00:50 min
toronews mondo granata Giancarlo Cella, il rigore parato a Bari entrato nella leggenda granata
IL RACCONTO

Giancarlo Cella, il rigore parato a Bari entrato nella leggenda granata

Matteo Curreri
È morto a 85 anni il jolly piacentino: il 5 marzo 1961, dopo l’espulsione di Vieri, si improvvisò portiere e parò un tiro dal dischetto

La duttilità e l’affidabilità: i marchi distintivi di “Caje”, come era soprannominato Giancarlo Cella, scomparso quest’oggi all’età di 85 anni. È morto a Bobbio, dove era nato il 5 settembre 1940. Lo stesso paese che ha dato i natali a Marco Bellocchio, in quella provincia piacentina raccontata dal regista in "Marx può aspettare": luogo di formazione, impronta e praticità. E Cella, in campo, mostrava proprio quel tipo di solidità: un giocatore di grande garanzia, ma soprattutto capacità di adattarsi.

Il Torino lo aveva prelevato dal Piacenza nel 1958, un anno particolare per i granata: quello del trasferimento dal Filadelfia, dalla "Fossa dei Leoni", al Comunale, ma anche della comparsa della “T” sul petto, per l’accordo di sponsorizzazione con la Talmone, che non portò granché fortuna, anzi. Il Torino retrocesse per la prima volta in Serie B, per poi risalire e ritrovare Cella, che nel frattempo aveva fatto esperienza in prestito al Novara, dove riuscì a conquistarsi la convocazione per i Giochi olimpici di Roma del 1960 con la Nazionale. Dal 1960 al 1965 fu uno dei perni delle formazioni guidate dapprima da Beniamino Santos, Cinto Ellena, fino a Nereo Rocco. Le sue caratteristiche erano quelle di un libero atipico, nato come centrocampista e dotato di tecnica e visione di gioco. Ha ricoperto i ruoli di terzino, libero, interno e ala: “Mi è accaduto perfino di dover giocare da portiere e con qualche risultato, visto che posso addirittura vantarmi di aver parato un rigore tirato da Erba”, avrebbe poi raccontato in un’intervista. Un episodio, questo, datato 5 marzo 1961, che entra di diritto nelle più vive pagine di storia granata.

5 marzo 1961: il Bari avanti per un gol in offside e Vieri...

—  

Il Torino, nella stagione 1960-1961, è una neopromossa in massima serie. A guidarlo, in panchina, è Beniamino Santos, che si era già fatto conoscere nel post Superga nelle vesti di goleador. Ma sono proprio i gol, in quella formazione, a scarseggiare. Crippa, Giancarlo Danova, Tomeazzi e “Chico” Locatelli, l’argentino su cui i granata fatto grande affidamento, non funzionano. Le note positive, però, arrivano da una difesa arcigna e da questo giovane ragazzo che si fa notare a centrocampo al fianco di Giambattista Moschino. Questa difficoltà nel capitalizzare le occasioni fa da cornice a una trasferta di Bari che riflette un dato di per sé indicativo: lo zero alla voce vittorie lontano dal Comunale, destinato a restare invariato fino a fine stagione. Ma sul terreno dei “Galletti” accadono cose al di fuori di ogni spiegazione logica. E il protagonista è il direttore di gara di Macerata, Cesare Jonni, oltre al nostro Cella.

La partita vede fin da subito il Bari mettere sotto assedio la retroguardia granata. Tanto che, al 14’, si compie l’azione del vantaggio dei padroni di casa. Un lungo traversone arriva dalle parti del barese Tagnin e la sensazione è che la sua posizione sia al di là della linea difensiva del Toro. Ferrini, alle sue spalle, prova a raggiungerlo, ma Lido Vieri, convinto del fuorigioco, esce di cinque o sei metri dai pali e non si muove. E se il guardalinee alza la bandiera per segnalare l’irregolarità, l’arbitro non lo segue. Così Tagnin può colpire di testa e trovare la rete, confermata dal direttore di gara.

Il Toro chiude sotto di uno all’intervallo, ma è nel secondo tempo che il match prende una piega ancora più deficitaria. Dopo sette minuti, il Bari guadagna un calcio d’angolo che porta a una mischia davanti alla porta granata. Il barese Mazzoni frana addosso a Lido Vieri in uscita, che prende inavvertitamente un calcio al ginocchio. La reazione di Vieri non si fa attendere: “Vieri mi allungava la mano sulla guancia, colpendomi al volto con uno schiaffo. Per me, un episodio qualunque, tanto che dissi a Vieri: ma che fai? Non immaginavo né l’espulsione, né tanto meno il rigore”, racconta a caldo Mazzoni.

Cella, un giorno da portiere... e da pararigori

—  

Eppure, l’arbitro non bada alla carica sul portiere e assegna il penalty, espellendo Vieri. Così, mentre quest’ultimo esce dal campo zoppicante, Giancarlo Cella si toglie gli abiti da giocatore di movimento per difendere, la porta granata. Per 37 minuti: un'eternità, a cui si aggiunge l’immediata incombenza di un tiro dagli undici metri. Di fronte a lui c’è l'attaccante Paolo Erba. Il suo sfidante, al momento della conclusione, colpisce male. Cella allora, misto a incredulità, si getta in tuffo e blocca il pallone, lasciando sbigottiti i giocatori baresi e generando disappunto tra il pubblico. Ma, come già accennato, quello era un Toro sterile offensivamente e incapace di fare la voce grossa lontano da casa. Così gli assalti, sulla scia del miracolo di un Cella improvvisatosi pararigori, non conducono comunque all’1-1. E se la sconfitta è una delle tante che si possono leggere sugli almanacchi calcistici, il tuffo improvvisato di Cella resta memoria vivida: uno di quegli episodi eroici che colorano ancor di più la leggenda granata, che non potrà mai cadere nella banalità di una semplice storia legata al gioco del calcio. La carriera di Cella, sarebbe proseguita sotto la Mole fino al 1965, per poi trasferirsi al Catania, all'Atalanta e all’Inter. Con il "Biscione" nel 1971 si laurea campione d’Italia ritrovando, quasi per un gioco del destino, Lido Vieri: l’uomo che aveva sostituito quella domenica surreale a Bari. Infine il ritorno a casa, al Piacenza, e una seconda vita nel calcio da allenatore.