona?
    E, sia ben chiaro, non ne faccio una questione razziale. Quelli cresciuti con noi, nel Toro: gli Ogbonna, i Ferigra, i Kone, gli Adopo,ecc.. i nostri valori li hanno assimilati,e li assimilano piano piano, come i giovani italiani.
    Giunti nel mondo dei grandi, sanno e capiscono cosa vuol dire essere del Toro: sentirsi Davide,ed affrontare Golia!
    Insomma, per me, se vogliamo ridare un volto ed un’anima al Toro, coltiviamoceli, i nostri giocatori, facciamoli crescere in seno alla nostra squadra, “educhiamoli” da Toro, e riavremo una squadra nuova, ma sorretta dai vecchi valori!

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    1. Marchese del Grillo - 3 settimane fa

      Ma noi prendiamo i Lyanco e i Djidji e mandiamo Bonifazi a giocare a Ferrara, prendiamo i Zaza e i Soriano e non diamo chanche ai De Ngelis e ai Millico, spediamo in prestito perenne i De Luca, i Candellone, i Parigini e gli Edera salvo poi richiamarli per dare tepore alle panche nei gelidi mesi d’inverno. Come se impiegando i nostri ragazzi otterremmo risultati parecchio diversi rispetto a quelli attuali conseguiti con i vari Berenguer, Baselli, Aina e compagnia cantante. È che manca proprio la mentalità a livello societario, manca una politica di valorizzazione delle giovanili che passi per la prima squadra e non solo per gli infangati campetti di periferia che spesso sono buoni solo per inghiottirti.

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      1. Madama_granata - 3 settimane fa

        Purtroppo non solo Lyanco, Djidji, Berenguer ed Aina, che comunque qualcosina hanno fatto intravvedere,anche se hanno ancora tutto da dimostrare.
        Io penso ai NYANG(la maiuscola se la merita tutta, ha saputo dare il peggio), i Damascan, i Sadiq, e prima gli Iturbe,i Martinez, gli Amauri, e via di seguito: inutile continuare con l’elenco!
        IL FASCINO DEL “CAMPIONE STRANIERO”:costa spesso tanto, guadagna troppo per ciò che dà (o non dà) , illude certi tifosi “sensibili”, ha spesso un nome “altisonante”, e non solo non sa cos’è, ma proprio se ne frega della tradizione del Toro, del cuore granata, di provare ad essere “un Davide, contro Golia”!
        Solo su Baselli non mi trovo d’accordo: per me rimane il nostro miglior centrocampista, ed anche uno attaccato alla maglia granata!

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  8. CarlosMarinelliCampobasso - 3 settimane fa

    Arte pura..

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  9. Turin2.0 - 3 settimane fa

    Il Torino per tornare ad essere il Toro e riprendersi il suo posto nella storia deve cambiare la sua attuale filosofia che l’ha portata a scendere in campo con dei mercenari che non comprendono, come dimostrato da Soriano, il valore etico della maglia che indossano: ripartire dal Fila è necessario se si vuole rinnovare una cultura granata che col passare degli anni sta sfiorendo e ripartire dal Fila significa crescere li i futuri calciatori del Toro anziché continuare a contrattualizzare stranieri dai dubbi valori tecnici a scapito dei nostri giovani. Se Cairo avesse voluto davvero ritagliarsi una pagina da protagonista nella storia granata avrebbe dovuto ristrutturare il Fila in maniera da renderlo nuovamente il nostro stadio e in tutti questi anni in particolare in quelli anonimi che hanno contraddistinto le ultime stagioni portare il cambiamento vero nel Toro e nel campionato italiano costruendo gradualmente una squadra di “cantera”

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  10. André - 3 settimane fa

    Grazie per queste bellissime parole.
    FORZA CUORE TORO!!

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  11. sarino - 3 settimane fa

    Caro presidente grazie per quello che fa per il nostro toro non molli mai e costruisca una squadra sempre più forte auguri

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  12. Seagull'59 - 3 settimane fa

    Anthony voglio ringraziarti di cuore per quello che hai saputo scrivere sul Toro, sulla sua essenza, storia, i suoi valori: tu, un inglese, che vieni dalla terra che inventato il football, solo tu potevi esprimere così bene l’anima del Toro, che non esiste più ma che potrebbe così facilmente tornare…
    Grazie e Auguri!

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