Sotto di due gol contro un’Inter a un passo dallo scudetto, il Toro ha trovato orgoglio e pareggio. Bel segnale, sì, ma che non può nascondere i soliti dubbi con un domani che resta nebuloso.

Il 2-2 contro l’Inter è uno di quei risultati che da un lato fanno piacere e dall’altro impongono una riflessione più profonda. Perché rimontare due gol a una squadra di quel livello, a maggior ragione contro una formazione a un passo dallo scudetto, non è mai banale e racconta comunque qualcosa di positivo sullo spirito del gruppo. Allo stesso tempo, però, sarebbe un errore fermarsi al risultato finale e leggerlo come se bastasse da solo a dare un senso a tutto il resto. Il Torino, almeno per buona parte di partita, ha fatto molto poco, ha subito la partita e si è trovato sotto di due reti senza dare la sensazione di poter davvero cambiare l’inerzia. Solo nella ripresa si è visto qualcosa di diverso, più vivo, più coraggioso, più vicino a quello che da mesi si chiede a questa squadra. Bello il carattere, bello rivedere un Toro che non si scioglie e che riesce a rientrare in partita contro un avversario superiore, ma questo pareggio non può diventare una coperta sotto cui nascondere tutto il resto. Perché il problema, ancora una volta, è che il finale di stagione granata continua a lasciare addosso una sensazione di sospensione. Si gioca, si portano a casa risultati anche pesanti, si vede una squadra più ordinata rispetto a qualche mese fa, ma resta difficile capire dove si voglia andare davvero.

Nuova immagine in evidenza Lavagnetta granata

Il Toro ed i suoi rapporti coi singoli

Uno dei temi più evidenti riguarda Ilkhan. Finalmente ha trovato spazio vero, finalmente ha inciso, e lo ha fatto nel modo migliore possibile, alzando il livello tecnico della giocata e confezionando un assist molto bello per il gol di Simeone. Una prestazione che vale ancora di più proprio perché riapre una domanda inevitabile: perché uno così ha visto così poco campo nelle ultime giornate? In una stagione che ormai non aveva quasi più nulla da dire sul piano della classifica, continuare a lasciarlo ai margini è sembrato per settimane un controsenso. E allora il suo impatto contro l’Inter pesa doppio: per ciò che ha dato nei novanta minuti, ma anche per tutto ciò che fa pensare su quello che non si è voluto provare prima. Da qui il discorso si allarga e tocca uno dei nodi più frustranti del Torino degli ultimi anni: il rapporto con i giovani e con la costruzione del futuro. Israel è un esempio chiaro. È tuo, è stato pagato, è giovane, eppure continua a restare sullo sfondo senza che si capisca davvero se il club abbia intenzione di investirci o no. Lo stesso discorso, pur in modo diverso, vale anche per tante altre situazioni che sembrano confermare sempre lo stesso schema: si resta nel mezzo, senza il coraggio di puntare davvero su qualcuno e senza neanche una progettualità limpida che faccia intuire dove si voglia arrivare, Gineitis è un miracolo che sia riuscito a prendersi in pianta stabile la maglia da titolare considerando che la sua crescita sia arrivato in un club in cui la progettazione manca su tutti i livelli della piramide.

In questo senso anche il caso Marianucci lascia più di una perplessità. Che stia trovando spazio va bene, che venga usato con continuità può anche avere una logica nell’immediato, ma resta la domanda di fondo: a cosa serve lui in prestito, che tra poco tornerà altrove, se intorno non c’è una struttura chiara e se nel frattempo altri profili tuoi restano ai margini? Il rischio è sempre lo stesso, quello di vivere partita per partita senza mai trasformare queste settimane finali in un laboratorio utile per il domani. Per non parlare delle ultime indiscrezioni su Obrador. Perché qui si entra in una dinamica ormai tristemente nota: quando il giocatore è valido, quando finalmente sembra esserci un profilo che può darti qualcosa anche oltre l’immediato, allora spunta il problema economico, il riscatto diventa troppo alto, e il finale è già scritto. È una storia vista troppe volte. Prestiti, diritti di riscatto, formule incomprensibili anche per gli stessi giocatori. Una volta rivelatosi buono il giocatore, anche prevedibile visto il prezzo del cartellino di quest’ultimo, il club si tira indietro, e si ricomincia da capo. Ed è proprio questa la sensazione più pesante: il Torino non costruisce mai, tampona. Non sceglie, rimanda.

La domanda, allora, seppur molti sanno già la risposta: il Torino sta preparando qualcosa, oppure sta solo galleggiando bene fino a fine stagione? Perché oggi la sensazione è più la seconda. La salvezza è in mano e matematica, eppure invece di sfruttare queste partite per dare spazio, fiducia e minuti a chi potrebbe servirti domani, si continua a leggere ogni gara come un episodio isolato. E così il rischio è che anche una rimonta bella come questa finisca per perdere peso nel quadro generale. Alla fine, resta proprio questa contraddizione. È stato bello vedere il Toro reagire, è stato bello rivedere orgoglio e spirito, ed è giusto riconoscerlo. Ma subito dopo torna la solita domanda: per andare dove? Se i giovani non vengono fatti crescere davvero, se i giocatori interessanti rischiano di non essere riscattati, se l’allenatore stesso sembra più impegnato a chiudere bene il suo tratto di strada che a costruire il prossimo, allora il rischio è di trovarsi ancora una volta a commentare il nulla. Un nulla reso più gradevole da un 2-2 contro l’Inter, certo, ma pur sempre nulla se non diventa l’inizio di qualcosa.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti
Tutti
Leggi altri commenti