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Verso Atalanta-Torino: a Bergamo può succedere di tutto, e non è un bene

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Arriva la sfida con la Dea per la squadra di Baroni che vive di episodi e fugaci illusioni
Matteo Curreri

Da questo Toro ci si può aspettare di tutto e, senza fraintendimenti, non è una constatazione positiva. Al giro di boa della stagione è sempre lo stesso Toro, parente prossimo di quello di inizio campionato. Del lavoro, ripetuto a iosa a ogni possibilità di esternazione da parte di Baroni, non si vedono i frutti e, a questo punto, è lucido chiedersi se mai si vedranno riscontri convincenti.

È una squadra randomica quella in mano al tecnico fiorentino, che non riesce a dare seguito all’unica buona notizia che emerge in sporadiche occasioni, ossia il risultato. Ma solo quello, perché anche quando il Toro fa sua la posta in palio difficilmente si può dire che sia la traduzione più ottimale di una ricerca, di una proposta collaudata. E così, dopo qualche giornata all’insegna di una smodata esaltazione, dovuta a una classifica casualmente invitante, ci si riconnette brutalmente alla realtà. Un circolo vizioso che è ormai insito in queste stagioni di apatia, relegate a un limbo che toglie energia vitale, dal quale il Torino è ormai impelagato da troppo, troppo tempo prezioso gettato al vento. Quasi da chiedersi, a voler essere tacciati di complottismo, se quel “saltino” da compiere abbia a che fare con un’ansia vertiginosa di dare lustro a una società che probabilmente sguazza, adagiandosi, nell’anonimato.

Ma, come già accennato, il Toro, oltre a essere nella ruota del criceto, lo è anche in quella della fortuna e non è così assurdo immaginare che il puntatore possa fermarsi anche sullo spicchio dei tre punti, illudendosi, per l’ennesima volta, di essere a un passo dalla svolta. Il termometro sarà la sfida con l'Atalanta, per capire se il Toro si porterà dietro la serata ghiacciata ma tutt’altro che glaciale con l’Udinese o se sarà un’altra febbre del sabato sera.

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Atalanta-Torino, da Krstovic a Krstovic

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L’impegno con l’Atalanta è il primo che ha già un precedente nello stesso campionato ed è tutt’altro che memorabile. Era il 21 settembre quando il Toro, in una gara delle 15 anticipata dalla contestazione dal Filadelfia e poi amplificata dai fischietti dello stadio, capitolava in otto minuti mostrando una scarsa tenuta mentale, sciogliendosi di fronte al primo ostacolo, rappresentato quel pomeriggio da Nikola Krstovic, che avrebbe poi segnato un altro gol, intervallato da quello di Sulemana. Il montenegrino, nel post partita, dava i meriti delle sue realizzazioni all’allenatore: «È la mentalità balcanica», diceva. Peccato che da quel giorno Ivan Juric non sarebbe più riuscito a conquistare i tre punti in Serie A, venendo poi sollevato dall’incarico dopo i disastri di Roma e Southampton. Al suo posto è arrivato il secondo erede al trono, per linea di successione, dello scettro del Gasp, quel Raffaele Palladino che ha ribaltato l’Atalanta da così a così.

Pochi minuti prima di Torino-Udinese, l’Atalanta sbancava il Dall’Ara conquistando la quarta vittoria nelle ultime cinque di campionato, con un solo gol subito nelle ultime quattro gare. «Ora bisogna continuare con la mentalità che questa squadra sta dimostrando, bisogna continuare a scalare», è il messaggio del mister orobico, che è preoccupato in vista del Toro per le condizioni di Scamacca, alle prese con un edema fibrillare al flessore destro, ma si gode un Krstovic che ieri, appunto, ha chiuso il cerchio segnando una doppietta che gli mancava proprio dall’acuto al Grande Torino.

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Toro, quanto sei cambiato dal match dell'andata?

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La situazione del Toro, invece, resta più o meno sulla stessa falsariga di quel pomeriggio di 109 giorni fa. «C’è da lavorare, lo sapevo. Ci sono tante componenti che ho già elencato e non ridico perché non voglio che sembri che cerchi alibi. Non voglio alibi mai», affermava Baroni a settembre, lo stesso mister che dopo il ko con l’Udinese ha cercato invece di dare rassicurazioni interne sottolineando la fatica dell’impegno ravvicinato rispetto a quello vincente del Bentegodi. La gara con l’Atalanta è stato il primo fragoroso scivolone di fronte ai propri tifosi, poi ripetutosi con Como, Milan e, per ultimi, Cagliari e Udinese. Cinque in un girone d’andata, e non accadeva dalla stagione 2006-2007 e da quella della retrocessione del 2002-2003. Un’ipotesi, quella di avvicinarsi pericolosamente agli ultimi tre posti, che, a differenza di qualche settimana fa, non fa più così paura, ma ora preme capire cosa resterà di questa annata. La confusione regna sovrana, già da un’estate dai mille volti e moduli. Petrachi deve ancora calare l’asso in entrata, ma c’è soprattutto da lavorare in uscita. Le esclusioni, sia di chi era in tribuna sia di chi sedeva in panchina, sono segnali, come quelli che arrivano dal campo di un Cesare Casadei che ha ritrovato fiducia e gol. Peccato che l’ammonizione ricevuta lo escluda dalla contesa del New Balance Stadium, creando problemi a Baroni, che ieri non ha potuto contare su Gineitis e spera di recuperarlo. A Bergamo, però, potrebbe rivedersi Pedersen, la cui assenza ha ridato spolvero ad Aboukhlal, dirottando Lazaro a destra. Il marocchino era un partente, come Ilkhan, ma in questo Toro, dal campo alla scrivania, tutto può succedere.