“Bertolacci, sale Marchese, prova lo scatto Sturaro. Il cross di Sturaro…arriva Gilardinooo. E c’è il gol del Genoa, improvviso, al 40’ minuto del secondo tempo”, così Geri De Rosa commentava gli apparenti titoli di coda di una sconfitta interna del Torino di fronte al proprio pubblico, su cui ormai sembrava non pioverci proprio. Ma sappiamo tutti che le cose sono andate diversamente. È il secondo minuto dei quattro di recupero ed è un “Immobileeee” a spezzare la rievocazione di un altro celebre ko interno con il Grifone, quello che nel 2009 decretò di fatto la retrocessione. Quel destro, dopo aver di poco varcato la linea dell’area di rigore, termina all’angolino; poi la corsa senza maglia sotto la Maratona, rincorso da compagni e dalla gente granata. Ciro rientra sul rettangolo verde, ancora a torso nudo. “E forse non è ancora finita” e ce lo ricorda Alessandro Gazzi in scivolata “Cerci porta palla. Cerci… Cerciiiii!!! Palo-gol!”. Quasi stessa mattonella, ma di mancino e con il pallone nel sette. “Che gol di Cerci! Incredibile a Torino”. C’è un protagonista, una squadra, una tifoseria totalmente scalmanata. Alessio va ad appiccicarsi contro le vetrate che separano la Maratona dai bordi del campo. Un dialogo intenso con la curva scesa a togliersi l’anima di dosso, faccia a faccia con l’eroe di giornata. È sommerso da tutto e tutti. “Cerca di liberarsi dal bagno di folla Alessio Cerci”: ce la farà, ma non potrà mai liberarsi di quella giornata semplicemente perfetta. “Credo sia il mio gol più bello, di certo il più appagante. L’esultanza della Maratona mi ha coinvolto, quasi frastornato. Non ci ho capito più niente”. Si tatuerà persino il minuto esatto, 47’ 47’’, vicino al cuore. Senza maglietta e chissenefrega se era diffidato e avrebbe saltato la partita dopo con la Lazio.

IL RACCONTO
Genoa-Torino 2016: Cerci, Immobile e la fine dei “Gemelli del gol”
Resta la storia di un pomeriggio del 13 aprile 2014 che aveva ormai rimarcato il mito – senza minimamente voler scomodare Pulici e Graziani – dei Gemelli del gol della nostra generazione, tutt’altro che abituata a gioie di questa portata. Semidei in quell’annata 2013-2014, conclusa comunque da giocatori del Toro, con un finale malinconico: Immobile con quel rosso dal sapore di addio contro il Parma, arrivato dopo il gol che per un attimo fece credere che tutto potesse cambiare – lo status del Toro, e anche quello di chi era cresciuto tra Serie B e delusioni e quel pomeriggio, già dal prepartita, viveva un sogno a occhi aperti -; Cerci con le lacrime di Firenze, che costrinsero a riaprire gli occhi dopo averli bagnati, chi nel pianto, chi in una tristezza corposa di chi aveva provato a resistere.
Sarebbe stata comunque Europa, senza di loro. E chi l’avrebbe detto, tra i presenti a quell’ultima epopea granata, che quel duo, due anni dopo, si sarebbe ritrovato uno contro l’altro in un Genoa-Torino? Probabilmente una sceneggiatura stonata, scritta sotto funghi allucinogeni, e che invece è diventata storia vera. I Gemelli del gol non esistevano più: si erano sciolti, come Noel e Liam Gallagher, ma senza quell’astio fratricida. Sulla stessa linea temporale, sullo stesso terreno di gioco, ma su binari diversi.
“Certi amori non finiscono…”: riesplode la 'Ciromania'
—“Ciro Immobile la, la, la, la”, ancora “Olè, olè, olè, olè, Ciro, Ciro” e l’immancabile “Chi non salta bianconero è”. Questa è l’accoglienza che il popolo granata riserva al figliol prodigo rientrato a casa dopo due esperienze all’estero tutt’altro che esaltanti.
Atterra sulla pista di Caselle, avvolto in un cappotto a quadri grigio scuro sopra una maglia bianca, con la barba corta e i capelli chiari e spettinati. Il volto è sorridente e un po’ frastornato dall’abbraccio festante dei tifosi che lo circondano. Tra le mani gli porgono una sciarpa granata: la mostra al suo vecchio e nuovo popolo, per poi mettersela al collo.
“Toro, è riesplosa la Ciromania!”, titola La Gazzetta dello Sport il 14 gennaio 2016, mentre già si paventa una possibile maglia da titolare contro il Frosinone. Non rindosserà la maglia numero 9: quella, da qualche mese, è diventata di Andrea Belotti. Sulla sua schiena campeggerà il 10: “Ringrazio il presidente Cairo, il direttore Petrachi e tutta la società per la fiducia che mi hanno di nuovo concesso e voglio dire grazie anche ai tifosi per l’accoglienza di Caselle: non me l’aspettavo; perciò è stato ancora più bello”.
Il romanticismo è l’ottica più suggestiva per osservare i fenomeni del calcio, ma spesso rischia di essere fallace. A Dortmund e Siviglia, Immobile è stato un fiasco. Un certo Jürgen Klopp aveva scelto il bomber di Torre Annunziata per affidargli un’eredità pesante per chiunque: sostituire Robert Lewandowski, probabilmente il miglior attaccante della sua generazione. La Bild, dopo una stagione chiusa con 10 gol in 34 presenze, lo definirà “uno dei più grandi errori del Borussia Dortmund”. Il trasferimento in Andalusia doveva rilanciarlo, ma le sole quattro reti in quindici presenze e le numerose panchine raccontavano di un goleador smarrito, che rischiava, con un Europeo all’orizzonte, di perdere anche la via della convocazione da parte del ct Antonio Conte. Spesso si torna dove si è stati bene, e l’aria di casa gli giova fin da subito. Contro il Frosinone Immobile segna due volte lo stesso rigore, fatto ripetere dall’arbitro Irrati. Si torna a dove tutto si era interrotto: a un’altra corsa sotto la curva.
“Emozionato al debutto? No, l’emozione l’ho provata all’arrivo all’aeroporto; con la partita è passato tutto”, racconta Immobile, che in quei primi giorni di ritorno al passato in salsa granata ritrova l’uomo che, dopo una stagione d’esordio in Serie A chiusa con cinque reti in maglia Genoa, lo aveva lavorato artigianalmente fino a far riemergere il bomber implacabile visto a Pescara. Quel Gian Piero Ventura che non nega come l’impatto di Ciro stia già producendo i suoi frutti: “Immobile ha portato non solo qualità, ma anche un po’ di spensieratezza nello spogliatoio”.
Più ironico il presidente granata Urbano Cairo: “È un ragazzo straordinario, è riuscito a tornare al Toro guadagnando il triplo di prima e facendo la figura di quello che si è ridotto lo stipendio… quasi quasi lo assumo nelle mie aziende”.
Il gol al Frosinone non è accompagnato da repliche immediate. A Dortmund e Siviglia era stato utilizzato col contagocce e tornare a indossare i panni del titolare inamovibile gli richiede un dispendio fisico non indifferente. La scarsa lucidità si riflette in cinque gare senza gol, ma con tre assist a referto distribuiti tra Sampdoria e Chievo. Ciro-gol torna nella cornice del Barbera, dove il Toro vince dopo quasi cinquantaquattro anni. Gilardino apre le marcature in favore del Palermo, ma i granata non si disuniscono. Immobile si procura un penalty che trasforma con precisione. Poi è un errore di Gonzalez a completare l’opera: nel tentativo di anticipare lo stesso Immobile su un cross di Bruno Peres, interviene in spaccata e infila il proprio portiere Sorrentino. Al 69’ arriva la pietra tombale sull’incontro: Immobile salta ancora il povero Gonzalez e chiude i conti per l’1-3 finale.
Se Ciro non segna, il Toro non vince. Ecco allora lo 0-0 col Carpi, il ko per 1-0 col Milan e l’1-1 contro la Lazio, tutti accomunati dall’assenza di quel cognome a tabellino. Il prossimo appuntamento è datato 13 marzo 2016 e conduce il Toro a Marassi: ad attendere i granata c’è il Genoa di Gian Piero Gasperini e una faccia ben conosciuta da chi ha a cuore le vicende granata.
Cerci, Genova per ricominciare
—“Se Cerci vuole restare, io sono il primo a volerlo trattenere. Ma se la sua volontà è un’altra, allora cambia tutto”, così affermava Urbano Cairo il 1° agosto 2014, quando la partenza di Alessio Cerci era un’opzione molto accreditata, ma non definitiva. Per poi aggiungere: “Non sarò di certo io a tarpargli le ali”. Così, alle 20.30 del 18 agosto, sul profilo Twitter del calciatore compare: “Accordo raggiunto con l’Atletico Madrid, ringrazio Torino e i suoi tifosi per tutto”. Peccato che quel tweet abbia vita breve, con lo stesso Cerci a chiarire a Sky Sport 24: “Non sono stato io a scrivere quel messaggio. Stavo giocando alla PlayStation. Qualcuno è entrato su Twitter e ha scritto questa cosa falsa”.
Finché, il 31 agosto, arriva l’ufficialità, quella che non si può smentire e che priva il Toro di entrambi i membri della sua coppia-gol. Nessuna manovra di hacking: Cerci è un giocatore dell’Atletico. Poi sì, quel messaggio: non opera diretta di Alessio, ma della moglie Federica Riccardi. Sei mesi di “calcio che conta” sotto le direttive del Cholo Simeone per un totale di 284 minuti in undici presenze e una sola rete: non proprio il minutaggio che sognava. In più non nasce nemmeno un grande feeling con i tifosi, che invece di sostenerlo finiscono per deriderlo.
Arriva così il ritorno in Italia, al Milan, dove si vede soltanto un lontano parente del giocatore già ammirato in Serie A. Quando tornerà a Torino da avversario, l’accoglienza non sarà delle migliori: “I fischi della Maratona sono la pugnalata alle spalle che mai mi sarei aspettato”, prima di scomodare su Facebook Martin Luther King, che “diceva che non ci può essere profonda delusione dove non c’è un amore profondo. Allora provo a consolarmi così: lavoro e vado avanti anche stavolta”.
In rossonero non sboccerà mai e così, a fine gennaio 2016, si consuma il trasferimento in prestito al Genoa. “Sono qui per rilanciarmi e tornare il giocatore che sono. Nell’ultimo anno ho giocato poco. Il Genoa è un’opportunità da cogliere. All’Atletico Madrid ho avuto poco tempo. La scelta di andare al Milan è stata sbagliata: potevo restare all’Atletico e cercare di soffrire e lottare un po’ di più. Del Milan però non voglio parlare”. I rossoneri sono la prima squadra che colpisce con la maglia del Grifone, prima di ripetersi la giornata successiva contro l’Udinese. Poi, giunge il momento di uno scontro che due anni prima sarebbe sembrato contro natura, ma che ora assume il sapore di chi ne ha vissute tante e vuole dimenticare per ritrovare sé stesso. “Al Torino solo emozioni forti. Se segno non esulto”, è l’appello riconoscente del prepartita di Cerci, a cui risponde con ironia Gian Piero Ventura, che oltre a Torino lo aveva già allenato a Pisa: “L’ho detto ieri e lo ripeto oggi: se mi vuol bene non farà gol. Altrimenti questo vero affetto non c’è”.
Quel giorno a Marassi e quello che resta
—“Gli ex Gemelli del gol, uno contro l’altro”. Così vengono introdotti gli highlights di quella partita, pubblicati sul canale YouTube della Serie A. Poi c’è il campo: un’azione che sembra mettere la partita in discesa per i granata. “Avanza Maksimovic. Il cross teso, c’è il velo da parte di Immobile, che riceve il passaggio di ritornooo. E c’è il vantaggio del Torino al quarto minuto con una splendida azione finalizzata da Ciro Immobile”. Quel giorno Ciro sembra davvero Re Mida: Acquah gli offre un filtrante e, in area di rigore, di prima intenzione, scarica un destro sul secondo palo, un misto di potenza e precisione balistica su cui Perin non può fare nulla. Inizio fulminante: Toro avanti di due reti dopo un quarto d’ora.
Ma non è solo un Genoa-Torino in cui il doppio vantaggio granata sembra l’anticamera di una rimonta altrui. Alessio Cerci lo ricorda a tutti spiazzando Daniele Padelli dagli undici metri con una saracca centrale. A testa bassa, rientra verso la propria metà campo.
La gestione del risultato precipita poi definitivamente quando Immobile, su una palla tagliata da destra di Bruno Peres, spreca calciando altissimo un’opportunità con gran parte della porta sguarnita. Poco dopo Izzo, trattenuto da Acquah, si guadagna un altro calcio di rigore in favore del Genoa. La rincorsa e il mancino finiscono all’angolo più alto, alla sinistra di Padelli, che va dall’altra parte.
Così si chiude la prima frazione, mentre la ripresa vede Gasperini — già all’intervallo — attuare la mossa vincente con Luca Rigoni al posto di Laxalt. Su una punizione calciata da Suso, l’ex Chievo è colpevolmente solo e libero di insaccare di testa.
Ma, ai posteri, poco importa. Quel primo tempo resta il riassunto di un what if e di qualcosa che è già stato: una stagione, una parola — “cavalcata”, se si ripensa al 2013-2014 — con cui i tifosi del Toro hanno smesso di familiarizzare. “Era la gara di Cerci e Immobile? Con Alessio ci siamo sentiti tutta la settimana e abbiamo parlato di tutto meno che di calcio. Son contento per lui, ma sinceramente penso al Toro”, afferma Immobile nel post partita, confermando quanto sia più il tifoso — l’innamorato platonico e non corrisposto — a voler trovare a forza significati umani in semplici scalciate, spesso superficiali e sgangherate, a un pallone.
L’incontro fu anche un punto di svolta nelle loro carriere. Immobile, a fine stagione, non verrà riscattato dal Siviglia. Si accaserà alla Lazio, dove diventerà una leggenda dei biancocelesti, con 207 gol in 340 partite. Spesso sarà protagonista di episodi che si interfacceranno col Toro, come quello del 2021: il rigore sbagliato, sul palo, che consentì ai granata, di fatto, di mantenere la Serie A dopo una stagione complicata con Giampaolo e poi Nicola in panchina. Nel finale di partita, l’accusa di Cairo di aver giocato la partita “con il sangue agli occhi”. “Tutti sanno chi è Immobile: un calciatore, sì, ma soprattutto un uomo rispettoso delle regole e dei principi della lealtà”. La risposta di Cairo arrivò dura, quasi risentita. Ricordò come Immobile fosse stato rilanciato a Torino dopo un’annata difficile, la fiducia ricevuta da Ventura, il ritorno in granata su sua richiesta dopo le delusioni all’estero. Poi la chiusura: quando arrivò il momento di restare, il legame non fu ricambiato e le due strade si divisero per sempre.
Per l’altro protagonista di questa storia, Alessio Cerci, il declino è inesorabile. Dopo il Genoa ci sarà un anno perso all’Atletico Madrid, prima del ritorno in Italia al Verona. Al Bentegodi, il 24 settembre 2017, va in scena un ultimo scontro tra ex Gemelli del gol. Ma questa volta soltanto Immobile compare nel tabellino, per ben due volte, nel netto 0-3 in favore dei capitolini. La settimana seguente, il 1° ottobre 2017, la visita a Torino. “Vicino al Toro in estate? Sto benissimo al Verona, ci sono state situazioni ma meglio evitare queste domande”.
Poi l’esperienza in Turchia, all’Ankaragücü, e il ritorno in Italia alla Salernitana, con Ventura chiamato a rilanciarsi a sua volta dopo il flop in Nazionale. Niente: di quel Cerci nemmeno l’ombra. One-season wonder o talento autentico ormai logorato dal peso mediatico che si portava dietro? Ai posteri l’ardua sentenza. Un viaggio che si conclude ad Arezzo. “Se a 33 anni sono in Serie C vuol dire che qualche errore l’ho fatto…”, diceva nel 2020, un anno prima di appendere gli scarpini al chiodo. “Rimpianti? L’unica cosa che non rifarei è andare via da Torino nell’ultimo giorno di mercato”.
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