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COMO, ITALY - JANUARY 24: Torino FC reacts after the match during the Serie A match between Como 1907 and Torino FC at Giuseppe Sinigaglia Stadium on January 24, 2026 in Como, Italy. (Photo by Stefano Guidi - Torino FC/Torino FC 1906 via Getty Images)
Fino alle 20.45 di venerdì il Torino si trovava nella drammatica situazione difensiva che ha accompagnato gran parte della stagione: fanalino di coda con 34 gol incassati in compagnia del Verona. 90 minuti più tardi il Pisa aveva tolto momentaneamente i granata da questo impasse, subendo ben 6 reti a San Siro. Da Milano a Torino, giusto qualche ora prima Marco Baroni presentava in sala conferenze la trasferta di Como. Un appuntamento che faceva inevitabilmente riemergere le tristi memorie della serata del 24 novembre scorso: quella della figuraccia casalinga contro la squadra di Fabregas, della “manita” che portò alle scuse ai tifosi da parte dell’allenatore granata e a tuonare: “Uscire dalla partita non è accettabile e mi assumo la responsabilità”. Certe ferite, sono ardue da rimarginare. E così il Toro si presentava a uno stress test non di poco conto. Perché da quella serata di novembre non sono mancante le abituali oscillazioni. Le illusioni, come quella di Roma in Coppa Italia, e le solide realtà, ossia le tre sconfitte consecutive in campionato che precedevano la gara del Sinigaglia. Ed ecco Baroni proferire frasi come: “Da noi occorrerà una partita di grandissimo spessore, personalità e aggressività”. E fino al mattino di sabato, il popolo granata poteva quanto meno aggrapparsi a questa flebile speranza. Intendiamoci: puntare sui granata sarebbe già stato un po’ come mettere due fisso a Inter-Cagliari, un rischio di per sé enorme da prendersi nella vita, molto meno sostenibile di aprire un bar in Costa Rica. E anche mentre i suoi adepti effettuavano il riscaldamento, il solito refrain baroniano, premonitore: “La squadra sa che deve stare dentro a una prestazione di voglia e aggressività che oggi sarà fondamentale”.
Domeniche uggiose, tristi e da sfondarti il fegato se ne ricordano eccome. Non è una novità. Ma la frase “non c’è mai limite al peggio” sembra essere quanto mai veritiera. Il Toro raccoglie quanto semina e forse ha già raccolto più di quanto si meritava. E ora a Pisa possono quanto meno indorare la pillola: ultimi, ma non i migliori a spalancare la propria porta alle iniziative avversarie. Il Toro, invece, torna ad essere un’eccellenza al contrario, che difende male, con metodo. La stagione difensiva dei granata (dati Sofascore) lo certifica: 1,8 gol subiti a partita, 2,5 parate di media per chi si cala tra i pali e la sensazione costante che ogni sbavatura diventi una sentenza. Otto gli errori che hanno portato al tiro e otto quelli che hanno portato direttamente al gol: come se ogni disattenzione fosse un invito a nozze. E quando si perdono le distanze c’è da mettersi le mani nei capelli: 25,2 rinvii difensivi a gara, 4 rigori commessi e, ciliegina sulla torta, 5 falli da ultimo uomo, a segnalare un approccio sempre più disperato al semplice non farsi bucare.
40 reti incassate in 22 giornate sono il peggior dato dell’era Cairo, ma non della storia del Torino. Per fortuna, ci sono i 54 del Talmone Torino (1958-1959) a tenere banco, ed è tutto dire, visto l’aura profondamente negativa che si porta quella pagina di storia granata. E a Como il risultato si è fatto tennistico, in attesa di un’altra edizione delle ATP Finals: 6, che può essere anche letto come il verbo che più conduce a guardarsi allo specchio, a fare dei dolorosi conti con sé stessi. Nessuno escluso, dai giocatori al presidente. Si vorrebbe tanto scrivere che la carneficina di ieri sia il passivo più grave registrato durante la gestione Cairo, ma purtroppo non è così. O meglio, non è l’unico. Mentre sì, non era mai successo di prendere 11 gol, tra andata e ritorno, da una sola compagine. Quel Como che ora è a tutti gli effetti il “villain” della Serie A, che acuisce i malumori delle piazze in rivolta verso società con cui già si trovano ai ferri corti (il Toro, come la Lazio). Se la gara di ieri doveva essere uno “stress test”, i numeri raccontano invece più di una resa delle armi. 2,88 xG concessi, lasciando ai padroni di casa 4 grandi occasioni e 17 tiri complessivi. Ma il dato che certifica l’umiliazione è il 13% di contrasti vinti e un solo intercetto in tutta la partita. E alla voce risultato, le naturali conseguenze.
E così si ripete un film già visto: le scuse, le assunzioni di responsabilità. Mentre è al limite dell’inedito (era già successo con Mazzarri, dopo i 7 gol con l’Atalanta) la conferma di un progetto, non progetto, che ora è sia fallimento annunciato che provato dal campo. Lo stesso che, secondo Baroni (e Vlasic), i suoi hanno abbandonato dopo il 3-0. Anche se, bisogna chiedersi, se dopo il riscaldamento, qualcuno abbia davvero visto il Toro uscire dal tunnel. Anzi, a partita ultimata il tunnel sembra ancora più oscuro e senza una torcia ad indicare una direzione. A Como il secondo modulo della lezione di calcio di un Fabregas nelle vesti del Messia (insieme a Suwarso), capace forse anche di camminare sulle acque del Lago, si è svolta senza interruzioni. Gli unici a distrarsi sono sempre i difensori granata. Il Como ha quasi ridicolizzato la pressione senza palla della squadra di Baroni, con quei lanci a scavalcare il centrocampo, mostrando un’incapacità e l’impotenza nel contenere la fisicità di Douvikas. Ma in generale è stata un’immane sofferenza, a cui per essere masochisti si possono aggiungere gli abituali battesimi al gol stagionale, che ieri hanno riguardato Kuhn e Caqueret. Non è più il momento di girarsi dall’altro lato e far finta di nulla: il Toro deve ritrovarsi soprattutto sul piano umano, più che tecnico. Nessuno può accettare un tracollo emotivo del genere. Come all’andata, dopo il Como arriva il Lecce e uno scivolone fotocopia del Via del Mare sarebbe l’ulteriore conferma del cambio di scenario e di calarsi in un campionato volto ufficialmente a mantenere la categoria. Il ritiro, che comincerà martedì, si spera sia anche un’occasione per non ritirarsi definitivamente, ma per, al contrario, ritirare fuori gli artigli per salvare il salvabile.
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