Il Toro e l’indimenticabile Balon

Il Toro e l’indimenticabile Balon

Vej Turin / Adolfo Baloncieri, la volpe

di Redazione Toro News

Bandiera del Toro e dell’Alessandria, Baloncieri è ancora oggi il più grande monumento di un calcio scomparso, quello del quadrilatero piemontese, fucina di squadre leggendarie e di talenti unici. Cavaliere della Corona d’Italia, Balon – com’era soprannominato – ebbe tra i suoi meriti quello di sistematizzare la squadra giovanile del Toro (i Balon Boys, appunto) primo importante nucleo storico di quello che sarà, successivamente, il vivaio granata.

L’uomo che cambiò la vita di Balon fu George Arthur Smith. Londinese, Smith era arrivato ad Alessandria via Genoa in veste di calciatore/allenatore. In sole due stagioni l’inglese mise le basi della scuola alessandrina fondata sul gioco di squadra, manovre palla a terra e attenzione per il vivaio. Fu proprio lui, nella stagione 1914-15, a far esordire in maglia grigia il giovane Baloncieri (classe 1897), un talento degno della rivoluzione tattica alessandrina. Smith non poté però assistere alla consacrazione del suo allievo: morì nel 1917, a 28 anni, nella Prima Guerra Mondiale.
Gli anni ’20, infatti, incoronarono Baloncieri. L’Alessandria andava a mille, con Balon a dirigere il traffico e a segnare: la squadra giocava per lui e lui se la portava in spalla, segnando 70 reti in 120 partite. Era però un pesce grande in un piccolo acquario. Per quanto fosse più che competitivo, l’Alessandria non riuscì mai a raggiungere il titolo: una realtà divenuta stretta per Baloncieri che decise così di rimettersi in gioco. Il presidente Marone Cinzano non chiese di meglio e mettendo sul piatto 70 000 lire si portò il Balon a Torino. Ne seguì una violenta contestazione: i tifosi dei grigi si scagliarono prima contro Giovanni Ronza, presidente alessandrino (che convinto dell’affare considerava Baloncieri un «vecchio ronzino»), poi contro lo stesso calciatore, accusandolo di tradimento. Rapporti tesi che durarono fino all’aprile del 1929, quando Balon rimise la maglia grigia in un amichevole a Zurigo, contro il Grasshoppers.
A 28 anni Baloncieri era pronto per l’affermazione definitiva. E il Toro con lui. L’alessandrino fu il leader carismatico del Torino campione d’Italia; di lui Giglio Panza scrisse: «grande giocatore, antesignano del ruolo di regista […] dribblava in corsa con velocità progressiva segnando quando e come voleva gol decisivi. Tecnicamente dotatissimo, scaltro e duro se occorreva, era già allora un modello di come si gioca senza il pallone». Raggiunta la piena maturità in maglia granata, Baloncieri divenne uno dei giocatori italiani più forti di sempre.
Già la prima stagione con il Toro fu una meraviglia: i soli Janni e Libonatti e Baloncieri collezionarono 56 gol, mentre la squadra vinse 16 gare pareggiandone 4 e perdendone 2, contro Bologna e Udinese. La sconfitta contro i friulani (strapazzati all’andata per 7 a 0, con quattro reti di Balon) costò cara al Toro: lasciò al Bologna il primo posto del girone e la finale nazionale. Il 15 novembre 1925, al Velodromo di corso Casale (dove il Toro giocava le gare casalinghe) durante il prepartita si seppe che Baloncieri, avendo perso il treno, non sarebbe arrivato prima delle 15:00. Venne mandata una macchina a Porta Nuova e, nei minuti che precedettero il fischio d’inizio, il pubblico rivolse lo sguardo fisso su corso Casale, in trepidante attesa. Alle 15:05 Balon scese dalla macchina in tenuta da gara, facendo il suo ingresso in campo tra gli applausi del pubblico.
Per le successive due stagioni i granata furono inarrestabili: il Toro vinse il Campionato due volte, «dopo una lotta che durava da anni e dopo aver provato l’amarezza, per molte stagioni di vedersi soffiare il successo per un nonnulla» scrisse Pozzo all’indomani della vittoria nella stagione 1926-27. La rabbia che la squadra provò per la revoca di quel titolo – rabbia che Baloncieri non mancò di ricordare – mosse i calciatori a una grande prova di orgoglio: rivincere subito lo scudetto per dimostrare universalmente la forza di quel gruppo. Il 22 luglio 1928, a Milano, fu lo stesso capitano a segnare il rigore decisivo per la stagione, quello che diede al Toro il pareggio necessario per laurearsi nuovamente campione d’Italia. Una palla sparata in rete con tutta la rabbia e tutta la lucidità, senza lasciarsi distrarre dai disordini che il rigore aveva prodotto sugli spalti.
Come già ad Alessandria anche a Torino Baloncieri fu un vero allenatore in campo. Schoffer, Cargnelli e quanti altri si avvicendarono sulla panchina granata ne tennero conto, costruendo con il capitano un rapporto di fiducia totale. E l’intelligenza tattica fu la grande dote che Balon seppe coltivare durante la carriera calcistica e su cui si concentrò completamente a partire dal 1931, quando passò dal prato alla panchina del Fila, per allenare il Toro con Aliberti.
Qui cominciò un altro capitolo della storia: Adolfo Baloncieri allenò, tra Italia e Svizzera, fino al 1962, portando avanti a proprio modo il credo calcistico di Smith e della scuola alessandrina. E, quasi fosse un romanzo, proprio contro il Toro Balon scese in campo, a 47 anni, per la sua ultima partita da calciatore. Era Torino Alessandria, 23 aprile 1944. Complice la guerra, ai grigi mancarono all’appello un paio di giocatori e Balon, indomito, giocò con i ragazzi che allenava, nella partita tra le due squadre che più amò e che così bene incarnò nella Storia del calcio.

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