Matteo Emilio Dotto, giornalista Mediaset e puro cuore granata. Da sempre, con la sua felpata sensibilità, discreto ma determinato, lo vediamo abilmente disquisire sull’impercettibile mistero del fuorigioco, sull’arcano del mani da rigore e sul mistico fallo da espulsione. Lui, grazie all’infallibile strumento tecnologico, rallenta, sminuzza, polverizza l’azione, fino a chiarire qualunque dubbio....
Matteo Emilio Dotto, giornalista Mediaset e puro cuore granata. Da sempre, con la sua felpata sensibilità, discreto ma determinato, lo vediamo abilmente disquisire sull’impercettibile mistero del fuorigioco, sull’arcano del mani da rigore e sul mistico fallo da espulsione. Lui, grazie all’infallibile strumento tecnologico, rallenta, sminuzza, polverizza l’azione, fino a chiarire qualunque dubbio. Oggi Matteo Dotto è davanti alla moviola della sua vita in granata e cent’anni del suo Toro, si rilassa e subito nella sua mente affiora un gol annullato: ‘A proposito di moviola, posso confessarti di aver subito un trauma da piccolo: perché io c’ero, a Marassi, quel piovosissimo pomeriggio in cui l’arbitro Barbaresco di Cormons negò ad Agroppi il gol-scudetto… Stagione 1971-72, a Genova contro la Samp si perde 2-1 e se fosse stato concesso quel sacrosanto gol (con Lippi che raccolse palla un metro abbondante oltre la riga bianca…) avremmo fatto lo spareggio con la Juve. E – con Giagnoni in panca e Pulici là davanti – non ci sarebbe stata partita… Di cose belle da rivedere, nei miei 40 e passa anni da tifoso, ce ne sono state: due coppe Italia, uno Scudetto, una Uefa vinta moralmente, almeno un altro paio di scudetti e un altro paio di coppe meritati sul campo. Poi, certo, il trend degli ultimi 20 anni non è stato un granché. Ma il bello di noi granata è proprio quello di esaltarci nelle difficoltà. Nel mondo chi avrebbe portato 50mila persona in piazza, in una splendida manifestazione colorata e civile come quella del 4 maggio 2003, il giorno dopo una vergognosa retrocessione? Risposta: nessun altro!'
Provi a descriversi, chi è Matteo dotto, come si vede?
‘Sono una persona normalissima, ho la fortuna di fare il lavoro che mi piace (il giornalista, non il moviolista che è solo l’aspetto “visibile” di quello che faccio durante la settimana e che come incarico svolgo per puro… dovere di servizio), ho una bella famiglia e sono contento di aver trasmesso a mia moglie Marcella e alle mie piccole Costanza e Francesca il virus granata. Che soddisfazione quando, a scuola, le mie bimbe portano dentro l’orgoglio di essere del Toro e sul diario l’adesivo dei Leoni della Maratona!’
Partiamo dall’inizio, dalla Liguria, come mai èdiventato granata, i suoi primi ricordi…
‘Mio padre, Costanzo, era del 1914 ed era un grande appassionato di calcio e ciclismo. Piemontese (di Lerma, in provincia di Alessandria) diventò in gioventù tifoso del Toro. E pur essendo un tipo pacato mi ha trasmesso la passione granata. Anche se era un tifoso sui generis: detestava tanto le milanesi che, piuttosto che uno scudetto a Milan o Inter, ne preferiva uno alla Juve. Per spirito, diciamo così, regionalista. Ma era assolutamente tifoso del Torino e grande ammiratore di Ferrini. Ricordo le domeniche pomeriggio passate con l’orecchio alla radio e la grande soddisfazione per lo scudetto del ’76. Aveva l’orgoglio di aver visto la partita storica Torino-Alessandria 10-0, all’epoca degli Eroi. E quello scudetto gli fece passare l’amarezza per la retrocessione del ’59. Io non ero ancora nato, ma ricordo che me ne parlava come di un trauma.’
Poi è cresciuto, il Toro cosa le ha dato?
‘L’orgoglio di essere un ambasciatore granata in terra straniera anche se Genova non è poi così lontana. Da ragazzo ricordo le litigate con i compagni di scuola genoani all’epoca della sfida tra gemelli del gol: Pulici-Graziani contro Pruzzo-Damiani. L’appuntamento dell’anno per me era quando il Toro veniva a Genova: appena aprivano i cancelli mi fiondavo in gradinata con un mio amico (laziale, ma all’epoca “gemellato”). Mi ricordo nella stagione 1976-77, quella dei 50 punti, un Genoa-Toro 1-1 con almeno 12-15 mila tifosi granata. E la settimana dopo un Samp-Torino 2-3 con tripletta di Ciccio.’
Scorre la moviola dei ricordi, quale situazioni irregolari vorrebbe che non fossero mai accadute?
‘Se potessi far tornare indietro la macchina del tempo, più che rivangare la moviola, peraltro già citata prima, vorrei tornare all’epoca di Sergio Rossi per evitare che lo si contestasse. Era una persona per bene, un tifoso e un vero signore. Forse perché venivamo dai fasti dell’era Pianelli (peraltro lui pure contestato a partire dal 1980 o giù di lì), eravamo forse troppo di bocca buona. Via lui, il disastro…’
E quali vorrebbe riproporre ai telespettatori come esempio?
‘Parallela a quella del Toro ho un’insana passione per l’Argentina, forse perché negli anni Venti mio nonno materno emigrò là da Orsara Bormida, nell’Acquese, per salvare dalla fame la sua famiglia. Ebbene, mi piacerebbe rivedere alla moviola qualche “numero” di Patricio Hernandez, un grande talento mancino, un calciatore che rimase solo due anni in granata ma che non ha mai dimenticato la sua esperienza a Torino. Gli feci un’intervista a Buenos Aires nel 1987 per Stampa Sera e al sentire la parola magica “Toro” gli brillavano gli occhi dalla felicità. Lui, il mitico Leo Junior e Casagrande sono stati a mio avviso i più grandi stranieri del Torino dopo la riapertura delle frontiere nel 1980. Anche se ho due crucci: Francescoli e Marinelli. L’uruguaiano, campione vero e grande persona, se fosse arrivato qualche anno prima si sarebbe davvero potuto imporre. Carlitos, purtroppo, non aveva la testa all’altezza del suo sinistro.’
Lo sa che è candidato per il premio granata DOC, lo ha stupito, quali sono le sue impressioni?
‘Mi vergogno un po’, a dire il vero. Perché non credo assolutamente di esserne degno. Il mio voto sul sito Toronews l’ho già dato e non ho problemi a renderlo pubblico: don Aldo Rabino. Il Toro è una squadra “mistica” e don Aldo da più di trent’anni ne interpreta alla grande questo aspetto per così dire trascendente.’
Come vede il Toro attuale?
‘Dico la verità, a inizio stagione mi illudevo di poter stare nella colonna di sinistra della classifica, magari con un occhio più alla zona Uefa che alla retrocessione. Il campo, purtroppo, finora ha detto il contrario.’
Avrebbe cacciato De Biasi per Zaccheroni?
‘Sinceramente – pur apprezzando il grande lavoro fatto da De Biasi nella scorsa stagione – avevo condiviso il decisionismo del presidente al momento del cambio. E, pur senza il conforto del risultato, la prima di campionato contro il Parma mi aveva quasi esaltato. Poi però Zaccheroni non mi ha dato l’impressione di capirci un granchè: ha cambiato tanti moduli, scaricato e rilanciato giocatori in un tourbillon piuttosto confuso. Come si dice in piemontese, per il futuro… speruma ben’
Cosa dovrebbe fare Cairo per rimediare alla brutta classifica?
‘Visto che è facile fare i tifosi… senza portafoglio, gli consiglio tre acquisti: Andreolli per la difesa, Almiron per il centrocampo e Cavenaghi per l’attacco.’
Un saluto ai tifosi granata.
‘Un grande abbraccio a tutti i tifosi e soprattutto a quelli delle due curve, Maratona e Primavera. Finora solo loro sono stati all’altezza del nome del Toro. Speriamo che presto li segua anche la squadra. E poi, a proposito di tifosi, un blitz a Melfi nella primavera del 2005 mi ha permesso di conoscere due grandi persone: detto senza ruffianeria, l’autore di questo articolo e il mitico Marco Montiglio e la sua splendida famiglia. Anche questo è essere del Toro: fare amicizie nuove e trovare tante cose in comune con persone fino a ieri sconosciute.’
© RIPRODUZIONE RISERVATA