Sessanta metri di immortalità

Culto / La nuova rubrica di Francesco Bugnone: “Un contenzioso fra società blocca Franco che viene addirittura cancellato dalle foto ufficiali, mentre continua comunque ad allenarsi a Orbassano”

di Francesco Bugnone

Josè Maria Franco Ramallo, professione attaccante, arriva al Toro dal Penarol nell’estate 2001 pagato 14 miliardi di lire il che lo porta a indossare un’etichetta che, Verdi docet, non porta benissimo se indossi il granata, cioè quella di strapagato. Però, oh, è un’intuizione di Mazzola che all’Inter aveva comprato Roberto Carlos e Zanetti quando nessuno li conosceva. Ma ripensandoci, aveva preso anche Caio e Rambert. L’occhio del tifoso è tarato su una sana diffidenza, mista a quella specie di affetto per gli outsiders che conosciamo fin troppo bene.

Questo sentimento si materializza durante un torneo estivo in Val d’Aosta a fine luglio. Entra nella finale contro il Parma e ogni volta che si avvicina a un pallone arriva un boato da parte dei tifosi. Sembra quando il meno dotato della compagnia gioca una partita e gli amici, a bordo campo, lo sostengono in una modo che si avvicina alla presa per il culo, ma per adesso meglio di niente. In quei pochi minuti, Franco fa il suo: conquista il penalty con cui Pinga pareggia il vantaggio di Mboma e segna dal dischetto nella lotteria che consegnerà ai granata il Trofeo Monte Bianco. Poi l’uruguaiano scompare misteriosamente.

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Un contenzioso fra società blocca Franco che viene addirittura cancellato dalle foto ufficiali, mentre continua comunque ad allenarsi a Orbassano aspettando che la situazione si chiarisca, ospitato dal connazionale Montero quando i soldi per pagare l’albergo non bastavano più. La situazione si sblocca a gennaio e Ramallo torna a essere un calciatore del Toro, dobbiamo solo capire se sarà un ariete, come era stato presentato agli albori della trattativa, il nuovo Asprilla, paragone uscito dopo i primi giorni di ritiro, o Dio solo sa cosa.

Un mini torneo a Imperia, dove segna una doppietta, è il preludio al suo esordio in serie A contro la Lazio. Il Toro sta vincendo 1-0 grazie a uno splendido gol al volo di Lucarelli che non sa ancora che sarà il suo ultimo centro stagionale e che, in campionato, segnerà solamente più un gol impossibile da sbagliare l’anno successivo a Udine (come un giocatore che ha segnato valanghe di gol ovunque prima e dopo il Toro, sia diventato di colpo incapace di metterla dentro indossando la nostra maglia, dovrebbe essere oggetto di studi, ma questa è un altra storia). In una giornata di epiche prime volte (pochi istanti prima nella Lazio aveva debuttato l’iconico Felice Evacuo) Franco subentra proprio a Lucarelli all’80’, tiene su la squadra e difende palloni preziosi nel tripudio generale per la terza vittoria consecutiva del Toro camolesiano, nel suo periodo migliore dell’anno.

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Dopo una serie di spezzoni e un infortunio, l’occasione d’oro arriva a Verona, il sabato di Pasqua.

Il ko di Ferrante lancia Franco titolare al Bentegodi, al fianco di Lucarelli e l’appuntamento con la storia arriva quando il Verona batte un calcio d’angolo e si getta all’attacco come se fosse il novantesimo. Invece è il ventisettesimo. Camolese lascia in avanti le punte granata e ci prende. Delli Carri rinvia lungo e pesca proprio Franco che si trova a sessanta metri della porta. E corre. Cinquanta metri, al suo fianco c’è Lucarelli. Quaranta metri, Franco lo supera col pallone. Trenta metri, i tifosi sono già tutti in piedi a sospingere il numero sette con lo sguardo. Venti, Oddo prova a rinvenire. Dalla in mezzo a Lucarelli, che è solo. Niente. Dieci. Oddo prova a intervenire in ogni modo, Ferron esce, ma è tardi. E’ gol.

 

Non un gol qualunque, IL gol di Franco che si toglie la maglia e viene sommerso dai compagni. Arriva ad abbracciarlo anche Lucarelli che, con un sorriso, pare gli abbia detto che avrebbe potuto anche dargliela (chissà se avrebbe avuto lo stesso sorriso in caso di errore). E’ la cosa migliore della partita di Franco (“il gol è memorabile, lui da rivedere” il commento della Gazzetta), è il gol che blinda la salvezza del Toro facendolo addirittura pensare a qualcosa di più, è il gol che fa iniziare il crollo del Verona che riuscirà nell’impresa di retrocedere senza quasi rendersene conto, salvo per 33 giornate, tranne l’ultima, quella in cui contava. Mazzola, finalmente, può gongolare e si prende la sua rivincita (“Questo non era nemmeno considerato un giocatore. Adesso possiamo venderlo, tanto non serve” ironizza).

Il campionato si chiude abbastanza bene per Josè: segna un gol di testa a Bergamo e un altro contro il Lecce col colpo dello scorpione, in una gara caratterizzata dalla mai troppo lodata coreografia con le pettorine giallorosse a formare la scritta SERIE B in onore dei salentini, a cui diamo il colpo di grazia. In estate si sente pronto per una grande stagione, promette dieci gol. Nel peggior Toro in A di sempre, ne segna uno solo con una zampata bruttarella a Bologna e basta, complici guai fisici e una squalifica per prova tv dopo un colpo a Zanetti. Non va meglio l’anno successivo in B, anzi un pelo peggio visto che non ne mette dentro neanche uno. La sua ultima stagione è il 2004/2005 dove è incredibile bomber di Coppa Italia con cinque gol in quattro presenze. In campionato, però, il bottino è ancora zero. A Verona, dove aveva trovato il suo zenit, assaggia il nadir quando ha un’occasione ghiottissima e cicca il tiro al volo, quasi sedendosi sul pallone (“La mangiata iniziale è quasi comica e condiziona il match” scrive La Stampa). E’ davvero finita.

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Nonostante prestazioni tutt’altro che memorabili, però, Franco Ramallo è entrato nella piccola grande storia del Toro. Ci è entrato più di tanti giocatori che hanno fatto meglio di lui, ci è entrato proprio grazie a QUEL gol. Non credo esista un tifoso che abbia visto, in età della ragione, quella rete e ogni tanto non ci pensi. Magari quando ne vede una simile, con tutto il campo fatto di corsa pensa “come il gol di Franco a Verona” e, per un istante, il pensiero va al numero sette e alla sua corsa a perdifiato, alla decisione di andare fino in fondo invece di passarla a Lucarelli, a quei sessanta metri che per certi versi lo hanno reso immortale per noi. E chi se ne importa se non sei il nuovo Asprilla. Alla fine la gente si ricorda lo stesso di te.


Classe 1979, tifoso del Toro dal 1985 grazie a Junior (o meglio, a una sua figurina). Il primo ricordo un gol di Pusceddu a San Siro, la prima incazzatura l’eliminazione col Tirol, nutro un culto laico per Policano, Lentini e…Marinelli. A volte penso alla traversa di Sordo e capisco che non mi è ancora passata.

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