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Ogni compleanno va sempre un po’ peggio

Francesco Bugnone
Francesco Bugnone Columnist 
"Cadendo nel giorno del compleanno del Toro, Culto non può non fare una piccola riflessione sulla nostra situazione tra passato, presente e futuro

IERI

Il 3 dicembre 2006 il Toro compie cent’anni e siamo tutti allo stadio. Prima della partita una sfilata di idoli del passato ci fa urlare come pazzi fino all’apoteosi finale con Junior e Pulici: sicuramente la più bella festa di compleanno a cui abbia partecipato. Noi in serie A, la Juventus in serie B, tutte quelle persone a cui vogliamo bene a pochi metri da noi: ci sembra di vivere un sogno e soprassediamo davanti a qualche assenza di peso o ad alcune superficialità quali il nome di Leo scritto sbagliato sulla maglia celebrativa. Il primo Toro di Cairo nella massima serie sembra avere smesso di zoppicare. L’inizio è stato turbolento col clamoroso esonero di De Biasi in precampionato dopo la prematura eliminazione dalla Coppa Italia e alcune amichevoli deludenti. Zaccheroni non riesce subito a mixare i nuovi acquisti, alcuni davvero deludenti, con la vecchia guardia poi due vittorie consecutive riaccendono l’ambiente: in casa contro la Sampdoria decide un rigore di Rosina nel finale, mentre a Bergamo un’autorete di Rivalta e un assolo irresistibile ancora di Rosinaldo regalano la prima vittoria stagionale in trasferta. Il giorno del Centenario l’avversario è il sorprendente Empoli di Gigi Cagni.

Il Toro inizia contratto, ha due occasioni con un colpo di testa fuori di poco di Cioffi e una bellissima girata di Stellone che esce dopo avere toccato la base del palo, ma non produce molto altro e il primo tempo si chiude a rete inviolate. La partita pare sbloccarsi al 57’, ma non nel modo che speravamo: su angolo di Vannucchi Abbiati va clamorosamente a farfalle e Marianini tocca di testa verso la porta sguarnita. Simone Barone compre il gesto tecnico migliore del suo triennio granata con uno spettacolare salvataggio acrobatico, ma il pallone è dentro. La goal line technology è di là da venire, ma anche a occhio nudo si vede come il pallone sia entrato nettamente. Nonostante questo il guardalinee Ivaldi resta con la bandierina abbassata e Celi di Campobasso non assegna la rete. Ci sentiamo addosso una sensazione strana, a cui non siamo abituati: rubiamo. Scosso dal pericolo corso il Toro ha subito una grande occasione con Rosina che lancia il neo-entrato Abbruscato sul cui centro basso Stellone non riesce a trovare la porta, ma è un fuoco di paglia. La gara sembra avviarsi verso un non entusiasmante 0-0 quando accade l’imponderabile. Comotto riceve palla sulla destra, si incunea fra un paio di avversari e lascia partire un sinistro incredibile che si insacca sotto l’incrocio facendo esplodere l’Olimpico. È Un gol meraviglioso che il numero ventidue festeggia arrampicandosi sugli spalti. Le telecamere vanno su Pulici in tribuna proprio mentre dice “Che gol ha fatto”. Vicino a lui Gian Paolo Ormezzano scrive qualcosa su un taccuino e sorride. Agganciamo l’Atalanta all’ottavo posto, siamo solo a tre punti dalla quarta piazza occupata da Livorno e Catania e ci avviciniamo alla futura trasferta nella San Siro rossonera con ottimismo. Quando lasciamo dallo stadio pensiamo che lo zoppicante avvio di campionato sia l’eccezione, lo scotto al noviziato e che le ultime domeniche saranno la regola. Dopo la splendida promozione dell’anno precedente, siamo sicuri che il Toro farà sognare anche in A.

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OGGI

C’è un allenatore che continua a cambiare modulo per disperazione, prima a causa di un mercato che, per l’ennesima volta, sconfessa il modulo per cui il tecnico è stato preso, ma poi per colpe proprie, per confusione, per poche idee su come raddrizzare una barca che cola a picco. Marco Baroni non ha toccato il cuore dei tifosi, ma quello sarebbe davvero il meno: non è obbligatorio essere empatici e l’importante è che la squadra lo segua. Il problema è che in campo il Toro non ha un volto, non ha un modello di gioco, uno straccio di azione “sicura” in cui rifugiarsi. Sembra un gruppo di persone che ogni domenica si trova a giocare insieme senza essersi vista prima. In piemontese c’è un’espressione perfetta per fotografare la situazione: “basta ca sia”. In tutto questo Cairo sembra tutto sommato tranquillo, molto più di quando diede il benservito a Vanoli nel parcheggio dell’Olimpico con un’intemerata mai sentita nei confronti di un proprio dipendente nel suo ventennio, nemmeno quando Vagnati e Juric si menarono con tanto di frasi poco carine nei suoi confronti. In tutto questo la tifoseria è arrabbiata, delusa, trafitta da questa mediocrità che è tutto tranne che aurea, dove un derby portato a casa coi denti davanti a una Juventus sconcertante diventa un buon punto perché mai avevamo pareggiato o vinto nelle stracittadine d’andata con questa gestione. L’unica cosa davvero positiva è la gestione dei social della società, ma finisce con diventare un arma a doppio taglio visto che contenuti confezionati così bene per una squadra che offre così poco finiscono col trasformarsi in un’involontaria presa per i fondelli. Il Toro non è questa così qua e non voglio tirare in ballo gli Invincibili o i ragazzi dello scudetto ’76, ma bastano squadre irriducibili come il Toro di Camolese e di Bersellini, quello pieno di giovani del Fila che è arrivato a disputare una finale di Coppa Italia nel 1982, i granata del 1987/88 tanto entusiasmanti quanto fortunati o quelli del 92/93 capaci di alzare un trofeo nonostante la cessione di pezzi da novanta come Lentini, Cravero e Policano. Il Toro è stato sempre qualcosa che, nonostante tutto, ha fatto sognare. Ora il sogno non c’è più, nonostante alla gente basti comunque poco per accendersi, perché tutto sommato siamo sempre stata così. Però ci sono anche tante persone che dicono basta, smettono di crederci e abdicano. Hanno ragione entrambe le fazioni (finché non si danno addosso a vicenda, ovviamente). Riassume bene Gian Carlo Caselli su queste pagine: "Ma se non possiamo più sognare, che senso ha?".

 

DOMANI?

Non siamo morti, perché l’idea di Toro è così forte che nonostante tutto, anche solo per riflesso e per reazione, cose da Toro ne vengono ancora fuori, storie da Toro, gente da Toro: persone come il Cholito o come Glik o come un Gazzi o un Vives, vicini come serietà e importanza negli equilibri ai Daniele Fortunato o Giorgio Venturin del Toro del Mondo. Abbiamo avuto capitani silenziosi come Rodriguez, uomini squadra come Belotti (per favore, dimentichiamo il finale), lavoratori indefessi come Darmian, gente di cui innamorarsi come Zapata. La nostra fiamma è così forte che arde anche da spenta. Basta poco e il fuoco potrebbe ricominciare a bruciare davvero. Certo, con un’altra guida capace di valorizzare realmente il patrimonio incredibile di Storia e di Storie che ha questa squadra. Come nella vita ogni compleanno è un po’ peggio, Toro, ma io so che puoi fare un altro miracolo, io so che un giorno tornerai e saremo finalmente liberi. Litigiosi, incontentabili, malinconici, esaltati in modo folle, ma liberi. In un’intervista a La Stampa oggi Paolo Pulici non ha fatto sconti a nessuno e ha chiuso affermando che “bisogna sempre avere speranza, la vita è una speranza unica e il Toro è speranza”. E allora, citando un tweet di Andrea Dalmasso, se lo dice Pupi chi siamo noi per non continuare a sperare?

Buon compleanno, Toro mio.

Classe 1979, tifoso del Toro dal 1985 grazie a Junior (0 meglio, a una sua figurina). Il primo ricordo un gol di Pusceddu a San Siro, la prima incazzatura l'eliminazione col Tirol, nutro un culto laico per Policano, Lentini e...Marinelli. A volte penso alla traversa di Sordo e capisco che non mi è ancora passata.

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