La redazione di Toro News torna ad aprire le colonne della prima e più grande testata on-line dedicata al Torino FC ai suoi lettori, i quali da sempre meritano di avere spazio. L’indirizzo di riferimento è: redazione@toronews.net
Lettere alla redazione
Lettera di un tifoso: “Bene, direi bene”
Mandateci articoli e pensieri su qualsiasi argomento legato al mondo Toro: i più meritevoli e significativi a giudizio della Redazione saranno pubblicati sul nostro sito.
Oggi l'autore della lettera è Marco Faccio
Mi ritrovo spesso a pensare come Cairo, tra un bilancio consolidato e l’altro, tra i costi da monitorare de La7 e il carico pubblicitario della Gazzetta, trovi il tempo per impegnarsi così meticolosamente sull’evaporazione del Toro, sulla trasformazione di una leggenda in un meme.
Ormai grazie a lui siamo diventati un esperimento sociologico d'avanguardia: siamo ovunque, un virus digitale che infetta i posti e i post più impensabili. Il grido "Cairo devi vendere" è diventato un rumore di fondo che spunta sotto i video dei gattini, nei commenti alle ricette della carbonara o nei post di influencer di Los Angeles che non hanno mai visto un pallone in vita loro, ma partecipano a questo assurdo tormentone collettivo. Siamo diventati così famosi da finire persino sul New York Times; non per un trofeo o per la nostra storia gloriosa, ma per semplici "questioni di merda", un caso studio internazionale di gestione grottesca. Ma chissà che, in questo assurdo paradosso del marketing del nulla, tutta questa visibilità non finisca per attirare davvero un salvatore: qualcuno che vedendo questo strazio globale decida finalmente di calzare i panni dell’eroe romantico e di restituirci una dignità. Vabbè… “eroe romantico”, diciamo che ci basterebbe una multinazionale qualsiasi, un fondo arabo, un riccone americano con la nonna di Chivasso, una bibita austriaca (ah, no, quella no).
Ma sapete qual è l'aspetto più amaro di questa interminabile agonia? È come ci ha cambiato il modo di vivere il tempo. Per noi poveri romantici illusi, la partita una volta durava giorni: iniziava il giovedì con l’ansia, esplodeva la domenica e ci trascinava fino al lunedì. Era un ciclo vitale alimentato da un carburante che nel suo magazzino è ormai fuori produzione: la speranza.
Con la precisione chirurgica di un ragioniere di provincia, ha bonificato quel sentimento. Mi sembra di sentirlo mentre spiega, tabelle alla mano, che la speranza è solo un costo fisso inutile, un ammortamento non necessario. Perché mai dovremmo sognare l'Europa quando lui può garantirci la certezza matematica di un rassicurante undicesimo posto? Perché investire nel futuro se si può godere di una solida plusvalenza nel presente? E poi… diciamolo… ci ha persino comprato i palloni, vuoi rifiutarti di fargli da paracadute fiscale?
E poi quante cose ci ha insegnato con le sue giustificazioni surreali e le sue statistiche creative! Ad esempio che non contano i derby persi, ma la "solidità societaria" o che il Museo del Grande Torino a Grugliasco ci sta che è un bijou, o il Filadelfia che è tutto merito suo ma coi soldi degli altri (lui 1/8 ne ha messi, se non sbaglio). D’altronde certe cose si ricordano solo il 4 maggio no, mica penserete siano la nostra storia tutti i giorni?!
Lo ascolto come si ascoltano le previsioni meteo: so perfettamente che pioverà, ma so anche che lui riuscirà ad affermare che, statisticamente, è il periodo più secco degli ultimi trent'anni (se si escludono i giorni di pioggia). A tal riguardo ringrazio col cuore Marco Bonetto che è stato la voce di tutti noi pochi giorni fa. Oggi ci rimangono solo i social, le risate amare e quella fama mondiale conquistata per la nostra capacità di resistere al vuoto. E pensare che una volta credevamo che il calcio servisse a essere felici, non a far quadrare il margine operativo lordo di qualcun altro.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

