Il Podcast di "Fuori dal gioco" racconta il dualismo tra granata e bianconeri, la rivolta per la trattativa per Meroni e la tragica scomparsa della Farfalla Granata

"Confini di gioco", il podcast ufficiale di Fuori dal Gioco con Palloni e Parole dedica un episodio alla narrazione della storia granata e della rivalità contro la Juventus e soprattutto a Luigi Meroni, nel giorno precedente alla giornata in cui viene ricordata la scomparsa della Farfalla Granata. In merito alla trattativa sul suo possibile passaggio alla Juventus, così racconta: "Il presidente Pianelli pur amando il Toro tenta di imbastire la trattativa e lì migliaia di operai granata scendono in piazza, sia per un motivo calcistico, sia per mandare un messaggio alla società in generale". La narrazione parte dalle origini della rivalità e dei due club e dal primo Derby della Mole: 13 gennaio 1907, sul campo di corso Sebastopoli, la gara è già teatro di insulti e risse, a causa di vecchi rancori tra le due fazioni. Nel 1913 la Prefettura, in seguito ad invasioni di campo e battaglie a colpi di bastone e di ombrello, impone la presenza di carabinieri a cavallo in corso Sebastopoli durante i derby, una misura adottata a più riprese anche nel ventennio fascista.

Como 1907 v Torino FC - Serie A

Il racconto del podcast poi si concentra sull'identità di quel Toro: "Assorbendo la struttura dell'FC Torinese il Torino trova invece immediato riscontro nei quartieri popolari della classe lavoratrice e dell'artigianato cittadino". Nel 1926 il neo presidente Enrico Marone Cinzano inaugura lo stadio Filadelfia, impianto di proprietà situato nel quartiere operaio di Lingotto. "La casa del popolo granata, come inizia ad essere chiamata dai cronisti sportivi dell'epoca, propizia il successo del 1928". L'anno prima c'è lo scudetto revocato per il Caso Allemandi: in occasione di un'altra stracittadina decisiva vinta dal Torino 2-1 il dirigente Guido Nani era stato accusato di aver corrotto il terzino juventino Luigi Allemandi, con oltre 50mila lire. Pugno di ferro dal presidente FIGC Lando Ferretti: scudetto revocato al Toro e mai più assegnato, mentre Allemandi subì la squalifica a vita, poi annullata tramite amnistia nel 1928 dopo il bronzo alle Olimpiadi di Amsterdam.

Nel 1939 c'è una transizione societaria importante, con Ferruccio Novo, ex giocatore del vivaio granata e nuovo presidente, che pone le basi del Grande Torino. L'iconica squadra capitanata da Valentino Mazzola e allenata da Vittorio Pozzo conquista 5 scudetti di fila tra il 1942 e il 1949. "Il Toro di Pozzo incarna la Torino laboriosa, resiliente e ferita dai bombardamenti alleati, un simbolo del riscatto morale e civile non solo della città, ma di tutta l'Italia negli anni a cavallo della guerra".

Si passa poi agli anni Sessanta quando "il tifo per il Torino invece si concentra nell'identità indigena, nella classe artigiana e operaia, che abita la città da generazioni. Una trincea culturale contro l'omologazione industriale rappresentata dalla Fiat e dalla famiglia Agnelli". Alla guida societaria del Toro nel 1963 arriva Orfeo Pianelli: "Pianelli incarna la figura dell'imprenditore paterno, vicino ai lavoratori in contrapposizione allo stile aristocratico della famiglia Agnelli". Il podcast continua: "Due uomini, due modi di concepire l'azienda, due facce della stessa identità cittadina, chiamati a rappresentare due mondi calcistici parimenti affamati di supremazia"

Si giunge poi al tema forte e principale della puntata, Luigi Meroni: "Era un talento, sì non gli mancava niente, così forte e carismatico da fermare la Fiat". Nell'estate del 1967 il possibile trasferimento di Meroni alla corte bianconera scatena una protesta popolare e la vicenda mostra la Torino operaia, dove il calcio è appartenenza, identità e orgoglio. "Il problema è che non si tratta di un trasferimento qualsiasi. Meroni è già diventato un idolo granata e come può la Juventus appropriarsi di uno dei giocatori più forti dei propri rivali". La Vecchia Signora propone un' offerta irrinunciabile: offre 750 milioni di lire, cifra record per l'epoca e la dirigenza granata con Pianelli è disposta ad accettare. La notizia della trattativa ben avviata si diffonde poi in tutta Torino e in tutta Italia. Il popolo si gioca il tutto per tutto per Meroni.

"Un'ala che sembrava inventare una giocata diversa ad ogni dribbling. Lo chiamavano la Farfalla Granata, anche per quelle sterzate improvvise con cui lasciava sul posto gli avversari", così viene descritto l'ex centrocampista granata nel podcast, che poi riporta le parole usate da Gianni Brera: "Meroni è un ragazzo tanto disciplinato in campo quanto estroso fuori. Artista sempre. Disegna dribbling bellissimi e imprendibili e poi abiti che confeziona e cuce per sé stesso. Nella sua mansarda di piazza Vittorio a Torino, oltre a leggere e ascoltare i Beatles e la musica jazz ama dipingere. Imprendibile e geniale su quella fascia diventa una spina nel fianco delle difese avversarie. Meroni gioca con il 7 sulla schiena, i calzettoni abbassati e la maglia fuori dai pantaloncini". Bizzarri aneddoti adolescenziali e le sua vita sentimentale creano polemiche intorno alla sua figura, ma in campo è un'altra storia. 100 presenze in 3 stagioni condite con gol leggendari. Come quello in una vittoria esterna a San Siro, che interrompe la striscia d'imbattilità casalinga dell'Inter di Helenio Herrera, dopo 3 anni.

"Non è solo un idolo sportivo, è il simbolo del riscatto sociale, della fantasia contro l'omologazione". Quando il popolo granata scende in piazza per evitare un sua cessione ai rivali bianconeri, in strada scendono tifosi e dipendenti della Fiat che sostengono però il Torino. "La vicenda assume così un significato che va oltre il calciomercato: la squadra legata alla famiglia Agnelli vuole comprare un giocatore che rappresenta ormai la piena identità granata", racconta il podcast. Ci sono minacce di sciopero, il tifo entra in fabbrica e la questione diventa pubblica. La protesta incessante e la pressione portano le due società a non concretizzare il trasferimento e a non formalizzare nessun accordo. "Per i granata la vittoria sembra il trionfo del popolo sul potere economico o della classe operaia sui datori di lavoro" - chiosa "Confini di gioco".

C'è infine spazio per il capitolo più tragico: la sua scomparsa. 15 ottobre 1967, il Torino batte Sampdoria per 4-2. La stessa sera, in corso Re Umberto, Meroni attraversa la strada con il compagno Fabrizio Poletti. L'idolo del tifo granata viene investito da un'auto guidata da Attilio Romero, un tifoso granata di 19 anni e suo ammiratore e poi da un'altra automobile. Muore in ospedale a 24 anni e agli automobilisti coinvolti non viene riconosciuta nessuna responsabilità nel decesso. Anni dopo, nel 2000, il ragazzo al volante quella sera, Attilio Romero, diventerà presidente del Torino. "Una coincidenza difficile da credere che intreccia per sempre la vita di questo ragazzo con quella del giocatore che aveva perso e ammirato".

Una settimana dopo c'è il derby giocato con rabbia e disperazione per il lutto e vinto per 4-0, il "derby delle lacrime". E il podcast narra: "E forse è proprio qui che la storia di Meroni smette di essere soltanto una storia di calcio. Nell'estate in cui la piazza si ribella all'idea di vederlo in bianconero, Meroni diventa il simbolo di un legame che va oltre il campo. Poi la sua vita finisce in maniera tragica, ma quel legame resta. Nel derby, nella memoria granata, nel ricordo di un ragazzo che non somiglia a nessun altro. E certe storie anche quando finiscono troppo presto continuano a essere ricordate"

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