La triste verità in casa Granata purtroppo è questa, una squadra da medio-bassa classifica in cui l’unico stimolo è la salvezza.
Anche quest’anno, seppur con qualche brivido, la salvezza matematica è arrivata e ora c’è solo bisogno di arrivare a fine stagione senza troppe pretese. Questo è ciò che questa realtà ha da offrire: una gestione societaria tutt’altro che rosea, come dimostrato in questi anni dal DS Vagnati, e una programmazione che sembra ripetersi sempre uguale a sé stessa. Per non parlare delle scelte legate alla panchina, facendo riferimento a Baroni, con ora tutta la tifoseria pronta ad aspettare chi sarà il fortunato eletto ad essere venduto per una plusvalenza. Nel frattempo, i vari giocatori arrivati in prestito con diritto torneranno nelle rispettive squadre, per poi essere sostituiti da altri profili presi con la medesima formula l’anno prossimo, così da ricominciare il ciclo. Perché alla fin fine questo siamo e, salvo cambiamenti radicali al momento impronosticabili, la prossima stagione sembra già scritta. L’unica incognita rimane capire chi sarà il prossimo agnello sacrificale per un ritorno economico.
Udinese-Torino, siamo scesi in campo?
Non è una novità che in casa granata, a salvezza raggiunta, i giocatori stacchino la spina e, per quanto faccia male dirlo, viene da chiedersi: che motivo avrebbero di fare di più? Il problema non nasce dalla singola partita. Non nasce solo da Udine, da una prestazione vuota, svogliata e priva di qualsiasi scintilla emotiva. Nasce da un ambiente che ormai sembra essersi abituato alla mediocrità, in cui non esistono gerarchie davvero definite e in cui troppo spesso chi dovrebbe guidare finisce per ammazzare gli stimoli. Al Torino l’allenatore arriva e, di colpo, sembra essere messo a capo di tutto e di tutti, perché dall’esterno non si capisce mai realmente come funzioni la catena decisionale. E in un contesto del genere, inevitabilmente, anche i giocatori finiscono per perdersi.Bisogna poi ricordarsi una cosa che spesso viene dimenticata quando si parla di calciatori: per quanto privilegiati, per quanto guadagnino cifre lontanissime dalla vita normale, rimangono ragazzi giovani. Sono ragazzi che hanno realizzato il sogno di una vita, quel sogno che tanti altri possono solo guardare dagli spalti, magari con la sciarpa al collo e la speranza che almeno chi è in campo si renda conto della fortuna che ha. Ma proprio per questo vanno accompagnati, responsabilizzati, cresciuti. Hanno bisogno di stimoli, di figure forti, quasi paterne, capaci di formarli non solo a livello sportivo ma anche umano. Non basta dare a un ventenne uno stipendio importante e pensare che questo lo renda automaticamente maturo, consapevole dell’importanza della propria carriera, dei soldi che guadagna e della maglia che indossa. Se un ambiente non educa, non pretende e non costruisce, poi non può stupirsi se viene fuori una squadra che si accontenta del compitino. Ed è proprio questo il punto: quando tutto intorno ti comunica che l’unica cosa davvero richiesta è salvarsi, una volta raggiunto quell’obiettivo il resto diventa quasi superfluo. Si entra in un circolo vizioso tremendo, fatto di poca ambizione dall’alto, pochi stimoli in campo e poca emozione sugli spalti.
La mediocrità non esplode mai del tutto in un unico colpo, ma logora lentamente, anno dopo anno, fino a diventare normalità. E la cosa peggiore è che sembra quasi non fare più scandalo. Il Toro si salva, la stagione finisce, qualcuno verrà venduto, qualcun altro arriverà in prestito, e poi si ripartirà con le stesse frasi, gli stessi dubbi, le stesse speranze già mezze spente prima ancora di cominciare. Proprio per questo fa ancora più effetto, allora, vedere come in mezzo a questa rassegnazione la figura del presidente continui spesso a essere raccontata altrove con toni quasi celebrativi. Dai social, da una narrazione che sembra sempre pronta a trasformarlo nel magnate, nel mecenate, nell’uomo di cultura, nel volto buono e illuminato. Una figura sempre centrale, quasi ingombrante a livello visivo, come se il Torino fosse più una cornice che il vero cuore del discorso. Eppure, stiamo parlando di una squadra di calcio, non di un monumento né di politica. Stiamo parlando di una società che dovrebbe vivere di identità, appartenenza, ambizione e rispetto verso la propria gente. Il presidente è ovviamente la figura più importante di un club, ma qui la sensazione è spesso quella di una presenza più legata alla propria immagine che alla costruzione concreta di qualcosa. Ed è proprio questa distanza tra il racconto pubblico e la realtà percepita dai tifosi a fare male, perché mentre fuori viene dipinto un quadro quasi elegante, chi vive il Toro ogni settimana si ritrova davanti sempre la stessa tela scolorita.
È per questo che il tifo granata si batte, perché il calcio, purtroppo o per fortuna, non è solo una questione economica. Non è soltanto una questione di plusvalenze, prestiti, ritorni finanziari o bilanci da far quadrare. E non è nemmeno, per forza, una questione di ritorno sportivo immediato. I tifosi del Toro non chiedono di vincere la Champions League, non chiedono di vincere il campionato e non chiedono miracoli. Chiedono qualcosa di molto più semplice e, proprio per questo, molto più importante: provare emozioni. Chiedono di non sapere già tutto prima ancora che inizi la stagione. Chiedono di poter guardare il calendario e immaginare qualcosa, anche solo per un momento. Chiedono di essere liberi di sognare perché è questo che sta venendo tolto.
E nel calcio, che per tante persone è una delle emozioni più forti e importanti della vita, togliere il sogno significa togliere una parte enorme del motivo per cui si va allo stadio, si soffre, si canta, ci si arrabbia e si continua comunque ad amare una maglia. Non bisogna stupirsi, allora, se a salvezza raggiunta la squadra si spegne; non bisogna stupirsi se l’ambiente sembra rassegnato; non bisogna stupirsi se il tifoso è stanco, arrabbiato e deluso. Perché quando una stagione sembra già scritta prima ancora di cominciare, quando ogni anno si aspetta solo di capire chi verrà venduto e chi arriverà in prestito a sostituirlo, il problema non è più solo tecnico o tattico.
Il problema è emotivo. Ed è molto più grave.
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