È stata una domenica di paradossi e di sospiri di sollievo, avvolta in un'atmosfera che definire spettrale è un eufemismo. Il tabellone del "Grande Torino" alla fine segna 1-0, tre punti che pesano come macigni e che rappresentano ossigeno puro per un Toro fragile e timoroso. La squadra di Baroni, scesa in campo con il peso del mondo sulle spalle, meritava la vittoria e l'ha ottenuta, ma l'ha fatto in un contesto che lascia l'amaro in bocca e apre profonde riflessioni sul rapporto tra tifoseria, squadra e società.

la scossa granata
Toro, ossigeno puro nel silenzio surreale
La partita: Adams e Vlasic, luci nel buio
—Sul campo, la cronaca ci racconta di una squadra che, pur con tutti i suoi limiti attuali e le paure di una classifica che iniziava a preoccupare, ha saputo colpire. La firma è ancora una volta quella di Che Adams, giunto al suo quarto gol stagionale. Lo scozzese si conferma l'uomo in più di questa fase. Ma il gol non nasce dal nulla ma ancora dai piedi di un Nikola Vlasic sempre più centrale nel progetto tattico. Il suo assist è un segnale di ripresa tecnica fondamentale. Non è stato un Toro scintillante, tutt'altro. È stato un Toro operaio, spaventato, che ha badato al sodo contro un Lecce ordinato. Eppure, la vittoria è meritata per la volontà di strappare il risultato a tutti i costi.
Il clima surreale: un autogol ambientale?
—Tuttavia, è impossibile analizzare i 90 minuti ignorando ciò che accadeva (o meglio, non accadeva) sugli spalti. Il clima era surreale. Lo Stadio Grande Torino semi vuoto e, soprattutto, la Curva Maratona deserta hanno creato uno scenario post-apocalittico. Lo sciopero del tifo organizzato, una protesta sempre più dura contro il presidente Urbano Cairo e "contro tutti", ha lasciato il segno. Le ragioni della protesta sono note: siamo tutti delusi, arrabbiati e preoccupati. La gestione, il mercato, le promesse mancate e un galleggiamento che sembra essere diventato l'orizzonte massimo del club hanno esasperato gli animi. Ma la forma scelta per questa protesta presta il fianco a critiche legittime. Lasciare la squadra senza il supporto del suo cuore pulsante nella partita più delicata della stagione è stato, a mio modesto avviso, un errore. In un momento in cui i giocatori apparivano fragili, quasi bloccati dalla paura di sbagliare, il silenzio assordante della Maratona non ha fatto altro che amplificare le incertezze. Il risultato più evidente di questa scelta? Abbiamo regalato tutto il sostegno al Lecce. Per lunghi tratti della gara, sembrava che i salentini giocassero in casa. I cori erano tutti per gli ospiti, l'entusiasmo era tutto giallorosso. In uno stadio muto, i 2.000 tifosi avversari hanno dettato legge. È una ferita vedere il Toro giocare "in trasferta" a casa propria, pur dopo le altre ferite, strazianti, di averlo visto perdere così tante volte come mai negli ultimi anni. C'è una contraddizione che fatichiamo a comprendere. La Maratona è famosa per il suo attaccamento viscerale: si sposta ovunque, riempie i settori ospiti da Udine a Napoli, non lascia mai sola la maglia granata lontano da Torino. Perché una cosa del genere non succede quando andiamo in trasferta, ma accade proprio tra le mura che dovrebbero essere amiche? Perché punire la squadra, certo colpevole insieme a Baroni dell'umiliazione di Como e di molto altro (ne abbiamo scritto più volte), togliendo il sostegno proprio quando serve di più per salvarsi e fare punti? La contestazione alla società sarà anche sacrosanta, ma dovrebbe correre su un binario parallelo al sostegno per la maglia. Abbandonare gli spalti significa lasciare il campo libero non solo agli avversari, ma anche a quel senso di rassegnazione che il Toro dovrebbe combattere. Ora, fino a domani sera a Monza contro l'Inter, ci godiamo questi tre punti d'oro, la freddezza di Adams e la visione di Vlasic. Ma resta la sensazione che, per uscire davvero dalla crisi, serva ritrovare l'unità. Il Toro si contesta, si critica, si discute, ma in quei 90 minuti, il Toro non si lascia mai solo.
Toro, il mercato dei nuovi prestiti
—Se i tifosi si aspettavano un segnale di solidità da parte della società per supportare il lavoro di Baroni, questo gennaio ha lasciato l'amaro in bocca. Il ritorno di Petrachi dietro la scrivania sembra scontrarsi con un portafoglio serrato: il mercato di gennaio si chiude con la formula del "tutto in prestito" che non lascia la sensazione di costruzione per il futuro. La strategia, al momento, è apparsa come una toppa messa su un vestito logoro. Gli arrivi di Obrador sulla fascia, Prati in regia e Kulenovic davanti portano freschezza e magari fame, ma la formula del prestito lascia a desiderare. Certo, ci sono i diritti di riscatto per Obrador e Prati, ma a 10 e 6,5 milioni. La difesa, tendine d'Achille pesantissimo (con ben 40 gol subiti in 23 partite) ha visto arrivare Marianucci (prestito secco) ed Ebossa: troppo poco per sanare la situazione, soprattutto per l'ex Udinese con tre crociati alle spalle. L'impressione è che i nuovi arrivi, se faranno bene, saluteranno a giugno. Se faranno male, saranno stati inutili.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

