Enrico Marone Cinzano e la rivoluzione calcistica

Enrico Marone Cinzano e la rivoluzione calcistica

Vej Turin / Il Presidente giusto al momento giusto, colui che inaugurò il Filadelfia

di Redazione Toro News

Negli anni ’20 il calcio si trasformò. S’inaugurarono nuovi stadi per i migliaia di sostenitori che regolarmente seguivano il campionato, appassionati uniti nella fede sportiva ma divisi tra posti popolari e tribune coperte. Sempre più al centro dell’interesse pubblico anche le squadre si trasformarono: da sodalizi tra gentleman divennero poco a poco realtà professionistiche, organizzate come aziende. Il 1923 fu ricordato come l’anno della svolta professionistica: in quell’anno, infatti, Virginio Rosetta (neoacquisto della Juventus) ricevette per primo in Italia uno stipendio per le prestazioni sportive (ovviamente – va detto – i soldi nel mondo del calcio giravano già da tempo, basti pensare al passaggio di Renzo de Vecchi dal Milan al Genoa per 12 000 lire nel 1913 o ai frequenti rimborsi spese che i club concedevano ai propri calciatori).

In questi anni di profonde trasformazioni il Toro non solo non stette a guardare ma, anzi, fu tra le squadre in prima fila nell’azione di rinnovamento del panorama calcistico. Merito soprattutto dell’uomo al comando, il presidente Enrico Marone Cinzano, rampollo d’elite e futuro conte. Nei quattro anni in cui fu al timone della società (1924-1928) accadde di tutto: due scudetti (di cui uno revocato), l’acquisto di grandi campioni e la costruzione dello stadio – di proprietà – che sarà il grande teatro granata: il Filadelfia.

Nato nel 1895, Enrico Marone Cinzano fu quasi un predestinato. Infatti, mentre il Toro neonato muoveva i suoi primi passi sotto i portici di via Pietro Micca, in uno dei piani alti di quegli stessi palazzi il conte, ancora bambino, riceveva le lezioni private da un precettore. Crescendo ebbe modo di varcare i cancelli del Velodromo Umberto I dove assistette da bordo campo, in mezzo agli altri tifosi, alle prime partite del Toro. Un vero appassionato granata e un fine uomo d’affari. Entrato nella stanza dei bottoni dell’azienda di famiglia al termine della Prima Guerra Mondiale il giovane trentenne conquistò il vertice della squadra granata nel 1924, iniziando a dimostrare tutto il proprio valore.
La prima cosa di cui si occupò fu la riorganizzazione societaria: metodi amministrativi seri e pianificazione professionale sostituirono di colpo le vecchie prassi, desuete e legate al mondo associativo di un calcio ormai anacronistico. Un passo necessario agli occhi di un uomo che, appena due anni prima, aveva guidato la riorganizzazione dell’intero assetto societario dell’azienda di famiglia, un colosso già allora.

Secondo punto: il capitale umano, la squadra. Il Torino, reduce da una stagione 1924-25 vissuta a metà classifica (senza infamia né lode) venne irrobustito e reso competitivo. Il mercato porta Julio Libonatti (un uomo da 150 gol in maglia granata) e Adolfo Baloncieri, pagato la cifra record di 70 000 lire. Si parlò di sproposito, una follia del presidente, e invece si dimostrò un investimento vincente: Baloncieri si rivelò essere un genio totale, un regista che da solo vale il prezzo del biglietto. La squadra terminò il proprio girone seconda a due soli punti di distanza dalla prima, il Bologna, che a sua volta perse la finale del torneo Nord Italia contro la Juventus vincitrice della stagione.
Sarà proprio il successo dei cugini (guidati da un amico di Marone Cinzano, Edoardo Agnelli, con cui il presidente granata scommetteva una cena al Cambio a ogni derby: chi perdeva la partita pagava il conto) a spronare ulteriormente la squadra nella stagione successiva: quell’anno arrivò da La Spezia Gino Rossetti, per formare con Libonatti e Baloncieri quello che venne ricordato come il trio delle meraviglie. Quelle che seguirono furono tre stagioni leggendarie: due scudetti vinti sul campo e uno perso a 8 minuti dalla fine, nella finalissima di campionato contro il Bologna di Schiavio.
Successi agrodolci per il presidente Marone Cinzano, che mai digerirà – come moltissimi tra giocatori e tifosi – la revoca dello scudetto 1926-27.

Terzo punto: il capolavoro. Fatta la squadra, serviva un teatro degno, una casa. Il campo Stradale di Stupinigi nonostante tutti gli ammodernamenti possibili mostrava i suoi limiti di capienza e di possibilità (sebbene sia da segnalare un grazioso chalet, per la direzione, molto invidiato dalle squadre avversarie) così il presidente Marone Cinzano, dopo aver fondato una società apposita per l’acquisto del terreno e aver spostato la squadra al Motovelodromo di corso Casale, fece richiesta al comune per la concessione edilizia. Era il 24 marzo 1926 e dopo appena 5 mesi, il 17 ottobre dello stesso anno, il Toro entrò nella propria casa. Uno stadio costato 2 milioni e mezzo di lire, per un’area di 38 000 metri quadrati, arricchito da decorazioni Liberty e Déco. Il Filadelfia fu, in questo senso, la seconda opera d’arte – dopo la squadra campione d’Italia – che il presidente consegnò alla storia del calcio.

Enrico Marone Cinzano fu uomo elegante e determinato: trasmise queste due qualità in ogni sua creazione. Elegante come lo stadio Filadelfia (dalla tribuna al basamento della bandiera all’entrata), come la sede della Cinzano (allora in corso Vittorio Emanuele 80) o le pubblicità di Cappiello e di Dudovich; come le sue cravatte e gli abiti, sempre impeccabili. Determinato come il suo Toro, squadra campione d’Italia, come i giocatori fortemente voluti e acquistati. Figlio del “Grand Monde” della Torino di allora il conte riuscì nel compito, tutt’altro che semplice, di traghettare il Toro dall’età dei pionieri al professionismo. 

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