di Edoardo BlandinoÈ stato il primo allenatore dell’era Cairo e al primo anno in Serie B, con una squadra costruita all’ultimo momento, è riuscito a raggiungere e poi vincere i play-off. Gianni De Biasi sulla panchina del Toro ci è stato diverse volte e si è preso qualche soddisfazione. D’altronde, conquistare la Serie A, al primo tentativo dopo il Fallimento,...

di Edoardo Blandino

È stato il primo allenatore dell’era Cairo e al primo anno in Serie B, con una squadra costruita all’ultimo momento, è riuscito a raggiungere e poi vincere i play-off. Gianni De Biasi sulla panchina del Toro ci è stato diverse volte e si è preso qualche soddisfazione. D’altronde, conquistare la Serie A, al primo tentativo dopo il Fallimento, non era un obiettivo semplice, ma il suo Torino ci è riuscito. E GDB ne va giustamente orgoglioso, ma ci tiene anche a sottolineare che l’obiettivo a lui richiesto non era la promozione, bensì «di fare una figura dignitosa in campionato».

Mister, che ricordi ha della promozione?
«Ho ricordi bellissimi. Abbiamo fatto una corsa pazzesca per arrivare a 76 punti e, nonostante tutto, non siamo riusciti ad andare su direttamente. Alla fine abbiamo giocato i play-off, supportati da una buona condizione. Abbiamo pareggiato e vinto col Cesena, poi abbiamo vinto il ritorno col Mantova. È stata l’apoteosi di una stagione nata tra mille difficoltà.»

Lei ha parlato di una squadra in buona condizione. Quanto conta la testa e quanto conta il fisico a questo punto?
«Contano sia l’uno che l’altro. Una squadra che arriva adesso ai play-off come il Brescia, dopo che puntava alla promozione diretta, non starà sicuramente bene di testa. Bisogna affrontare le partite una alla volta, senza grandi patemi, con la serenità di una squadra che a gennaio era lontana dalla promozione e adesso ha dato un segnale importante raggiungendo gli spareggi.»

Quanto conta l’apporto del pubblico?
«È un aspetto fondamentali per le sorti del Toro. Lo è stato nei 65 mila contro il Mantova e lo sarà anche domani e domenica contro il Sassuolo. Quella di domani è una partita importante, è il primo passo da fare, sperando che sia anche il passo giusto e decisivo. Giocare l’andata o il ritorno in casa non cambia molto, quello che è importante è la miglior posizione in classifica, perché ti permette di avere due risultati su tre a disposizione.»

C’è stato un momento particolare, durante le quattro gare di play-off da voi disputate, in cui vi siete resi conto di poter davvero vincere?
«No. Dopo aver superato il Cesena, pensavamo a una partita diversa con il Mantova. Siamo andati in vantaggio e poi è successo qualcosa di pazzesco: 4 gol non le avevamo neppure presi in tutte le partite precedenti. Arrivavamo da un momento molto positivo e il 4-2 metteva a rischio il sogno di raggiungere la A con un’armata costruita all’ultimo secondo. Poi, abbiamo avuto fiducia in noi stessi e sapevamo che con il 2-0 a Torino saremmo andati ai supplementari. Sapevamo di potercela fare perché il 2-0 era un risultato che avevamo già fatto nel corso della stagione contro il Mantova. Nei supplementari abbiamo fatto il 3-0, poi hanno accorciato sul 3-1, ma alla fine abbiamo vinto noi.»

Come giudica complessivamente la sua esperienza al Torino?
«È stata una bella esperienza di lavoro e di vita. Ho incontrato persone con cui ho stabilito rapporti che continuo a mantenere tuttora. Ci tengo a precisare, però, che il primo anno non mi avevano chiesto la Serie A, mi avevano chiesto di fare una figura dignitosa. Poi, ancora prima di iniziare il campionato di A, mi hanno mandato via e quando sono tornato ho raggiunto di nuovo l’obiettivo. L’anno successivo sono di nuovo tornato e ci siamo salvati, giocando contro Inter, Roma, Napoli, Livorno e Fiorentina, squadre forti, ancora in lotta per i loro obiettivi.»

Che cosa è successo nell’estate 2006 poco prima dell’inizio del campionato? Perché lei è stato esonerato?
«È successo che, anziché fare un programma come suggerivo io, cioè con giovani poco conosciuti che incarnassero davvero l’essenza del Toro e che avessero davvero voglia di lottare, un po’ come è stato fatto adesso, sono stati fatti acquisti diversi dal punto di vista anagrafico. Avrei potuto dimettermi e andare via, però ero lo stesso convinto che avrei potuto fare bene. Poi, tre giorni prima dell’inizio, mi hanno mandato via. Questo credo che sia abbastanza sintomatico di una gestione un po’ strana.»

Col senno di poi, avrebbe rifatto tutte le scelte al Toro?
«No. Uno pensa che le persone possano cambiare, ma non è sempre così.»

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(Foto: M. Dreosti)

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