Il Granata della Porta Accanto/ Da una simbiosi win-win qual era quella Belotti - Torino, si è passati ad una situazione lose-lose. E a perderci sono sempre i tifosi...

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La cosa che è rimasta più impressa nell'immaginario collettivo questa settimana sull'incontro tra Trump e Xi Jinping in Cina è il riferimento fatto dal presidente cinese nel suo discorso alla "trappola di Tucidide". Non è infatti così usuale che in una cultura orientale si faccia riferimento alla filosofia ed alla politica greca antica, culla del pensiero e della "nostra" cultura occidentale, per diffondere e spiegare un proprio messaggio. Collegandomi a questo uso insolito dei greci, in riferimento alla nostra attualità granata mi viene da dire che se un pensatore greco dell'antichità avesse potuto osservare le vicende del Torino di questi ultimi 20 anni, tra le tante cose accadute sotto la gestione Cairo, avrebbe sicuramente teorizzato quello che io definisco "il paradosso di Belotti": in sintesi, un paradosso per cui un giocatore perfetto per essere il giocatore ideale di una certa tifoseria finisca col diventare uno dei più detestati da quella stessa tifoseria.

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Nei sette anni passati al Toro Belotti ha incarnato il giocatore granata per antonomasia, quello che, per dedizione, attaccamento, stile di gioco e, nel suo caso dettaglio non indifferente, gol segnati è entrato di diritto nella storia di questo club, in scia tra l'altro a campioni senza tempo quali Pulici e Mazzola. Arrivato senza clamore dopo le giovanili nell'Albinoleffe e una stagione positiva in A col Palermo, il Gallo, così definito per il suo celebre modo di festeggiare ogni rete, ha saputo conquistare i cuori dei tifosi granata e diventare nel tempo l'idolo indiscusso di ogni bambino granata. Un'identificazione totale con la piazza, un modo di giocare non di certo raffinato, ma terribilmente adatto a far ribollire la Maratona ad ogni scatto prepotente e ad ogni rete decisiva, alcune delle quali (ad esempio le due in mezza rovesciata al Sassuolo) assolutamente spettacolari ed iconiche. Tutto perfetto, tutto scritto nelle stelle, tutto pronto per celebrare una carriera che avrebbe trasformato Belotti nell'ultima bandiera granata e il Toro in un club ancora una volta "diverso" e capace di trovare giocatori con uno spirito unico e talmente peculiare da rappresentare l'essenza di un secolo di dna granata. Invece, quando tutti i pianeti sembravano allinearsi per celebrare l'idillio totale tra Belotti e il Torino, al contrario di quanto dice l'inno ufficiale, purtroppo "la fiamma si è spenta": il giocatore è andato via a parametro zero uscendo di scena senza un saluto o una formale presa di posizione per spiegare alla "sua" gente, noi tifosi, la sua (anche legittima, per carità) scelta. Ovviamente una grossa fetta di tifoseria non l'ha presa bene, comprensibilmente, e i successivi incroci tra il giocatore ed il suo ex club non sono stati piacevoli.

Come sempre in questi casi non sapremo mai di chi sia stata veramente la colpa: se di Belotti che è voluto andarsene, senza successo peraltro, o se della società che non ha saputo costruire attorno ad una figura così iconica per la tifoseria una squadra ed anche una "narrazione" potente ed efficace. Da una simbiosi win-win qual era quella Belotti - Torino, si è passati ad una situazione lose-lose: il giocatore è tornato nell'anonimato, perdendo lo status di bandiera (come ad esempio era stato Di Natale per l'Udinese o lo è tutt'ora Berardi per il Sassuolo), la società ha depauperato uno dei capitali più difficili da reperire nel calcio moderno: l'amore di una piazza per qualcuno che ne rappresenta davvero lo spirito. Un peccato gravissimo, specialmente in un ambiente come il nostro dove queste cose valgono oro... Il paradosso di Belotti: una storia che nemmeno i filosofi greci avrebbero saputo spiegare o interpretare, ma che ha visto ancora una volta solo una parte uscire veramente perdente. Noi tifosi del Toro. Come sempre, oserei aggiungere.


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ALESSANDRO COSTANTINO – Granata della Porta Accanto

Da tempo opinionista di Toro News, do voce al tifoso della porta accanto che c’è in ognuno di noi. Laureato in Economia, scrivere è sempre stata la mia passione anche se non è mai diventato il mio lavoro. Tifoso del Toro fino al midollo, ottimista ad oltranza, nella vita meglio un tackle di un colpo di tacco. Motto: non è finita finchè non è finita.

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