Una riflessione sulle riflessioni: siamo davvero pronti ad abbracciare questo stile di gioco? Siamo consapevoli di quello che possiamo perdere?

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Culto: "Gol bellissimi... annullati e dimenticati: Daniele Delli Carri"

Stiamo andando avanti o stiamo tornando indietro? Una domanda che occorre sempre farsi quando, come in questo caso, si è di fronte a un cambiamento che rischia di rivoluzionare il mondo. In questo caso, il mondo del calcio. La vicinanza di due eventi diametralmente opposti come Milan-Juventus e PSG-Bayern Monaco certamente non favorisce la lucidità. Così come non la favorisce un periodo storico di aperta e inevitabile - e al contempo sacrosanta - critica al calcio italiano. Storicamente, e oggi più che mai, stiamo vivendo un contesto nel quale tatticamente l'Italia porta avanti un discorso differente rispetto al resto dell'Europa: un discorso fatto di contro-movimenti, diagonali difensive, coperture e scalate da una parte all'altra del campo. Mentre fantastichiamo su questo aspetto, Inghilterra, Spagna, Germania e pure Francia meravigliano il mondo con un gioco che sempre di più assume la prerogativa di questa parola: il divertimento.

Real Madrid CF v Atletico de Madrid - LaLiga EA Sports

In questo senso, forse, allora dobbiamo chiederci in che direzione vogliamo vedere il calcio. O meglio, che definizione ontologica vogliamo dare al calcio. Se la volontà è quella di viverlo, effettivamente, come un gioco, privilegiando esclusivamente il divertimento, le emozioni, la quantità di gol e lo spettacolo... forse, allora, la direzione che sta prendendo il calcio europeo è quella da seguire. Se, però, eleviamo il calcio a qualcosa di più. Se vogliamo intendere il calcio come una filosofia, una metafora del quotidiano, un concetto che possa tendere a una forma di estetismo quasi dannunziana, allora la riflessione che dobbiamo portare avanti è più specifica, più approfondita. Tutto sta in questo: quanto nel profondo vogliamo andare ad analizzare e sviscerare il nostro amato gioco del calcio?

"Dopo quello che si è visto tra PSG e Bayern Monaco, tutti si aspettavano tanti gol. Invece, una partita diversa...", la domanda, pungente, di Alessia Tarquinio al "Cholo" Simeone al termine del pareggio 1-1 tra Atletico Madrid e Arsenal. Due partite differenti per due stili di gioco opposti: un attacco sfrontato, quello della sera prima, contro una tattica perfetta e una preparazione maniacale, quelle della seconda semifinale. "Tutto dipende da come si vuole vedere la partita - ha spiegato il tecnico dei "colchoneros". Normalmente quando una partita finisce 5-4, tutti dicono 'Che bella partita!'. Io dico: 'Cazzo, hanno fatto 5 gol e hanno fatto 4 gol...', non so se sia tanto buona come partita per noi allenatori". Una spiegazione impeccabile quella del "Cholo", uno tra gli ultimi romantici che nella sua carriera da stratega, spesso, più che da tecnico non ha mai lasciato indietro la ricerca maniacale della preparazione perfetta. La partita perfetta.

In questo senso non è vilipendio scomodare uno dei più grandi esteti del gioco del calcio: Gianni Brera. Forse una "furbata" di pensiero disturbare un personaggio difficile da contraddire. Ma in fondo, se è tale, un motivo ci sarà. "Il calcio è un gioco di situazioni che l'errore umano determina. Se non ci fossero errori, tutte le partite finirebbero zero a zero", è una celebre frase di Brera che ci aiuta a raggiungere una riflessione più approfondita. Nella sua "Storia critica del calcio italiano", Brera sosteneva che la partita perfetta dovesse terminare 0-0. Squadre perfette, preparazioni perfette, interpretazioni perfette: non ci sono errori? Allora non ci saranno neanche gol. Pur nel tentativo di non estremizzare la polarizzazione che stiamo vivendo oggi, non possiamo non vedere la filosofia - per etimologia, l'amore per la saggezza - e la bellezza di queste parole. Se entrambe le squadre fanno tutto alla perfezione, nessuna delle due potrà "fregare" l'altra.

Arrivando alla conclusione di questa riflessione, il calendario ci ha offerto esempi diversi di calcio: Milan-Juventus 0-0, PSG-Bayern Monaco 5-4, Atletico Madrid-Arsenal 1-1. Da una parte una ricerca, eccessiva, della perfezione, che nel fare il giro su sé stessa si trasforma quasi nella paura di fare una mossa in più per il rischio di rovinare la stasi. In mezzo una spinta suicida verso l'attacco, un'estremizzazione di un pensiero che trovava terreno fertile nei primi decenni di questo sport. Da ultimo, forse, la via di mezzo che stiamo cercando. Ormai l'abbiamo compreso: non siamo più fatti per non rischiare. Non siamo più fatti per non arrivare al tiro in porta per paura di esporci, rischiare o rovinare una stasi che, nel tentativo di essere perfetta, di perfetto ha ben poco. Ma dall'altra parte chiediamoci se siamo disposti a tornare indietro. Chiediamoci se siamo disposti a rivivere un periodo rivolto esclusivamente all'attacco. E allora a intraprendere un nuovo ciclo che vedrà un nuovo "sistema", un nuovo "metodo" e di conseguenza, prima o poi, un nuovo "catenaccio". "In medio stat virtus", dicevano i latini rielaborando Aristotele. Non cambiare sarebbe folle. Ma abbandonare completamente la ricerca della perfezione e della bellezza nel gioco del calcio... sembra altrettanto folle.

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