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Toro, un anno fa se ne andava Aldo Agroppi

Toro, un anno fa se ne andava Aldo Agroppi - immagine 1
Il ricordo di un uomo che ha incarnato, in tutte le sue sfaccettature, lo spirito granata
Matteo Curreri

“Aldo Agroppi da Piombino, Toscana, avrebbe forse meritato di giocare nel Torino di Superga, e sicuramente nel Torino dello scudetto 1976. Nella prima squadra avrebbe pigmentato alla sua (grande) maniera la rivalità con la Juventus; nella seconda avrebbe permesso una felicità ancora più spinta perché, se una cosa mancò a quel trionfo troppo isolato, fu lo humor”. Così tratteggiava il profilo di Aldo Agroppi la penna di Gian Paolo Ormezzano, che lo aveva preceduto di poche ore nella morte, lasciando anch’egli un vuoto incolmabile nel mondo granata.

Agroppi se n’è andato esattamente un anno fa, il 2 gennaio 2025, a 80 anni, per le complicazioni di una polmonite. Ha chiuso gli occhi a Piombino, dove li aveva aperti per la prima volta il 14 aprile del 1944. Conobbe l’unicità endemica del Toro ad appena 16 anni, varcando per la prima volta i cancelli del Filadelfia. E poi quell’esordio che racconta tantissimo, che ha un che di esoterico: strano il destino. Era il 15 ottobre del 1967, un Torino-Sampdoria, che tutti sanno essere l’ultima partita disputata da Gigi Meroni. La Farfalla Granata se ne sarebbe andata la notte stessa, in corso Re Umberto.

Duecentosettantaquattro partite in otto anni. Diciannove gol e in bacheca due Coppe Italia. Ma soprattutto il trofeo più importante: quello di essere entrato nel cuore dei tifosi per aver incarnato pienamente lo spirito granata. Era soprannominato “Cotenna”, per la conformazione smilza ma dura. Polemico, ironico. Un uomo che non si faceva scrupoli a dire ciò che pensava, che non poteva assopire la propria autenticità. Vero, anche quando, dopo aver smesso di giocare, non nascose le proprie vulnerabilità, parlando di depressione, di un male logorante, “il tumore dell’anima”, come lo definì lui stesso. Uno stato d’animo che lo allontanò dal calcio nella sua seconda vita in panchina: “Non sopportavo l’ansia e le tensioni e la depressione mi consumava dentro. Mi accorsi che non ero più un allenatore”.

La carriera da calciatore la chiuse a Perugia, dove vide la sua squadra battere la Juventus il 16 maggio 1976, mentre il suo Toro pareggiava con il Cesena e si laureava campione d’Italia per l’ultima volta. Se n’era andato l’estate precedente, dopo essere andato vicinissimo al tricolore nel 1972. “Mi è stato scippato”, dirà più volte ripensando a un altro episodio in cui fu coinvolta la Sampdoria, quando Marcello Lippi allontanò un gol messo a segno proprio da Aldo dopo che il pallone aveva già varcato la linea di porta. L’arbitro Barbaresco non lo convalidò.

Ma, al di là di questo, Agroppi affermava nel 2023 – intervistato da Repubblica – di non provare alcun rimpianto, in una vita vissuta a muso duro: “Nessuno, soprattutto da calciatore. Aver indossato la maglia del Torino per me è stato un orgoglio. Non ho mai cercato altre squadre, non mi è mai importato niente. Quando entravo al Filadelfia sentivo un brivido. In quegli anni era un tempio. Aver giocato nel Torino è stata la cosa più bella della mia carriera. Un onore. Del resto non me ne frega più niente”.