“Bello l’eroe con gli occhi

Loquor
Roberto Mancini in Qatar
azzurri dritto sopra la nave”
Roberto Vecchioni
Vedo Roberto Mancini in posa per la foto ufficiale del suo ingaggio come allenatore del club qatariota dell’Al Sadd, e mi vengono in mente alcune parole di “Stranamore”, una delle più belle canzoni di Roberto Vecchioni: “Ed il più grande conquistò nazione dopo nazione. Quando fu di fronte al mare si sentì un coglione, perché più in là non si poteva conquistare niente. E tanta strada per vedere un sole disperato, è sempre uguale, è sempre come era partito”. Sembra, quella di Mancini in Qatar, la foto segnaletica un po’ triste un po’ inquietante di un nazista in fuga appena catturato dagli anglo americani, l’idea che dà è quella della fine di un tempo che avrebbe voluto essere mitologia, ma che si è tutto ridotto alle esigenze di un conto bancario. Dietro l’ex giocatore e allenatore di tante squadre, incorniciata c’è la fotografia dell’Emiro Tamim bin Hamad Al Thani, perché nel piccolo emirato pieno di gas e petrolio tutto è suo, anche quando ufficialmente non lo è. Ci vorrebbe il genio di Charlie Chaplin ne “Il Grande Dittatore”, per far capire al tecnico italiano e a molti di noi quanto faccia bene il potere dello sberleffo nello svelare la reale consistenza di coloro a cui a volte prestiamo i nostri servigi. Nella foto da parossismo da cultura arabo/islamica, Mancini indossa una giacca quasi casual e una camicia sbottonata con l’aletta sinistra a straripare sul revers della giacca scura in contrasto con tanto bianco a circondarlo: tutto pare il corollario di una festa kitsch gitana in suo onore. Adriano Panatta e Adriano Bertolucci, nella finale di Coppa Davis del 1976 in Cile, indossarono delle magliette rosse per protestare contro la sanguinosa repressione del Generale Augusto Pinochet, cosa ha voluto significare il trasandato della foto ufficiale di Mancini? È quasi sembrata la scena di Chaplin di fornire il suo stralunato personaggio di calzoni sformati, scarpe troppo grandi, bastone e bombetta troppo piccola rispetto alla sia testa.
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La frangia dei capelli imbiancata e il mezzo sorriso di prammatica - forse sorridere un giorno sarà resa una delle condizione contrattuali da ottemperare - rendono tutto malinconico, esattamente con quegli occhi spenti che di sicuro avevano sognato altre presentazioni e su altri palcoscenici. Si fa fatica a dimenticare il sapore del cielo, quando si sono assaporate le sue alture, e allora si cercano imitazioni artificiali, e se non c’è il sole si fa finta quanto in fondo le lampade abbronzanti possano lenire il dolore per la sua nostalgia. Mancini nel calcio qatarino sa di abitudine che diviene “zona grigia”, incapacità di arrendersi al tempo che passa, determinato a farci dimenticare per passare ad altro. Si capisce come sia dura ritrovarsi ad essere “vintage”, non più oggetto di desiderio di un periodo in cui qualcuno o qualcosa ti aveva convinto di non potersi parlare di calcio se non si fosse parlato anche di te. Eh sì, è davvero dura quando si afferra il concetto del raggiro, avvenuto grazie alla circonvenzione della tua vanità e del tuo egocentrismo. Quante cose sono capaci di raccontarti le foto, e nel tuo caso ti “ferma” alla stessa stregua di una reliquia sotto la foto del sovrano/dittatore, tuo nuovo “protettore” per chiara sindrome di “bulimia dello scippo” di tutto ciò che il mondo arabo non riesce a creare da sé. I polsini sbottonati della camicia, che in un club esclusivo sabaudo o capitolino sarebbero una citazione chic dell’Avvocato Agnelli, in questa foto sono la citazione dello sbracamento di molti personaggi dei film di Mario Monicelli. Non voglio arrivare a citare “Ferie D’Agosto” di Paolo Virzì, perché oggettivamente sarebbe troppo.
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Cosa ci sei andato a fare in Qatar, Roberto? Non dirmi che avevi bisogno di altri cinque milioni di euro netti per due anni di contratto? E non dirmi nemmeno che ci sei andato per insegnare calcio, perché ai qatarini, credimi, non interessa apprendere ma prendere. Sei stato a lavorare a Riyad, è vero, ma guarda che la capitale dell’Arabia Saudita rispetto a Doha, potrebbe essere una versione in scala ridotta della Vienna della “Bella Epoque” di fine '800 e inizio '900. Ma queste cose già le sai, ecco perché è incomprensibile questo tuo ennesimo contratto nel calcio. Tutto ricorda l’Esaù biblico che, tremendamente affamato al ritorno da una estenuante battuta di caccia, chiede al fratello Giacobbe di dargli un piatto di lenticchie in cambio della primogenitura. Certo il baratto consiste nell’avere ancora la sensazione di essere considerato un principe, uno a cui stendere uno stuolo di pregio dove poggiare i piedi ad ogni tuo passaggio, ma che idea lascerà tutto questo? Un tempo avresti considerato insopportabile una simile opzione, non si ha notizia di dei che abbiano lasciato l’Olimpo per continuare ad essere dei, e tu lo sai. Vorrei farti un discorso neoromantico collocandolo dalla parte opposta della filosofia dei mercanti nel tempio, magari se ti piace potresti riferirlo al tuo amico Pep Guardiola, sì, quello che fa il guru con i soldi, tanti, degli altri. Potresti cercarti una squadra di Serie B, dove ci sono tanti giovani calciatori italiani in astinenza da Serie A e che avrebbero bisogno di un maestro per capire come si possa fare un salto di qualità. Ormai non si insegna più in Italia, e non perché non ci siano più alunni, ma perché i nostri giovani sono circondati solo da mercanti e da vanagloria. Tu avresti la chiave giusta per trasmettere saggezza calcistica, hai visto tutto quello che c’era da vedere, hai provato il dolore delle sconfitte e della perdita di amici importanti. In definitiva, sai davvero cosa sia il calcio, sai cosa promette e cosa desidera, sai di essere un ponte tra il passato di un presidente alla Paolo Mantovani e un presente fatto di fondi di investimento e autocrati con l’imamah. Avresti l’autorevolezza di cercare il gioco per il gioco, e si sottolineerebbe così l’importanza della didattica, della trasmissione del sapere.
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Chi lo potrebbe fare meglio di qualcuno che dal suo mestiere ha avuto tutto in termini di esperienza, prestigio, denaro? Servire dopo aver tanto ricevuto, specie nello sport, è la cosa più grande da poter lasciare ai posteri. Roberto Mancini e Pep Guardiola ad insegnare in Serie B sarebbe il calcio che si riappropria del calcio, un vero “calcio del mulo” ai vari mercanti che da decenni lo assediano e lo intossicano come un qualunque “prodotto finanziario derivato”. Due grandi allenatori non più bisognosi di fama, di soldi e di gloria che si prestano ad essere “maschera” di una rivoluzione ancora possibile per salvare il calcio, e come il Chaplin de “Il Grande Dittatore” divenire antagonisti del potere costituito. Cosa hanno da perdere in fondo? Tutto sarebbe comunque meglio di una foto triste di un anonimo ufficio di Doha, simbolo di un declino dai tratti pacchiani e clowneschi. Tra sedersi su una panchina ai giardinetti in uno stato di malinconica pensione e vendersi come “sandwich” pubblicitario pagato con gli avanzi di un ricchissimo fondo sovrano, non sarebbe meglio nobilitare la storia con un gesto di alto valore simbolico? Rassegnazione è stare dove non si dovrebbe mai stare, alla ricerca degli ultimi scampoli di luce da riflettore. Finita la ricostruzione neoromantica, su cui potrebbe affondare senza pietà qualunque tipo di cinismo, si ritorna nella realtà, dove non resta che aspettare l’entusiasmante match dell'Al Sadd contro l’Al-Gharafa. La neosquadra di Mancini è sotto di nove punti rispetto alla capolista: ci sarà, grazie al tecnico italiano, un’epica rimonta? Ritorno alla foto, alla mise trasandata, allo sguardo triste, e tutta la carriera del “Mancio” ripassa davanti agli occhi, in un lampo, come in un film. Lo rivedo, dopo un suo incredibile gol, allargare le braccia di fronte alla curva dei tifosi sampdoriani, e l’eco della voce di Roberto Vecchioni mi pare di sentirlo arrivare dalla finestra aperta: “Forse non lo sai, ma pure questo è amore”.
Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.
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