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ROME, ITALY - JANUARY 13: Torino FC celebrates a victory for 2-3 against AS Roma during the Coppa Italia match between AS Roma v Torino FC at Olimpico Stadium on January 13, 2026 in Rome, Italy. (Photo by Stefano Guidi - Torino FC/Torino FC 1906 via Getty Images)
Facciamo così. Scambiamo i due stadi olimpici e, dalla prossima in poi, il Torino giocherà per sempre a Roma. Se volete anche il Po, ci prendiamo il Tevere, per poi chiederci: “Ma sto fiume, ve piace o nun ve piace, ce serve o nun ce serve?”. Perché a Roma il Toro “score” che è un piacere. Se a settembre è stato il “Cholito” a prendersi la scena in campionato, sul crepuscolo di un’estate romana, in questo primo accenno di 2026 arriva una clamorosa conferma della tesi, a dare nuova linfa ai musi lunghi, liberandoli dalle scorie negative della campagna di Bergamo.
E arriva in Coppa Italia, che nell’era Cairo è stata perlopiù sinonimo di timidezza, di un nascondersi sotto il tavolo di fronte alle opportunità. Ma, indovinate un po’, non a Roma, che fa venire in mente quel mercoledì di dicembre del 2017, quando Edera, insieme a De Silvestri, suggellava un’altra qualificazione ai quarti. Lo stesso Edera che qualche giorno fa ha spento 29 candeline… il tempo è davvero tiranno. E ieri sera, invece, è stato un altro baby, un ragazzo che all’epoca aveva appena 8 anni, a rischiare di infrangere le ambizioni dei granata. Un gol da predestinato, di un 2009, quello dell’italo-australiano Antonio Arena, che fa pensare a un comprensibile “Capitano tutte a noi” o a “Siamo maledetti, non so cosa dire”, di “craveriana” memoria, in quel di Amsterdam, prima appunto del riscatto dell’anno seguente, reso ancora più sofferto dallo show dell’arbitro Sguizzato, sempre nella cornice dell’Olimpico. Invece, al novantesimo, è dolce vita granata. Non c’è il bagno al Fontanone, ma un bagno turco, sulle ali di Emirhan Ilkhan e del bacio rivolto agli obiettivi. E chissà, a voler essere particolarmente ottimisti, se per il Toro, in quel di Monza, sarà medaglia olimpica. Sogni d’oro che fanno rima con una semifinale di Coppa che, per il Toro, ha le sembianze di una chimera.
Ma, a proposito di Olimpiadi, non c’è da sedersi sugli allori, anzi. Il back to back con la Roma rischia di diventare un abbacchio particolarmente indigesto se non arrivano conferme dal campionato, soprattutto nell’Olimpico che è anche Grande Torino, dove il Toro proviene da due cadute, a cavallo tra i due anni solari, da far davvero storcere il naso, soprattutto perché arrivate entrambe dopo acuti esterni, con l’ennesima possibilità di raggiungere l’Olimpo del salto di qualità puntualmente andata in frantumi.
Anche perché la Roma, quando fa visita a Torino, al contrario, non è stata ultimamente benevola. L’ultimo esempio è di maggio scorso, quello 0-2 di fine campionato che è stato anche la fine di Paolo Vanoli al Torino, poi nei giorni seguenti silurato da Cairo per affidarsi a Baroni, in quello che doveva essere anche un cambio di strategia tattica, verso il 4-2-3-1. “Noi avevamo iniziato pensando a un altro modulo, poi abbiamo cambiato – ha ricordato ieri sera lo stesso tecnico granata, ammonendo la critica –. Qua si vuole tutto e subito, lo so, ma dobbiamo crescere”. E Baroni di attenuanti ne ha su questo cammino oscillante della sua squadra, se no non si spiegherebbe nemmeno l’allontanamento di Vagnati del mese scorso. Ma a preoccupare, fin qui, sono state soprattutto le recidive e le prestazioni sorelle di quelle di inizio campionato, che fanno pensare di essere sempre alla casella iniziale. Ieri, però, contro ogni pronostico, si è visto un Toro finalmente gagliardo, con azioni collaudate e coraggio da vendere. Chi pensava che i granata sarebbero stati in grado di reagire al doppio vantaggio annullato dai giallorossi, addirittura rimettendo il musetto in avanti? Caparbietà tutt’altro che scontata.
Ma la continuità si costruisce, sarà banale, con la continuità, che deriva soprattutto dalla riproposizione del proiettarsi senza remore in avanti. Un atteggiamento che più volte ha richiesto Baroni, indicandolo come il suo calcio, e che deve tradursi anche in una pressione alta, nella volontà di incidere sugli incontri e non di mostrarsi timorosi, indietreggiando e affidandosi, come spesso è accaduto, all’aleatorietà dei singoli. Se il Toro di quest’anno (a esser parecchio buoni) ci ha insegnato qualcosa, è che quando lo stadio si riempirà la delusione sarà dietro l’angolo, chiedendosi perché riporre ancora fiducia in una trama diversa dello stesso film già scritto. Sarebbe piuttosto curioso non mostrarsi scettici. Starà dunque al Toro trasformare l’esaltazione di un martedì sera in capitale per riconnettersi sempre più a una piazza ieri in visibilio e a una stagione che rivede uno spiraglio dopo un sabato sera che pareva già sentenza su un altro giro a vuoto nell’anonimato. È il momento di scorrere, non solo a Roma, e a partire dalla Roma.
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