Toro, ti ricordi di Tony Cargnelli?

Toro, ti ricordi di Tony Cargnelli?

Vej Turin / Quando la minestra scaldata è sempre buona

di Redazione Toro News

Come una cometa, Tony Cargnelli attraversa tutto gli anni ’30 granata, sedendo in panchina per bene tre volte: dal 1927 al 1929, dal 1934 al 1936 e dal 1940 al 1942. Con lui il Toro conquista uno scudetto e una Coppa Italia, si salva dalla retrocessione in B e raggiunge piazzamenti prestigiosi. Un rapporto destinato ad andare al di là del campo se è vero che, quando la morte lo coglie nel 1974, il mister, in pensione già da qualche anno, aveva eletto a sua residenza la città di Torino.

Anton Cargnelli era nato a Vienna nel febbraio 1889. Nonostante il cognome italiano Anton era suddito di Francesco Giuseppe e del suo impero multiculturale. La città in cui calciò i suoi primi palloni, Vienna, viveva in quegli anni i suoi ultimi grandi fermenti, immergendosi in una decadenza dorata tra passi di walzer e pittura secessionista, mentre in un palazzo al numero 19 della Berggasse il dott. Freud iniziava a calarsi nelle profondità della psiche umana indagando le forze l’inconscio e le ansie inconfessate di una società che felicemente precipitava verso la dissoluzione.
Il 23 agosto 1894 venne fondato nella capitale il Vienna Cricket and Football club, primo club calcistico dell’impero: la febbre calcistica mieteva le sue vittime (come in Italia, del resto) nei licei e nei collegi maschili e Cargnelli entrò a far parte del Rennweger, altra squadra cittadina, nel ruolo di attaccante. Calcisticamente duttile, finì in difesa la sua carriera in campo, vestendo anche in un occasione la maglia della nazionale asburgica, nel maggio 1909.

Finita la prima guerra mondiale Cargnelli visse, come molti suoi compatrioti, la caduta dell’Impero e con esso la fine di un mondo durato sette secoli. Nonostante ciò, il primo dopoguerra coincise con la grande stagione del calcio danubiano: i popoli sconfitti nelle trincee si presero le loro rivincite sui campi di calcio. Anni di vittorie che Tony visse dalla Germania prima, dove studiò scienze dello sport e allenò a Colonia e a Dortmund, e dalla Romania dopo, allenando il Timisoara.

Chiamato a Torino nel 1927, l’allenatore austriaco si trovò davanti una squadra di campioni da ricostruire nel morale. Le indagini del caso Allemandi erano un vero e proprio fantasma da scacciare dallo spogliatoio: Tony ci riuscì facendo affidamento al carisma di Baloncieri e alla voglia di rivalsa di una squadra fortissima. Il Toro di Cargnelli espresse un calcio fisico e offensivo con un gioco in grado di far esprimere al meglio il talento di ogni singolo giocatore.

Un occhio alla tattica e uno all’atletica: gli allenamenti del Toro di allora erano al passo delle grandi squadre europee, anche se a leggerne i resoconti oggi sembrano appartenere a un mondo lontano: «Cargnelli, nonostante il terreno sia tuttora un gran lastrone di ghiaccio cosparso di sabbia, ha chiamato in campo i suoi ragazzi sin da martedì. Ginnastica ed atletica, corse ed esercizi, bagni e massaggi. […] Il giorno successivo maggior lavoro. Un paio di giri del campo, ancora ginnastica e poi quarantacinque minuti di gioco contro la squadra riserve».

Sempre guidato da Cargnelli il Toro affrontò la sua seconda tournée oltreoceano, partendo il 10 luglio 1929 con il diretto delle ore 16 per Genova, dove s’imbarcarono sul “Conte Rosso” – nave che li condusse in America del Sud – omonima di quello che, una decina di anni dopo, sarebbe diventato il famoso pullman del Grande Torino. Se la prima trasferta venne vissuta come un’avventura – e di fatto lo fu, dato che il Toro rimase bloccato oltreoceano per lo scoppio della Prima Guerra Mondiale – la seconda si svolse senza troppe difficoltà, con i dirigenti granata a telegrafare alle alte cariche dello Stato dichiarando che avrebbero difeso “l’onore della nazione”. Tra le due tournée passarono solo quindici anni ma il mondo e il calcio erano radicalmente cambiati. Tra luglio, agosto e settembre il Toro giocò nove partite in Argentina e quattro in Brasile, affrontando nazionali (Argentina e Uruguay) e squadre di club.

Come sulle montagne russe: dopo la salita verso la vetta, nel 1934 l’allenatore austriaco venne richiamato nel tentativo di fermare la discesa granata verso il fondo della classifica. Così, se la stagione 1934-35 venne ricordata come la più drammatica nella storia del Toro fino ad allora (salvezza raggiunta solo all’ultima giornata), dalla stagione successiva le cose cambiarono. Terzo posto in campionato e conquista della Coppa Italia: Cargnelli divenne il primo tecnico granata a vincere campionato e coppa nazionale (anche se non in un’unica stagione). Si ripeté sulla panchina dell’Ambrosiana, dove conquisto prima la Coppa Italia (nel 1939) e l’anno successivo lo Scudetto.

E proprio da Milano – sponda nerazzurra – Cargnelli tornò al Torino per la terza volta nel 1940. Arrivò come allenatore Campione d’Italia in carica richiamato da Novo proprio per riportare la squadra ai piani nobili della classifica. E l’austriaco lo accontentò: dopo una stagione a metà classifica il Toro chiuse secondo (dietro la Roma scudettata) la stagione 1941-42. Era il preludio al Grande Torino e Cargnelli fu uno degli elementi che contribuirono a costruire quella squadra: usando una metafora si può dire che anche lui mise la sua pietra per erigere quella cattedrale.

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