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LOQUOR

Il coraggio delle calciatrici iraniane

Carmelo Pennisi
Carmelo Pennisi Columnist 
"C’è un momento in cui l’onore conta più di qualsiasi paura, ed è un momento che prima o poi arriva per tutti”

“Ovunque tu inizi, va bene”

Detto persiano

Ho letto da qualche parte che la vita si espande quando decidiamo di ricorrere al coraggio, a quel livello di decisione in cui smettiamo di arrampicarci su un buon senso diventato così impervio da essere scivolato nella complicità per avere del quieto vivere. L’anticamera del coraggio, come insegna Sant’Agostino, è lo sdegno, ovvero quello stato emotivo in cui la ragione giunge in soccorso alla decifrazione dell’intollerabile. C’è un momento in cui l’onore conta più di qualsiasi paura, ed è un momento che prima o poi arriva per tutti. Non sempre il coraggio può cambiare le cose, ma di sicuro può lasciare un monito che un giorno, anche nel caso non ci fossimo più, aiuterà a cambiarle. Le donne iraniane  sono colte e sono tenaci, perché studiano nonostante per molte di loro in futuro il pezzo di carta rimarrà solo un pezzo di carta. Bisogna provare a vivere in piedi, a conquistarsi spazi di libertà che nel nome di Dio un potere sordo e cieco vorrebbe negare. Mentre in patria sta succedendo l’apocalisse, la squadra di calcio femminile scende in campo in Australia nella sfida d’esordio contro la Corea del Sud. No, non è una festa e nemmeno un traguardo, è un atto di resistenza mostrato in mondo visione.  Il “Gold Coast Stadium” è praticamente vuoto, quasi un deserto di rumori che rimbombano, ma le calciatrici iraniane sono schierate in orizzontale per presentarsi agli occhi di tutti coloro intenzionati a vedere. Sono fatte della stessa pasta di Masha Amini, una giovane ragazza che sarebbe diventata un avvocato, se la sua vita non fosse finita in una squallida stanza della “Polizia Morale” di Teheran. La sua colpa? Non aver indossato l’hijab(il velo islamico) secondo gli standard stabiliti dal governo iraniano.

Sanguinamento dalle orecchie, lividi sotto gli occhi, fratture ossee, emorragia ed edema cerebrale, questo è stato il referto medico, venuto alla luce in modo rocambolesco, del congedo dal mondo di Masha. E’ un autentico schiaffo al regime, quindi, il non aver indossato il velo in modo corretto da parte delle nazionali iraniane. E’ stato uno schiaffo doppio averlo fatto davanti alle telecamere, incuranti di rischiare il carcere al ritorno a casa. In un momento in cui i missili stanno gettando il caos tra l’Iran e il Medio Oriente, dove non si sa cosa succederà domani, e se la quotidianità sarà violata da una guerra permanente, dare calci ad un pallone è riconsegnarsi un po’ alla vita, o almeno a quella che dovrebbe essere. Poi quando indossi la maglia della tua nazionale, non è che stai lì a pensare su chi governa su di essa. C’è la tua memoria e il tuo sangue in quella maglia, ci sono gli istanti e i motivi per cui in alcuni giorni sei stata felice. Ma cosa si può fare in certi momenti? Gli sportivi hanno una protezione superiore rispetto alle persone comuni, il loro status di icone di un sistema Paese li protegge dalla furia di chi ha confuso la gestione del potere con la protervia. Pretendono di parlare per conto di Dio mentre stanno sfregiando l’eternità, compiendo così il brutto prodigio di fare odiare Dio e ogni concetto che lo circonda. Tutto può essere “fatwa” nell’Iran che ha confuso il cielo con la terra a partire dal 1979, dove la mistica è stata stravolta da una interpretazione malevola della religione. Non c’è più la domanda a stimolare la libertà agli occhi di Dio, ma solo un vademecum di risposte imposte.

Sadaf Khadem è dovuta fuggire dall’Iran per tirare di boxe, per essere libera di mostrare i suoi capelli, per onorare il suo talento plasmato da un allenatore che nel suo Paese non avrebbe potuto avere se non sposandolo. La “fatwa” si prende tante di quelle ragioni, a cagione delle quali Sadaf in Iran verrebbe immediatamente arrestata per violazione della legge che regolano l’abbigliamento femminile. Nella logica degli “Ayatollah” una donna per fare sport deve imprigionare il suo corpo, una contraddizione paradossale in una attività testa a liberarlo fino a sprigionare fino all’ultima stilla di energia da sè. Sono coraggiose e determinate le donne iraniane, e non si arrendono mai. Si applicano per essere protagoniste nella società civile, cercando di spostare confini irrazionali anche solo con un capello fuoriposto non conforme alla legge islamica. Si tratta di dettagli che pesano come macigni da fatiche di “Sisifo”, un loop di dimostrazioni da ricordare coloro intenti a voler svuotare l’oceano con il secchiello: una cosa quasi inutile e incomprensibile ai più. Ma è il principio che conta, il fare le cose sperando in un improvviso miracolo, in un cambio di rotta che prima o poi dovrà accadere. Le donne iraniane vogliono essere colte per gridare al mondo tutto il loro amore per la vita, e anche per lasciare un segno a tutte coloro che verranno dopo. Quando Sadaf diventa la prima donna iraniana a vincere un incontro di boxe internazionale, alza il guantone in segno di vittoria badando a scandire bene le sue parole: “dedico questa vittoria a tutti gli uomini e le donne che hanno dato al vita per difendere il mio Paese e alle donne, che possono attraversare le montagne se vogliono”. Non cantano l’inno le calciatrici iraniane, il segnale deve arrivare forte e chiaro in questo momento dove ogni cosa è possibile, persino una resurrezione imprevista.

Bisogna sollevarsi contro un potere solidificatosi nel tempo e non sarà facile, nonostante i missili e le bombe americane e israeliane catapultate verso i centri nevralgici della Repubblica Islamica siano una oggettiva occasione storica. Bisogna continuare a giocare, anche se l’ansia non è solo per loro ma anche per le famiglie probabile oggetto di conseguenze per questa plateale protesta in terra australiana. Ma cosa fare, altrimenti? Mi sovviene la vicenda di Matthias Sindelar, uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi, un austriaco che il regime nazista avrebbe potuto rendere immortale come un dio, se solo lui ne avesse accettato la corte, se si fosse deciso  di vestire la maglia della rappresentativa della grande Germania del dopo “Anschluss” e guidarla così ai campionati del mondo di Parigi del 1938, che con lui in squadra avrebbe avuto notevoli possibilità di vittoria, e noi forse avremmo avuto un titolo iridato in meno. Ma la storia non si fa con i se, la storia accade per come accade, e Sindelar fece in modo di non indossare la maglia tedesca. Pagò questa scelta con la vita, fu eliminato con la scusa ufficiale di un malfunzionamento di una stufa; poi su di lui fu fatta calare la damnatio memoriae. Il regime nazista era una sorta di farsa mistica neopagana, non molto lontana come stilemi dal regime clericale in vigore a Teheran. Ma cosa fare, altrimenti? Gli atleti sono un bene inestimabile per una Nazione, sono una delle prove che essa vive e opera, possono essere una cartolina valida quanto quella di un’opera d’arte. Gli aguzzini teocratici di Teheran non concorderanno, ma Allah è sicuramente fiero di queste ragazze determinate a gareggiare per la loro gente, nonostante tutto. Quanta forza morale ci vuole per farlo? quanto coraggio da trovare non si sa in quale parte del cuore e dell’anima? Giocano anche per quei 40.000 giovani uccisi dai “Pasdaran” nelle proteste delle scorse settimane, e giocano per quelle 180 bambine uccise in una scuola da un missile israeliano. Giocano per costruire una rivolta e per ricostruire una speranza, e giocano perché i loro discendenti possano un giorno essere orgogliosi di loro. L’Iran è un grande Paese, ha una storia che si perde e si riprende ogni volta dalla notte dei tempi, ed è terra di poeti immortali e tra i più grandi della storia della letteratura mondiale. Nessuno potrà dimenticare le donne iraniane che da quasi cinquant’anni si stanno battendo per la loro libertà, esse sono autentico sale della terra e per questo siano benedette. Verrà il giorno in cui, finalmente libere dall’incubo, potranno rammentare un verso di Hafez, uno dei più grandi poeti persiani: “ieri all’alba, mi hanno liberato dalla tristezza”. Già, non può sempre piovere.

Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.

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