‎Ventura‬: “Fui anche vicino alla ‪Juventus‬. ‪Torino‬ progetto senza paragoni‬”

‎Ventura‬: “Fui anche vicino alla ‪Juventus‬. ‪Torino‬ progetto senza paragoni‬”

Il tecnico / “Sarei succeduto a Lippi nel 1999. La Nazionale sarebbe un onore”

Giampiero Ventura, Vatta

E’ un Ventura sospeso tra obiettivi realizzati e sogni, quello che esce dalle pagine del Corriere dello Sport. Torino, ma anche la Nazionale azzurra nei suoi pensieri. Ecco le sue parole:

“Scegliere tra Bayern, Chelsea, Nazionale? Nessun dubbio. I soldi sono importanti, ma l’onore di allenare l’azzurro di più. La nuova generazione può emulare 1978 e 1982, Baselli e Benassi sono tra questi. Bisogna cercare la chiave giusta per ogni ragazzo, gran parte del lavoro dell’allenatore sta nel lavorare sulla testa  e sul cuore dei suoi. Lo feci con Cerci e Immobile: evidentemente abbiamo decifrato le loro potenzialità come nessuno, perché da nessuna parte hanno reso quanto qui. Il talento più puro che abbia mai allenato? O’Neil, ai tempi del Cagliari. In lui, però, calciatore e uomo non seguivano la stessa strada. Nell’isola andò bene, fuori meno”.

Alla domanda su cos’è per lui fare l’allenatore, Ventura ha risposto: “L’allenatore deve aiutare il ragazzo a capire cosa sono il calcio e il calciatore. Un calciatore non deve obbedire agli ordini, deve essere lui a voler sacrificarsi. Adoro lavorare con gente nuova, fresca, per mettere in pratica nuove idee. Nella vita ho cambiato tanto, volevo sperimentare: l’ho fatto in provincia perché c’è la possibilità, ma mi sarebbe piaciuto farlo con i campioni. Sacchi l’ha fatto con Van Basten e Gullit, ma anche con Colombo. In Italia la tattica predomina, fatichi contro il Carpi, perché è ben messo in campo. Io in una grande? Potevo ma non capivo che il calcio andava verso l’apparenza, tralasciando l’essere; non ho percepito lo scorrere del tempo e dei costumi. Colpa mia. Sono stato cercato da Lazio Fiorentina e Juventus: sarei succeduto a Lippi nel 1999, se non si fosse dimesso”.

Ventura ha poi continuato, concentrandosi anche sul suo Torino: “Nel calcio vedo soprattutto bellezza, poesia, non la polemica sterile che il lunedì è già dimenticata. A me piace fare crescere i ragazzi: Ogbonna, Immobile, Cerci, Bonucci, Ranocchia e altri. Al Torino siamo saliti da B a Europa, abbiam lavorato sul settore giovanile, nove italiani titolari su undici e tutti sotto i 24 anni. Ho ricostruito. Un giorno mi piacerebbe arrivare in una casa già sistemata, ma già così mi piace tantissimo. A Torino abbiamo installato un progetto pluriennale. Una cosa rarissima in Italia. Il Torino ha una storia ingombrante e bellissima, da portare con dignità. Bisogna guardare al futuro. Il Torino è stato grande e deve tornare a esserlo. Ci saranno sempre differenze di fatturato, oggi come oggi il nostro target è l’Europa. La Storia fa pesare il granata,ma lo rende bellissimo”.

“Io e il calcio? Fu l’evasione dalla mia infanzia non agiata, dalle ciminiere dell’Italsider. Un probelma alla schiena, e poca concentrazione, frenarono la mia carriera, non ho meritato una grande carriera da allenatore. Forse è di qui che ho capito l’importanza di lavorare sulla testa dei giocatori. Ai pulcini non bisogna insegnare il fuorigioco, bisogna farli giocare e divertire. Le cose cambiano crescendo.  A Palermo un mio ex giocatore mi ha portato dei ragazzini, e io ho detto loro: <<Il calcio è fatto di volontà. Essere calciatore vuol dire voler fare il calciatore. Calciatore non sono macchine o belle fidanzate, ma lavoro e sacrifici>>. L’ho detto a loro e lo ripeto a me, ogni mattina, prima di scendere in campo”.

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