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Il Toro e i blackout: bastano pochi minuti per perdere tutto

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D’Aversa a San Siro ha fatto i conti con uno dei tratti distintivi dell’era Baroni: una partita sfuggita di mano che genera rimpianti
Matteo Curreri
Matteo Curreri Redattore 

Roberto D’Aversa voleva un Toro da Toro e per larghi tratti è stato indubbiamente accontentato. “Si deve giocare per la vittoria” è stato il suo monito a poche ore dall’incontro di San Siro e le statistiche della prima frazione lo confermano: 0,97 expected goals a 0,20, 2 big chances a 0 e ben 12 tiri contro i 5 del Milan. Tanto da chiedersi come fosse possibile che l’ottavo gol in campionato del Cholito Simeone fosse servito soltanto a ristabilire la parità. Poi, però, il Toro è tornato a fare il Toro, lasciandosi soggiogare da quei temi scomodi che hanno accompagnato i granata alla trasferta milanese.

Una vittoria in campionato che manca dal 1985, un Allegri battuto una sola volta – reliquia dell’unico derby vinto nell’era Cairo – e un D’Aversa con storici analoghi: mai vincente contro la squadra con cui è cresciuto, né contro il collega livornese. Sentenze confermate anche in appello. E così bastano due minuti per trasformare una gara giocata finalmente senza remore in motivo di rimpianti.

Un vizio che viene da lontano

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Modric-Pulisic-Rabiot. E il parigino che colpisce come all’andata. Poi è l’altro francese, Fofana, a prendersi gioco di Ebosse, di altri due marcatori e di un Paleari tutt’altro che impeccabile. E di colpo ci si ritrova sotto di due. Nulla di nuovo, almeno per quanto riguarda l’intero arco stagionale, anche se tendenzialmente parevano avvenimenti da circoscrivere alla precedente gestione. I blackout, per cui il Toro perde il pelo ma non il vizio.

Da San Siro a San Siro. È lì che il Toro ha inaugurato il proprio campionato: un 5-0 subito dall’Inter, premonitore della brutta abitudine di andare a prendere il pallone in fondo al sacco. Nessuno, ad oggi, lo ha fatto più dei granata: ben 53 volte. “Questa sconfitta ci deve lasciare quel dolore addosso per ricercare l’equilibrio e la compattezza che vogliamo”, è stato il commento di Marco Baroni dopo quell’esordio sciagurato. Peccato che, dopo nemmeno un mese, il suo Toro buttasse con totale arrendevolezza l’intero pomeriggio con l’Atalanta in soli 8 minuti. Ah, in entrambe le partite nessun ammonito a referto. “Una cosa inspiegabile. Un problema di atteggiamento mentale”, commentò il tecnico che, più avanti nei giorni, si diceva comunque fiducioso e voglioso di riscatto: “Con i tifosi siamo in debito perché in alcune partite siamo usciti dalla prestazione”.

Toro, la fragilità come sistema

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E per un periodo Baroni sembra anche trovare la quadra, con 6 risultati utili consecutivi. Un’illusione che si sbriciola contro il Como di Fabregas, la nemesi del baronismo. Cinque gol la sera del 24 novembre, ma soprattutto una squadra che, dopo l’1-2 di Addai, ne prende altri due nel giro di 5 minuti: Ramon e Paz, prima del sigillo finale di Baturina. “La squadra dopo i cambi è uscita dal campo e questo non deve mai succedere". Quel “mai” diventa, bensì, “troppo spesso”, e in modo preoccupante. Perché la giornata successiva, a Lecce, nonostante il tecnico avesse fatto appello a una partita di vigore, la squadra si scioglie ancora nell’arco di 94 secondi. Amnesie totali sulle reti di Coulibaly e Banda. Il ritornello è sempre lo stesso: “Non è possibile prendere due gol uno dietro l’altro”. Ma la fragilità diventa una costante di questo Toro 2025-2026, che a un certo punto deve fare inevitabilmente i conti con il reale obiettivo stagionale: arrampicarsi sugli specchi per mantenere la categoria. Meglio sorvolare sulla trasferta di Como; anche a Firenze la squadra di Vanoli ribalta il risultato nell’arco di 6 minuti (Solomon, poi Kean), prima del 2-2 di Maripan.

D'Aversa: "Una squadra deve saper soffrire"

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Crolli, amnesie. Andando a vedere i gol subiti dal Toro in questa annata, emerge un ricco campionario di errori, di diversa natura, ma soprattutto una mancanza di concentrazione lampante nei momenti chiave, quando il Toro – come vorrebbe il subentrato D’Aversa – deve fare il Toro e non lasciarsi cadere. “Novantacinque minuti di attenzione e abnegazione” aveva chiesto alla vigilia, perché “se sbagli qualcosa, formazioni così forti ti puniscono”. La consolazione arriva comunque dall’essere rimasti in partita, ma è misera di fronte a quanto espresso fino a quel tracollo di inizio ripresa. “In pochi minuti abbiamo buttato via una partita in cui avremmo meritato un risultato diverso”.

E forse è ormai troppo tardi per cambiare i connotati psicologici di un gruppo a otto giornate dal termine. Una squadra deve anche saper soffrire: se in quella circostanza avessimo preso un solo gol, dopo sarebbe stata un’altra partita”. Ma dopo un’annata da colabrodo è anche complicato non appoggiarsi sulle vecchie, anche se malsane, abitudini. Non si torna indietro e sarà soprattutto D'Aversa a cercare di tenere ancora il Toro sulle spine. Non si spreca un'occasione del genere.