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Torino-Lazio, il derby del silenzio: curve vuote contro Cairo e Lotito

Matteo Curreri
Granata e biancocelesti uniti dalla protesta: stadi svuotati per contestare due gestioni considerate lontane dalla piazza

Si può parlare di Torino-Lazio come di un derby? Tecnicamente no, visto che – come da vocabolario – il derby è una “competizione sportiva fra due squadre della stessa città o regione: derby stracittadino; derby lombardo”. In questo caso, però, ad accomunare due realtà separate da 644 km (questa la distanza che intercorre tra il Filadelfia e Formello) non è una vicinanza territoriale, bensì uno stato d’animo condiviso da due tifoserie contrapposte alle rispettive società. Dimenticate il caos, i cori, le curve colorate, le coreografie: tra granata e biancocelesti andrà in scena il “derby del silenzio” in un teatro dello Stadio Olimpico-Grande Torino che, come già accaduto nei precedenti episodi con Lecce e Bologna, sarà privo della presenza massiccia dei punti nevralgici del proprio tifo. Una presa di posizione precisa e, al momento, inderogabile. Sintomo di un’esasperazione generale tale da mettere in secondo piano l’urgenza di una dimostrazione d’affetto da riservare alla squadra, in un frangente della stagione che vede il Torino marciare da Serie B.

La sensazione, per entrambe le tifoserie, è che la priorità non sia salvare la stagione, la fredda attualità, ma preservare due sensi di appartenenza che rischiano di disperdersi di fronte a una gestione ritenuta dalla stragrande maggioranza fin troppo oculata e distante dal sentimento della piazza. Nel mirino ci sono due imprenditori che non hanno mai nascosto come l’interesse sportivo debba andare di pari passo con quello finanziario. Due presidenti, Cairo e Lotito, che, nonostante convivano da anni con un clima torrido, si mostrano fermi nella loro intenzione di rimanere al capezzale di due società acquisite da una base similare, dopo due crack finanziari, senza mai condurle pienamente al salto di qualità sportivo, commerciale e infrastrutturale.

Due contestazioni che si fanno sentire

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Non sono rapporti incrinatisi dall’oggi al domani, anzi. È dai primi anni di presidenza che Lotito e Cairo sono in rotta con le loro realtà, ma probabilmente, per entrambi, nell’estate 2024 qualcosa è cambiato definitivamente. I biancocelesti erano infatti scesi in piazza per protestare contro il ridimensionamento individuato nella nomina di Marco Baroni e in un ricambio non ritenuto all’altezza; i granata avevano invece perso due giocatori importanti come Alessandro Buongiorno e Raoul Bellanova. È soprattutto la cessione di quest’ultimo ad aver innescato nuovamente un disagio profondo verso la proprietà Cairo, rimasto sempre di sottofondo ma ora esposto con maggiore compattezza per le strade di Torino.

Così la dimostrazione, la marcia prima della partita con l’Atalanta, fino ad arrivare a questa stagione, a un’altra sfida con l’Atalanta accompagnata da un nuovo percorso dal Filadelfia allo stadio. Nel mezzo, la marcia del 4 maggio fino a Sassi, prima di salire a Superga. In queste ultime settimane è maturata la scelta di prendere una decisione drastica, andando quasi contro sé stessi, contro quel naturale impeto di sostenere la propria maglia indipendentemente da tutto, per una missione ritenuta più grande.

Il punto è di rottura: per il popolo granata il bene del Toro passa anche dal fare “del male” al Torino di Cairo, soprattutto sul piano dell’immagine da offrire al di fuori della cintura torinese, dove mediaticamente il Toro resta un argomento ultra marginale. Uno stadio vuoto ha il suo impatto e se n’è accorto lo stesso patron granata. “Mi è spiaciuto moltissimo. Sembrava di essere in trasferta”, aveva detto dopo il Lecce, prima di subire i cori dal primo anello della tribuna da parte dei Torino Hooligans durante Torino-Bologna.

Cairo e Lotito: "Non vendiamo"

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La contestazione proseguirà. Le curve resteranno vuote anche contro la Lazio. Mentre in campo D’Aversa farà il suo esordio in granata contro Sarri, fuori dallo stadio i tifosi granata giocheranno a calcetto. “La scelta più dolorosa per chi aspetta la domenica per stare vicino alla propria squadra del cuore”. Ma a dare il via a quello che Ivan Zazzaroni ha definito “il nuovo fenomeno”, riferendosi alle iniziative di lasciare gli stadi vuoti, sono stati i laziali. “Ci rimettono tanto a non andare allo stadio, ma sono contro una certa gestione e lo stanno dimostrando nella maniera più civile al mondo”. Una protesta, quella biancoceleste, inaspritasi definitivamente da quest’estate, cominciata prima con la promessa di contestare i primi 15 minuti del match e poi sfociata nella decisione di non figurare nemmeno all’Olimpico. Anche qui l’intenzione è quella di non tornare indietro, avendo già comunicato la volontà di lasciare lo stadio vuoto anche in occasione della semifinale di Coppa Italia contro l’Atalanta. Non sono mancati i botta e risposta tra i due fronti, spesso parecchio aspri. Intanto il titolo della Lazio vola in Borsa dopo la presentazione del progetto Flaminio e la risposta della società, alle voci di una possibile cessione, è la seguente: “La S.S. Lazio non è in vendita”. Anche Cairo assicura che il Toro vuole tenerselo stretto. “La contestazione la vedo e la sento, ma devo passare in mezzo alle fiamme quando ci sono e cercare di spegnere il fuoco”. Tradotto: per il momento non è un tema, nonostante il rimbalzarsi di voci dell'ultimo anno mezzo. Questo dopo gli striscioni e il letame davanti al Filadelfia (arrivato fino oltreoceano), nell’ostinazione quasi cieca che dal letame possano ancora sbocciare dei fiori, aggrappandosi con le unghie e con i denti a due realtà che, dopo essere state risanate, non sanno ancora come tornare a mettere la freccia davvero, come vorrebbero i propri tifosi.