Culto x 100 di Fila / Non riuscirò mai a rendere a parole quanto mi sentissi parte di una cosa più grande di me

RUBRICHEVIDEO TORONEWS (23)

Culto - La farfalla granata incanta San Siro

Una delle poche cose per cui mi reputo fortunato di essere nato nel 1979 è l’aver potuto respirare l’aria del Fila negli ultimi anni in cui era in piedi. Ho cominciato a tifare Toro da metà anni 80 grazie a una figurina di Junior, ma il vero timbro sul mio rapporto col granata l’ha apposto varcare l’ingresso del Tempio degli Invincibili in cui si sono formate generazioni di giocatori del Toro e, prima ancora, da Toro.

Un caldo pomeriggio di luglio del 1990 mio padre mi porta al raduno del primo Torino di Mondonico. Ai tempi ero solo un ragazzino un po’ preoccupato per l’arrivo di Roberto Baggio alla Juventus e per la paura di iniziare le medie in una classe dove sarei stato sicuramente minoranza calcistica (i primi compagni granata li ebbi al liceo) come lo ero stato alle elementari. Mi è bastato entrare dentro il Filadelfia perché tutto venisse spazzato via, non me ne importava più nulla, mi sentivo alto sei metri. Spalti gremiti, tanti ragazzi giovani che amavano gli stessi colori che amavo io, tutte le età degnamente rappresentate. Non riuscirò mai a rendere a parole quanto mi sentissi parte di una cosa più grande di me.

RUBRICHEVIDEO TORONEWS (22)

A un certo punto parte “Chi non salta bianconero è” e i gradoni tremano, vibrano, sembrano doversi rompere da un momento all’altro, ma tengono quella furia gioiosa. Sembra che tutta l’energia cinetica granata assorbita da quelle pietre e da quei mattoni ci spinga verso l’alto. Sono vicino alla rete che ci separa dal campo. Pasquale Bruno, che ha appena attraversato la sponda calcistica del Po per passare sulla riva giusta, fa un giro per stringere mani e tastare l’ambiente. Qualche fischio, timidi applausi, non sa ancora quanto diventerà idolo. I miei occhi cercano di individuare più giocatori possibile fra quelli in campo e spiccano la chioma bionda di Benedetti e quella rossa di Mussi. Lo spettacolo è alle mie spalle, però. Ragazzi con le sciarpe nonostante il caldo, coi baschi bianchi e granata che cantano “Emiliano portaci in Europa” a squarciagola, una richiesta a cui non si può dire di no (e infatti andrà proprio così).

A volte si abusa dell’espressione “rito di iniziazione”, ma quel giorno sono davvero entrato in un modo e uscito in un altro, c’è un prima e un dopo il conoscere il Fila e credo la cosa valga per tanti appassionati che sono stati lì, probabilmente per tutti. “Adesso sei veramente del Toro” disse Ferrini a Pulici dopo essersi beccato una gomitata in risposta alle botte che il Capitano dava a Pupi in partitella. “Adesso sei veramente del Toro” mi e ci ha detto il genius loci citato da Franco Ossola quando siamo tornati a casa dopo la prima visita al Filadelfia.

Si dice troppo spesso che “Il Toro è morto”, a volte per auto-consolazione (se quello che perde 7-0 in casa con l’Atalanta non è il Toro, perché è morto, ci fa meno male). Io non credo sia così, ma una cesura importante della nostra storia è stata abbandonare il vecchio Fila nella fase finale del 1993/94, qualche tempo prima della sua demolizione. Anche lì c’è stato un prima e dopo, ma stavolta più triste. Non è un caso che sia iniziato a precipitare tutto da allora.

Il Filadelfia è ritornato grazie alla Fondazione e all’amore dei tifosi. Non ho ancora osato metterci piede per la paura di non sentire quello che provai più di trent’anni fa, perché oggettivamente è una cosa diversa e il connubio giocatori della prima squadra-giocatori delle giovanili-tifosi non può più oggettivamente manifestarsi come più di trent’anni fa. Lo spiega bene Gianfelice Facchetti nel suo C’era una volta a San Siro: “San Siro è un beato di quasi cento anni a cui stiamo dicendo senza mezzi termini che deve spostarsi dal punto in cui si trova da sempre: «La tua casa è vecchia ormai! Con permesso, la rimettiamo a posto e tutto tornerà come prima! Non badare al rumore e ai calcinacci, splenderai come nuovo qualche metro più in là!». E se non succedesse? Se si rompesse l’incantesimo? Se nel trasloco svanisse lo spirito che da sempre aleggia sullo stadio e che un giorno ci ha convertito alle sue leggi? Alle persone anziane che cambiano casa negli ultimi anni di vita, capita a volte di non riuscire più a orientarsi tra le nuove mura. Basta un mobile spostato, una tinta differente sul muro e niente è più come prima. Se capitasse a noi?”

Il discorso vale anche per il Filadelfia e anche io, come Ossola, credo che il genius loci sia andato via, si sia polverizzato in tanti frammenti che si sono sparsi ovunque. Però alcuni di questi sappiamo dove trovarli: nel Museo del Grande e della Leggenda Granata, nei suoi volontari, nel profumo gioioso che si respira nei giardini di Villa Claretta durante le numerose iniziative, nei ricordi di chi ci ha giocato anche solo qualche partita delle giovanili e gli è stato sufficiente per definire quel posto Casa, ma anche negli occhi e nei cuori di chi è nato dopo il 1994 e tifa e continua ostinatamente a tifare i nostri colori nonostante non abbia visto quasi nulla di realmente memorabile. Eppure ama e continua ad amare, capendo la lezione del Fila anche senza avere avuto la fortuna di esserci entrato.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti
Tutti
Leggi altri commenti