“Tu chiamale se vuoi… emozioni”
Loquor
Njie e Ilkhan: a proposito dei giovani
Lucio Battisti
Qualcuno ha detto che la giovinezza è il tempo del possibile, e direi che gli si può anche dare ragione considerato come il provare anche a sprecarlo sia una dei più autentici momenti di libertà che si possano mai vivere nel corso di una intera esistenza. Da giovani ci si sente obbligati a provare, poiché ancora non c’è il fardello dell’esperienza a ricondurre tutto nell’algebra e nell’aritmetica. L’inesperienza non ha memoria e quindi favorisce l’idea che sbagliare in fin dei conti faccia parte del gioco dell’immortalità provata come sensazione a vent’anni. Il mondo ha bisogno di follia, il calcio oltre alla follia richiede l’impiego dell’anarchia. Quando nella partita contro l’Udinese il Toro ha schierato Alieu Njie ed Emirhan Ilkhan nella formazione titolare, è stato un vedere l’arcobaleno pur in una fredda e notturna serata di gennaio. “Finalmente un po’ di coraggio”, mi sono detto pervaso improvvisamente da un sentimento di soddisfazione che non provavo da tempo, anche perché ho sempre visto parte della storia della mia squadra del cuore orientata a coltivare il sentimento di crescere l’acerbo fino a farlo diventare maturo. E con soddisfazione. Il Toro senza giovani da la stessa sensazione triste se una coppa di fragole fosse consumata senza panna sui posti ovattati degli spalti del torneo di Wimbledon.
Naturalmente i giovani sbagliano molto, calibrare la vita richiede questo scotto, specie all’interno di un rettangolo di gioco dove il manuale prevede l’assuefazione ad essere anche dei figli di puttana, corroborati da cinismo frutto di un pragmatismo tanto caro ai tecnici italiani di ogni ordine e grado. Si vogliono, anzi si pretendono, i giovani già vecchi, incastonati nella funzione e nei meccanismi sin da quando frequentano le scuole calcio, dove trovano accoglierli tanti epigoni di Pep Guardiola, uno che avrebbe voluto, uno che nell’ottobre del 2017 avrebbe voluto la secessione della Catalogna dalla Spagna, ma che in una squadra da lui guidata ragiona con la stessa tagliola totalitaria di un generale Francisco Franco. Nei tecnici del nuovo millennio, quello dell’Intelligenza Artificiale e dell’esperanto universale del pensiero, il calcio si costruisce con mattoni e malta e figure geometriche da non poter essere messi minimante in discussione. L’audacia di un Antoni Gaudì nel pensare alle infinite irregolarità concettuali del progetto della “Sagrada Familia” non fanno parte del calcio italiano contemporaneo, schiacciato più nel dover spiegare dopo la partita cosa si è fatto o non si è fatto, che ad arrendersi alla magia e ai rovesci dello stupore di chi tenta di inventare. Nell’Italia divenuta un Paese per vecchi dobbiamo imparare a far crescere e prosperare l’audacia, a riscoprire la serenità di affrontare il rischio nonostante non riusciamo ad ipotizzare ciò che ne potrebbe scaturire. Ilkan e Njie con l’Udinese non avevano fatto un brutto primo tempo, anzi erano stati sempre vogliosi nel cercare motivi e trame nuove per vedere se poteva venir fuori una idea di premessa di vittoria.
Tutto questo mentre Simeone e Vlasic offrivano una giornata storta, specie il croato. Nel Toro, ad un certo punto pensato con il 3-5-2, è apparso subito chiaro come ogni conditio sine qua non sia che Vlasic funzioni nelle gambe e nella sinderesi, altrimenti tutto il castello di ipotesi crolla e i Granata si ritrovano a vagare per il campo senza un perché e poco confortati da una delle difese peggiori del campionato. L’Udinese non è una squadra facile da affrontare, essendo fatta di idee chiare anche nelle sue debolezze, eppure il Toro non mi era dispiaciuto proprio grazie ai due giovanissimi fino a ieri seduti in panca in modo imperituro e ad un Zakaria Aboukhlal davvero sorprendente come esterno basso di sinistra. L’Udinese giocava meglio e con più raziocinio, non in modo arrembante ma certamente con lampi pregevoli, il Toro aveva numerosi tratti di evanescenza, soprattutto, come detto, per la cattiva giornata dei sue due uomini più rappresentativi, però dava segni di vitalità e di stare bene in campo, addirittura sfiorando una rete. Ad un certo punto nei commenti tv ecco venir fuori la solita Italia dalla mentalità geriatrica: nel valutare i motivi della superiorità dell’Udinese vista fino a quel momento, i commentatori hanno ripetutamente puntato l’indice su Njie e Ilkan. Ho avuto subito la sgradita sensazione che quella piacevole ventata di gioventù appena fiorita potesse essere ripudiata da Marco Baroni, perché i luoghi comuni, non solo nel calcio ma nella vita in generale, sono una forza inerziale coinvolgente e convergente. Le persone speciali, quelle capaci di cambiare le cose, hanno nel cuore e nell’anima la repellenza verso lo status quo, piuttosto rischiano di andare gambe per aria ma osano affinché il mondo non resti inchiodato nell’immobilità fisica e di pensiero. La postura del tecnico del Toro parlava, mostrando pentimento per aver messo due giovani in squadra e un ibrido dalla fattura misteriosa nella corsia di sinistra: nel secondo tempo cessa l’audacia e si ritorna all’antico, quindi fuori tutti e tre. Così facendo, Baroni ha praticamente detto al mondo di aver bocciato l’intuizione avuta ad inizio gara.
Il Toro non stava riuscendo a venire a capo dell’ottima Udinese proprio a causa dell’anomalia, rispetto a quanto predicato dall’inizio di stagione, messa in campo dall’inizio. Brutto segnale mandato alla squadra e ai tre sostituiti, anche perché i tre giocatori assolutamente inefficaci fino a quel momento, oltre al solito Coco, erano Vlasic, Simeone e Lazaro. Perché non sostituire loro? “Nel secondo tempo è tornato il Toro di Vagnati”, mi ha scritto un amico a sostituzioni avvenute e sotto di due gol, ma il mio sconforto non era procurato dal fantasma di Vagnati ricomparso sul terreno del “Grande Torino”, bensì da questa forza da pensiero geriatrico che mi aveva tolto due giovani di grandi potenzialità dalla partita. Il calcio di cui mi sono innamorato sin da bambino, di cui ho letto le gesta in giornali e libri di memoria di questo sport, dovrebbe essere sempre magia e sorpresa, cumuli di sensazioni da montare e rismontare continuamente. “La gioia più grande è quella che non era attesa”, scrive Sofocle facendo venire in mente la necessità del diritto alla sorpresa. Mercoledì sera, pur nel solito campionato difficile imposto da una presidenza Cairo avida di svolte positive e con galleggiamento anonimo posto ad obiettivo, i due ragazzini vestiti di Granata mi stavano riconciliando con il mondo del calcio.
Mi rendo conto di aver una competenza tecnica da “barista”, un periodare di pallone reso possibile esclusivamente per il fatto di aver visto nella mia vita tante partite, quindi non voglio suggerire a Baroni cosa deve fare e quando lo deve fare, ma esiste una logica che prescinde dalla competenza, ed inoltre esiste una logica dei sentimenti. Mi occupo a livello professionale di sport da anni, amo il Toro da quando ho memoria del gioco del calcio, e non ho mai assistito ad un avvenimento agonistico per il desiderio di veder vincere i miei favoriti(non che non mi importi vincere, sia chiaro). Il desiderio è quello di provare emozioni e non importa quanti fallimenti devo vedere o sopportare per giungere a provarne una. Non sono juventino, né ho mai voluto prendere Giampiero Boniperti ad imitazione. Il ripensamento di Baroni alla fine del primo tempo di Torino Udinese, mi ha ricordato quanto si sia immersi in una malattia piena di muffa incline a poter spezzare il cuore e farlo così sprofondare nello scetticismo. Non ho paura della sconfitta, bensì che nessuno si appassioni o creda più in qualcosa che non sia la sua piccola, dannata, comoda mediocrità.
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