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01 maggio 2008
STORIA e FILADELFIA

Un trionfo non basta

Immagini - Toro News

Storia del Grande Torino / 3


Questa settimana ci avvicina al 4 Maggio, data della più importante ricorrenza granata nonché di un impegno che può portare il Torino di oggi più vicino alla salvezza. Vorremmo, in questi giorni, ripercorrere le grandiose, incredibili tappe che hanno portato alla costruzione di un Torino che dominava il mondo del calcio, di una delle squadre più formidabili che si siano avute; e, pur con la sintesi che il giornalismo ci impone e senza la pretesa di raccontare tutto, né di insegnare alcunché, ci piacerebbe ricordare che è appunto di calcio che parliamo, non solo di una tragedia ma di una squadra. Una squadra che giocava come nessun’altra, grazie a calciatori dal talento superiore e ad un’organizzazione tattica e societaria avanzatissima. Parlare insomma di quella grande squadra, non solo della sua fine, ma della sua grandezza. Quella sì, che può insegnare qualcosa, e a molti.

Il Torino vuole vincere il campionato 1942-’43. Semplicemente vincerlo. La società si riunisce, non in una sola seduta, per studiare cosa migliorare: con raziocinio, e soprattutto con largo anticipo. Prima che la stagione sia conclusa, è emerso che i difensori sono di buona qualità ma i gol presi comunque troppi (ben 39, contro i 21 della Roma campione): manca un po’ di filtro a centrocampo. Si contattano i dirigenti della Triestina e si opziona Grezar, mediano della Nazionale. Il giocatore è però riluttante a lasciare la sua città.

Si diceva del Venezia, che aveva spezzato i sogni granata l’anno prima, guidato da Loik e Mazzola. Ebbene, si tratta di due azzurri, notoriamente nel mirino della Juventus, con ogni probabilità destinati a partire dalla laguna, seppur dietro adeguato compenso. Sono i due giocatori che farebbero al caso del Toro, per rinforzarlo definitivamente: una mezzala destra, che faccia il paio con Menti a sinistra, ed un regista per dare raziocinio e brillantezza ad una manovra che l’anno prima è apparsa consistente ma non sempre produttiva come avrebbe potuto. Costano. Ma Novo decide che se questi sono gli uomini perfetti per la sua squadra, allora non c’è da stare molto a pensare; che se ci sono alcune occasioni in cui vale la pena scommettere una cifra, questa è una di quelle. E dopo il suddetto Venezia-Torino, terzultima di campionato, il Presidente scende negli spogliatoi. Si diceva della Juventus: Rosetta, per conto dei bianconeri, da mesi portava avanti la trattativa per i due campioni. Ma la stessa, ora, languiva, come tutto il calciomercato da qualche stagione in qua. Novo però no. I bianconeri erano intenzionati ad arrivare ad 800mila lire: il Presidente del Torino stacca un assegno di 1 milione e 200mila più buona contropartita tecnica ((Mezzadra e Patron). E questi acquisti spingono anche Grezar, egli pure giovane, 24enne, un anno in più dei due ex-veneziani, ad accettare quella squadra, che è chiaramente la più forte e la maggior candidata alla vittoria, grazie a pochi acquisti costosi e ad un’ossatura fatta di giovani e di grandi professionisti, costruita in soli tre anni. Non c’è più Farfallino Borel, che ha voluto ad ogni costo tornare alla Juventus: e allora vada, qui non basta essere forti, bisogna voler vincere. Volerlo.
Ma quest’anno sul piatto della bilancia la società ha messo parecchio, ha messo anche dei soldi: non si nasconde, e non può fallire.

L’inizio non è esattamente rosa: sconfitta a Milano contro l’Ambrosiana, sconfitta in casa, allo stadio Mussolini di Torino, contro il Livorno. E proprio gli amaranto saranno la grande sorpresa della stagione: non avrebbero immaginato, Gallea, Copernico e soci, di dover fare la corsa su questa compagine stupefacente. Dopo i primi due turni, Kutik va da Novo a pregarlo di concedergli di cambiare atteggiamento tattico, di tornare al più cauto metodo. Il Presidente ha lavorato per anni ad un progetto, e non intende tornare indietro: si va avanti con il sistema. Ma non con Kutik, non per molto: un allenatore riluttante non può certo rendere, né far rendere, al 100%. A Marzo, l’allenatore ungherese viene sollevato dall’incarico, ed in panchina si siede Janni, l’ex-bandiera granata e abile dirigente, che con il Presidente ha assoluta identità di vedute. La convinzione nel lavoro che si sta facendo gioca un ruolo importante: la squadra riprende a correre, il Livorno rallenta. Alla 24° giornata, i granata battono il Venezia; per le restante sei gare di campionato, non smetteranno più di vincere. Alla 26° si consuma finalmente l’aggancio alla vetta. Ma lo scudetto arriva all’87° minuto dell’ultima di campionato, quando Mazzola segna espugnando Bari, altrimenti sarebbe stato spareggio. Sette vittorie consecutive. E’ il 25 Aprile, l’Italia non è ancora liberata ma festeggia comunque: infatti è anche il giorno di Pasqua. Giorno di Resurrezione. Torino, nonostante la guerra,  può gioire.

Cosa aveva cambiato Janni, rispetto alla squadra messa in campo da Kutik? Nulla. Gli uomini erano quelli: i migliori. Solo, aveva applicato lo schema con convinzione, ed aveva infuso determinazione e fiducia nei ragazzi. A loro aveva chiesto espressamente che facessero quel che erano in grado di fare, che giocassero come meglio sapevano giocare. Stop.

Lo squadrone ci ha messo un po’ a trovare l’amalgama: Novo ha capito subito che non basta il talento, ci vuole soprattutto unità d’intenti nell’ambito di una società forte e organizzata. Arriva anche la Coppa Italia, ed è una vendetta contro il Venezia. Doppietta mai riuscita in Italia prima di allora.

Si sentì il Presidente profferire, a labbra strette: “Non è che l’inizio”. Non aveva lavorato per una vittoria, ma per una realtà vincente.

(nella foto, i due grandi acquisti Loik e Mazzola)

alessandro.salvatico@toronews.net

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