C'è poco tempo, ma tanto su cui lavorare per Roberto D'Aversa. Il tecnico abruzzese, reduce dall'ultima esperienza in panchina a Empoli nella scorsa stagione, è chiamato a evitare lo stesso epilogo vissuto in Toscana. Il pericolo retrocessione, seppur a un passo, per il momento resta sullo sfondo e il cambio di allenatore – forse un po' tardivo – rappresenta quell’ulteriore campanello d’allarme per calarsi pienamente in quella che è, senza giri di parole, l’obiettivo della stagione del Torino: arrivare, di riffa o di raffa, al derby di fine stagione con già staccato il pass per la prossima Serie A. Come si è arrivati a tanto? È una lunga storia, che parte – se vogliamo restare ai tempi recenti – dalla nomina di Marco Baroni per il post Vanoli e dalle mancanze di società e allenatore nel creare una squadra a propria immagine e somiglianza e, soprattutto, un gruppo maturo, in grado di sopperire alle avversità del campo e dell’extra, condizionato dalla contestazione contro la società. Così la scelta di affidarsi a D'Aversa per quattro mesi e poi “saluti e arrivederci”, nonostante il presidente Cairo ricordi di averlo inseguito da tempo e che non si tratti di una scelta di ripiego.

IL TEMA
Toro, non solo Vlasic: D’Aversa cerca la salvezza nel suo centrocampo
Il nuovo allenatore è conscio di essere salito su un treno potenzialmente ad alta velocità, o quantomeno a velocità sostenuta, incartatosi su sé stesso. Comunque un biglietto da acquistare a occhi chiusi per cogliere l’occasione di invertire la spirale discendente della propria carriera. Lui, da curriculum, certe cose le ha già vissute, empiricamente. Della “dottrina Vlasic”, volta a una maggiore abnegazione dei compagni dentro e fuori dal prato verde, ha già dimostrato, a parole, di esserne un fautore. Gli altri? Cosa ne pensano? “Se qualcuno non avesse capito ancora il momento, sicuramente non farebbe più parte della squadra”. Idee chiare, che dovranno essere trasferite dalla gestione dello spogliatoio alle modifiche dello spartito tattico.
Toro, a centrocampo serve più personalità
—Il 3-5-2 resta attualmente la zona di comfort su cui lavorare per uscire da un’altra, ben più temibile, rappresentata dalla sensazione di smarrimento e da una fragilità ormai cronica. “Con il tempo lo verificheremo”, ha detto D’Aversa riferendosi a possibili variazioni, perché oggi più che mai l’interesse è rivolto “all’interpretazione”. Se la priorità è chiaramente sulla peggior retroguardia del torneo, con 47 gol subiti in 26 partite, i segnali devono arrivare da tutto il comparto squadra. D’Aversa, durante la conferenza stampa, ha trasferito il suo monito al coraggio anche a un centrocampo che, tolto il totem Vlasic, non ha saputo ancora incidere in entrambe le fasi. Per questo l’invito è a ritrovare personalità e la volontà di far male, di mettere in difficoltà la squadra avversaria.
“Se riusciamo a migliorare il possesso palla, siamo meno soggetti a subire palle gol”, ha affermato il tecnico, e i numeri, in questo senso, raccontano di una squadra che viaggia attorno al 44% di possesso medio, a dimostrazione di una tendenza a subire l’iniziativa altrui. Il Toro, quando palleggia nella propria metà campo, lo fa con discreta sicurezza, con quasi l’89% di precisione nei passaggi; ma quando alza il baricentro, nella metà campo avversaria, la percentuale scende attorno al 70%. Ed è qui che entra in gioco il centrocampo, dove servono personalità e qualità, ma anche capacità di attaccare gli spazi e offrire continuità nelle due fasi.
D’Aversa, in questi giorni, sta imparando a conoscere i suoi nuovi interpreti, ma sembra averne già colto la funzionalità all’interno del suo potenziale scacchiere. Parole al miele per Nikola Vlasic, motore unico e imprescindibile per questo Torino: “È un giocatore completo, lo ha dimostrato. Dal vivo mi ha impressionato ancora di più”.
D'Aversa, in missione per Ilic e Anjorin
—La lente d’ingrandimento, però, va su giocatori che devono ancora trovare la loro dimensione in questo Toro. Sicuramente, in termini di inserimenti, può dare una mano Cesare Casadei, capocannoniere del Torino nel 2026 con tre gol, escluso curiosamente al Ferraris da Baroni, che già contro il Bologna lo aveva utilizzato per soli 36 minuti. E chissà che non sia la volta buona di vederlo in compagnia di Matteo Prati, reduce dal suo primo mese in maglia granata, che – come il suo conterraneo – resta di difficile collocazione. “Prati è bravo nel fraseggio”, e chissà che non sia in cantiere l’idea di vederli in una mediana a due.
“Oggi come oggi il calcio moderno permette di variare”, e il discorso potrebbe valere anche per il centrocampo, dove figurano altri due giocatori oggetto di interrogativi. Il primo è Ivan Ilic, giunto al quarto allenatore che cercherà di tirargli fuori qualcosa da un bagaglio tecnico invidiabile, ma finora espresso solo a intermittenza. “Ilic nel 3-4-2-1 può stare in mediana perché è completo; in un centrocampo a tre può ricoprire il ruolo di play e mezzala. È un giocatore molto importante, dobbiamo lavorare affinché ritorni in condizione”.
Il secondo è Tino Anjorin, che D’Aversa conosce, avendolo allenato nella sua miglior stagione in carriera, a Empoli. “Viene dal Chelsea, è molto forte”, ma i problemi fisici restano il suo limite principale, oltre a una collocazione tattica ancora da definire. “L’anno scorso abbiamo avuto fortuna e bravura nel far sì che giocasse 21 partite. In questo momento dobbiamo solo cercare di lavorare con lui affinché possa tornare a essere quel giocatore importante che è stato con me”
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