Gianni Ponta, La Leggenda e i Campioni: “Forse nessuno come Giorgio Tosatti ha saputo definire, mettere nero su bianco la differenza e la disparità di mezzi che ha contraddistinto...”

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“Del Torino, della sua storia, della sua leggenda non ho mai voluto scrivere per un atto di pudore. Ma sono lieto che, dopo tanti anni, il suo fascino non sia andato perduto”.

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Questo grande giornalista, un volto pacioso, un tono distaccato che specialmente nelle sue stagioni di collaborazioni televisive sembrava dare giudizi con un tono apparentemente freddo, certamente, come doveroso, super partes. E che invece, a ben rileggere i suoi scritti, si presenta a noi con una carica umana, di cose ben dette oppure mai dette perché serbate in fondo al cuore, di rara bellezza.
Parliamo di Giorgio Tosatti, figlio di Renato Tosatti, grande firma sportiva della Gazzetta del Popolo; che con gli pseudonimi di "Kid" e "Totò", scriveva anche sulle colonne di Tuttosport. Caduto a Superga sull’aereo che riportava a casa da Lisbona il Torino.

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“Avevo undici anni il 4 maggio 1949; mio padre era su quell’aereo. Andai a prenderlo al giornale, come facevo quasi sempre quando rientrava da una trasferta, per tornare a casa con lui. Non c’era. “È morto” mi disse un usciere. Davanti alla Gazzetta del Popolo, in corso Valdocco 2, c’erano centinaia di persone immobili, mute. Mi riaccompagnò, stavamo a due passi, il barbiere che aveva il negozio lì davanti: era amico di papà e dei giocatori granata; andavano quasi tutti da lui, compreso Gabetto, così imbrillantinato da non sciupare la sua perfetta pettinatura neppure quando segnava di testa. Mia madre era al davanzale. Quando ci vide capì e lanciò un urlo terribile: non l’ho mai dimenticato. Stette male. Rimasi tre giorni nel collegio dove studiavo; uscii soltanto per i funerali”.

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E finalmente, sul Corriere dello Sport di lunedì 17 maggio 1976, “Torna di moda un’antica bandiera”: “Questo scudetto non è come gli altri: ha un sapore particolare, sa di promessa finalmente mantenuta”. Pensate. Tu, il figlio di Renato Tosatti perito a Superga, in tribuna al Comunale quel giorno, ventisette anni dopo, a battere sui tasti della macchina da scrivere per poi dettare il pezzo al giornale in redazione a Roma.

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Forse nessuno come Giorgio Tosatti ha saputo definire, mettere nero su bianco la differenza e la disparità di mezzi che ha contraddistinto la competizione tra le due compagini torinesi dopo la scomparsa del Grande Torino. “La scomparsa dello squadrone granata determinò a Torino una pesante situazione di squilibrio, senza paragoni con le altre città dove agivano due squadre. Il diretto intervento degli Agnelli alla guida della Juve non solo comportò un formidabile potenziamento della società bianconera, le cui risorse finanziarie erano praticamente illimitate, ma sconsigliò i maggiori industriali che simpatizzavano per l’altra bandiera di mettersi in diretta concorrenza con i padroni della città. Ebbe il coraggio di assumersene il peso Pianelli. La strada per lo scudetto, dal suo ingresso alla presidenza è stata lunga ben tredici anni. Per un verso o per l’altro il Torino non riusciva a liberarsi di una sudditanza ormai pesantissima; neppure la grinta di Giagnoni e la sua sfida aperta, battagliera, feroce alla Juve servirono; lo scudetto 1971-72 fu perso per una svista arbitrale, la più clamorosa fra le numerose patite. Pianelli disgustato parlò di abbandono: puntando i piedi ottenne un trattamento più equo”.

*articolo “Pianelli, nel nome di Mazzola”, Corriere dello Sport, 18 maggio 1976


Gianni Ponta, chimico, ha lavorato in una multinazionale, vissuto molti anni all’estero. Tuttavia, non ha mai mancato di seguire il “suo” Torino, squadra del cuore, fondativa del calcio italiano. Tra l’altro, ha scoperto che Ezio Loik, mezzala del Grande Torino, aveva avviato un’attività proprio nell’ambito dell’azienda in cui Gianni molti anni dopo sarebbe stato assunto.

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