di Edoardo Blandino Davide Nicola è stato uno dei protagonisti dell’Anno Zero del Torino dopo il Fallimento. Quella squadra, costruita in poco tempo, ha dato grandi soddisfazioni al popolo granata. Nicola ricorda con piacere la stagione trascorsa in granata e ne parla sempre con grande entusiasmo. L’ex giocatore granata ha ora appeso...
di Edoardo Blandino
Davide Nicola è stato uno dei protagonisti dell’Anno Zero del Torino dopo il Fallimento. Quella squadra, costruita in poco tempo, ha dato grandi soddisfazioni al popolo granata. Nicola ricorda con piacere la stagione trascorsa in granata e ne parla sempre con grande entusiasmo. L’ex giocatore granata ha ora appeso le scarpette al chiodo e allena il Lumezzane, ma continua a seguire sempre le vicende del Torino.
Innanzitutto buongiorno Davide Nicola.
«Grazie e buongiorno anche a voi».
Cosa si prova a vivere il calcio dall’altra parte?
«A me non è cambiato nulla a dire il vero. Mi piaceva fare l’allenatore, è una cosa che pensavo già da tempo. Sono contento e gratificato. Mi diverto di più. Qui c’è più responsabilità. Sicuramente è una situazione diversa: cambiano ruoli e metodi, ma le persone rimangono le stesse. Si hanno responsabilità amplificate, ma anche gratificazioni maggiori».
C’è un allenatore in particolare a cui si ispira, oppure ha preso qualcosa da ognuno?
«Di allenatori ne ho avuti tantissimi in carriera, più di 20. Ce ne sono stati anche di importanti, penso a De Biasi, Radice, De Canio, Delio Rossi, Perotti, Maselli, Simoni, Burgnich, Beretta… Ho preso un po’ da tutti quanti. Ho fatto una sorta di collage. Quando sei giocatori si valuta un allenatore anche per come si pone rispetto ai giocatori, per le situazioni che si creano e per tante altre cose. Chi ti colpisce, allora tendi a valutarlo in una maniera diversa. Ho preso un po’ da tutti e ci ho aggiunto del mio, laddove pensavo fosse giusto».
È passato qualche anno da quando lei non è più al Torino. Le capita ancora di seguire le vicende della squadra?
«Certo! Da buon piemontese seguo sempre il Toro e seguo anche voi».
Allora forse ci potrà aiutare a capire quali sono i problemi di questo Toro.
«Torino è una piazza particolare, difficile. È molto estenuante lavorare lì sotto molti aspetti, dai rapporti con la stampa a quelli con i tifosi. È estremamente stimolante perché è una piazza ricca di blasone. Io non credo che sia così difficile ottenere risultati lì. Noi abbiamo centrato una promozione partendo nel 2005 e costruendo una squadra in pochissimo tempo. Il Toro è rimasto due anni in Serie A, poi è retrocesso, ma l’anno scorso ha perso solo in finale playoff».
Questo non sembra però un percorso eccezionale.
«Il punto è che i risultati vengono vissuti quasi in maniera scontata. Per la grande tradizione e per ciò che rappresenta il Torino, c’è un continuo paragone con l’altra società di Torino. Al Toro si fa fatica a mantenere quell’equilibrio e quella linearità di risultati utile a fare bene. Alla prima difficoltà, per risolvere un problema, se ne aggiungono degli altri. Spesso, poi, il problema è più semplice di ciò che appare. C’è grande interesse e la stampa spesso ingigantisce tutto».
Il Toro è stato costruito per arrivare in Serie A e di questo passo sarà difficile arrivarci.
«Bisogna rendersi conto che non esistono più campionati che si stravincono. I campionati vanno vinti, non stravinti. Non importa se si arriva in A chiudendo il torneo in testa alla classifica o se ci arrivi entrando all’ultima giornata nei playoff e faticando negli spareggi. Quello che conta è ottenere i risultati. Serve equilibrio nella gestione dei singoli eventi».
Cairo sostiene che questa sia la squadra più forte della sua gestione. Ripensando al suo gruppo e questi giocatori, crede che abbia ragione?
« È difficile dare una risposta precisa. Tutti i patron ogni anno allestiscono una squadra pensando di aver fatto un gruppo importante. Non è sbagliato di per sé quello che dice Cairo. Nel calcio se non ci fossero persone che mettono i soldi e la passione, sarebbe dura andare avanti. Anche qui, però, c’è incoerenza di giudizio. Sulla carta vengono decise troppo presto le cose. Il Toro è una buona squadra, anche se sta avendo un inizio difficile. Ci sono giocatori interessanti come Bianchi, Iunco e Sgrigna, uno che è sempre stato determinante nelle squadre in cui ha giocato. Poi ci sono uomini come Ogbonna e Garofalo, insieme ai due centrocampisti, bravi sia ad impostare che a difendere. A questi sono stati aggiunti giovani come Lazarevic e D’Ambrosio e altri che conoscono la categoria».
Lei crede che questa squadra sia in grado di centrare la promozione?
« Per vincere un campionato e per dire se una squadra sia forte o meno, bisogna passare indenni alcuni momenti importanti. Solo allora si potrà capire se il gruppo è all’altezza oppure no. La squadra va aspettata. Bisognerà trovare gli equilibri».
Parliamo invece della sua esperienza. C’è un ricordo particolare che si porta dietro?
«Sono tanti. Non se ne può dire uno preciso. Quell’anno è stato particolare, perché la squadra è stata costruita in tempi rapidissimi da professionisti capaci. Il DS (Salvatori NdR) sapeva il fatto suo e in poco tempo ha scelto giocatori dall’ottimo rendimento, un po’ come ha fatto Petrachi. Il mio anno sono arrivati quattro o cinque ottimi giocatori, alcuni si sono poi confermati in altre categorie».
Come avete fatto in così poco tempo a costruire un gruppo affiatato e vincente?
« Ci fu la Chimica fin da subito. Quando ci trovammo ad Asti, su un campetto quasi di periferia, non ci presentarono in pompa magna. Ad Orbassano ci allenavamo in un container, ma c’era allegria ed entusiasmo. Ci rendevamo conto che era nato qualcosa di importante. Abbiamo fatto gruppo subito, c’era grande coesione e miglioravamo di domenica in domenica. Eravamo determinati. Nei momenti di difficoltà ci siamo poi resi conto che il gruppo era più importante dei singoli. Quando sono venuti meno giocatori di spessore, abbiamo sempre trovato delle soluzioni con i gregari. Quel gruppo oltre alle qualità tecniche aveva grandi qualità morali».
Dunque non c’è neppure un momento che non dimenticherà mai della sua avventura?
«Quando tornammo da Mantova. Sentivamo che il sogno stava per svanire. Poi si presentarono al campo di allenamento in 1500 e ci incitarono. Questo gesto ci liberà di tutte le responsabilità verso la piazza, verso il presidente e verso i tifosi. Fu una festa finale in 64 mila. Alla fine non rimane neppure più un pezzo d’erba».
È possibile che voi siate riusciti a centrare l’obiettivo perché siete partiti senza troppe aspettative?
«In una Piazza come Torino c’è sempre pressione, anche se la squadra è costruita da poco. Lì non puoi creare una squadra debole, non puoi creare una squadra per vivacchiare. Servono giusto equilibrio ed aspettative. Quell’anno se non riuscivamo a vincere, c’era più pazienza. A lungo andare questo è stato un fattore positivo. Lo stesso discorso lo si può fare rispetto alla partita con il Mantova. La gente aveva apprezzato la nostra cavalcata. I tifosi all’allenamento ha deresponsabilizzato ogni singolo giocatore».
Dopo la splendida stagione, c’è un po’ il rammarico di non essere riuscito a dimostrare il tuo valore anche in A con il Toro?
« La delusione iniziale ci fu. Mi aspettavo di essere confermato, ne avevo già parlato con Salvatori. Poi cambiò il DS e, come sempre succede, ci sono stati interessi diversi. Una società come il Toro doveva presentare giocatori con il curriculum più ampio, anche se questo non è sempre sinonimo di successo. Più che il nome contava salvaguardare il gruppo e inserire giocatori motivati. Ci fu dispiacere perché speravo di potermi meritare almeno 1 anno in A. Una volta passata la delusione, ho guardato avanti, verso nuove mete, con ambizione. Ho voltato pagina, anche se mi porterò per sempre dietro questa splendida avventura».
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