Il quotidiano ‘La Stampa’ si è tinto di rosa da quando Silvia Garbarino ha cominciato a seguire tutti i giorni il Toro, una novità tutta al femminile, come racconta a Toronews la nota giornalista torinese. “Ho cominciato a scrivere di sport nell’89 su alcuni giornali piemontesi, seguivo più di tutto il calcio dilettantistico e in particolare le squadre del Chieri e del Moncalieri, quest’ultimo...
Il quotidiano ‘La Stampa’ si è tinto di rosa da quando Silvia Garbarino ha cominciato a seguire tutti i giorni il Toro, una novità tutta al femminile, come racconta a Toronews la nota giornalista torinese. “Ho cominciato a scrivere di sport nell’89 su alcuni giornali piemontesi, seguivo più di tutto il calcio dilettantistico e in particolare le squadre del Chieri e del Moncalieri, quest’ultimo arrivò anche in C2, dove c’era Beppe Aghemo come presidente. In seguito divenni prima corrispondente e poi collaboratrice fissa de “La Stampa” fino a essere assunta definitivamente dal quotidiano torinese. Devo dire che sono stata la prima giornalista donna e al momento unica che ha seguito con continuità il Torino. Nei miei confronti c’è stato un vero e proprio atto di fiducia da parte del quotidiano torinese, in redazione eravamo solo due donne a seguire lo sport, io e Daniela Cotto, che seguiva gli sport invernali”.
Come è stata accolta dal mondo un po’ maschilista del calcio?
Con i colleghi il rapporto è stato subito ottimo, ho vissuto qualche difficoltà in più con gli addetti ai lavori, con i calciatori soprattutto, i quali erano diffidenti sulle mie competenze calcistiche. Quando seguivo il Chieri e il Moncalieri la gente pensava sempre che fossi la ragazza di qualche calciatore. C’è però un particolare importante: i calciatori in quanto uomini le confidenze preferiscono farle ai colleghi maschi che alle giornaliste, direi che è una forma di cameratismo. Per cui noi donne dobbiamo agire in modo diverso, va bene la notizia, ma è importante soprattutto l’interpretazione fatta sotto un punto di vista diverso, che è senza dubbio un valore aggiunto.
Che rapporto si è instaurato con il lettore?
Per principio mi piace il confronto per cui ho sempre risposto a tutti, per questo i lettori mi hanno riconosciuta molta correttezza, pur rimanendo su posizioni diverse. Devo dire che critiche pesanti non ne ho mai ricevute.
Parliamo di Toro ora. Lei ha seguito sia l’era Cimminelli che quella di Cairo, che differenze sostanziali trova in questi due periodi?
Il primo anno di Cairo è stato un po’ artigianale, con un’organizzazione abbastanza casereccia direi addirittura maggiore rispetto agli inizi di Cimminelli. Dal punto di vista giornalistico il periodo di Cimminelli resterà ineguagliabile come valore dei servizi, i patimenti vissuti, soprattutto quando è arrivato il momento terribile del fallimento. Sembrava di vivere in una trincea di guerra, alla fine ho avuto la sensazione di essere uscita da una lavatrice, dove tutti eravamo tornati bianchi e puliti. Ora con Cairo c’è molta più attenzione alla comunicazione, è tutto molto differente.
E’ cambiato qualcosa soprattutto dal punto di vista dell’immagine?
Nel periodo di Cimminelli bisogna tessere le lodi di Gabriele Chiuminatto che è stato abile a far parlare del Toro anche nei momenti più bui. Adesso è Cairo in persona ad essere il protagonista, ma con il ritorno di De Biasi l’aspetto comunicazione è delegato anche a lui, che rimane il miglior alter ego del presidente. C’è però bisogno di avere giocatori rappresentativi, penso che in questo senso il futuro sia in mano a Rosina.
Si sentono in giro strane voci, tipo che Cairo abbia intenzione di vendere, lei ci crede?
No, resto molto scettica a proposito, anche se non ho nemmeno delle certezze su un progetto a lunga scadenza. Cairo parla di investimenti, parla della marcia del 4 maggio per gli stadi, ma dovrebbe dire lui per primo che progetto vuole, confrontarsi con la città per capire se è attuabile. Lo sapeva quando ha rilevato il Toro che l’Olimpico sarebbe stato piccolo. Purtroppo quando è partito il progetto per ricostruire il vecchio Comunale c’era ancora Cimminelli e al Delle Alpi ci andavano cinquemila spettatori.
Lei crede ad un Filadelfia da quarantamila posti?
Mi sembra un’ipotesi assurda, se si parla dell’area dove si trovano adesso i resti del vecchio Fila. Soprattutto mi domando dove potrebbero sorgere i parcheggi, altrimenti si rischia di dover andare tutti in bicicletta allo stadio o organizzare un sistema di navette. Diverso sarebbe il discorso se si prendesse in esame l’area delle fabbriche in disuso di Via Giordano Bruno, diciamo dove doveva essere costruito il grande magazzino della Bennet ai tempi di Cimminelli.
E’ d’accordo anche lei che per prima cosa bisogna costruire una buona squadra?
Certo, occorre iniziare dalla prossima campagna acquisti, che sia più concreta e arrivino giovani interessanti e non più giocatori a fine carriera che non trovano spazio altrove.
Ora che vice direttore de La Stampa è Massimo Gramellini c’è più attenzione per il Toro?
Noi non siamo un giornale che parla solo di sport, non abbiamo da riempire quattro pagine sui granata. Posso solo dire che in redazione ci sono più granata che bianconeri, quando gioca il Toro sembra di stare in Maratona.
Per concludere ha qualche aneddoto simpatico da raccontare?
La cosa più bella che mi ha dato il Toro è poterne parlare ed essere riconosciuta dalla gente che mi ferma e mi chiede opinioni sulla squadra. L’altro giorno mentre facevo un servizio mi è venuto a salutare Guido Gobino, mastro cioccolatiere conosciuto in tutto il mondo. Era contento di incontrarmi per poter parlare un po’ del suo Toro e mi ha presentato anche Ricky Tognazzi il quale, pur essendo milanista, ha partecipato con attenzione ai nostri discorsi granata. Ci tengo ancora ad aggiungere che sono rimasta in buoni rapporti con Balzaretti, Comotto, De Ascentis, Marazzina, tutti giocatori con i quali è stato possibile instaurare un buon rapporto, così com'è successo con De Biasi.
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