Loquor x 100 di Fila: “Tornato in albergo… trovai Giorgio Albertazzi… aspettava me”
“Se ti è possibile
crea la felicità”
Enzo Bianchi
C’era caldo nell’estate del 2003, molto caldo. Torino sembrava una graticola a cielo aperto, mentre ansimava non solo per la calura ma anche per la paura di una Fiat sull’orlo del fallimento. Cosa ne sarebbe stato della città? Non si poteva nemmeno immaginare un futuro senza l’automobile, e lo smarrimento dei salotti della città era palpabile come quando stai per andare ad un funerale di un caro estinto. Non vorresti andare, perché sarebbe la ratifica definitiva della sua dipartita, ma sai che glielo devi. Il miracolo che compirà Sergio Marchionne era dietro l’angolo, ma questo la città non lo sapeva. Non poteva saperlo. Tornato in albergo dopo essermi perso di piacere per le vie di Torino (amo questa città per tante di quelle ragioni, che sarebbe troppo lungo raccontare), trovai Giorgio Albertazzi nella hall con l’aria di chi stesse aspettando qualcuno o qualcosa: aspettava me.
“Domani –mi disse- devo girare il monologo al “Filadelfia”… vorrei provare a capire. Devo provare a capire”. Uno dei più grandi attori che l’Italia abbia mai avuto, generoso come pochi, mi stava concedendo l’onore di aiutarlo. Non riuscivo a crederci. Ci sedemmo nel salottino dell’albergo, inforcò gli occhialini da vista, poi prese la sceneggiatura di “Ora e per Sempre” tra le sua mani e sfogliò qualche pagina per arrivare al punto dove voleva: “qui hai scritto – disse scorrendo con un dito le parole scritte sul foglio-… si guarda attorno, fa un lungo respiro, poi si mette a parlare con il suo cane: “non riesci a respirarlo, eh? Vedi, qui si celebra la durata, la continuità, tutto quello che non passa mai, e che ci rende immortali. Tutto quello che ci fa sentire membri di qualcosa che non morirà mai. Amico mio, anche il tempo quando entra qui si ferma un attimo e si toglie il cappello”… - Giorgio si fermò per un attimo, e mi guardò con quei suoi occhi che avevano visto mille palcoscenici- come posso fare”?
I grandi artisti quando si trovano sul ciglio dell’infinito dell’arte, esitano e si interrogano. Ci vuole parsimonia anche nell’audacia. In quel caso l’infinito dell’arte non erano le mie resistibili parole scritte, ma il luogo dove il giorno dopo sarebbero state recitate: il “Filadelfia”, o quello di esso che ne era rimasto. Il “Fila”, in quel momento del 2003 tenace nell’essere uno scheletro a non volersi dissolvere in polvere, non era stata solo la casa del “Grande Torino”, lì il Toro aveva preparato ogni sua battaglia e la ricostituzione di se stesso stravolto dalla “Tragedia di Superga”. Quando si vinse lo scudetto del 1976, finalmente un cerchio si era chiuso e il dolore per quella perdita poteva finalmente essere mitigato. In quel momento ero un bambino, ma oggi ho consapevolezza quanto per gli adulti e gli anziani di allora il “Grande Torino” se ne era andato via appena ieri e al “Fila” se ne poteva sentire ancora palpabile il ricordo di uno che ti ha detto arrivederci la sera prima. Come si può sopportare un dolore simile? Me lo sono chiesto tante di quelle volte, da averci perso la testa e il conto.
“Fai bene a fare un film su di loro –mi disse Lucio Dalla nella sua casa di Bologna-, per l’Italia fu una perdita immensa. Chi non c’era non credo potrà mai capire. Il “Grande Torino” fu la prima cosa che segnalò al mondo che il fascismo era stata solo una brutta parentesi. Quei giocatori riuscirono a farci tornare ad essere orgogliosi di essere italiani. Non sto esagerando e non è nostalgia. Ripeto: chi non c’era non potrà mai capire”. Confessai a Lucio che l’idea del film mi era venuta dal primo verso di una sua canzone, “Ribot”: “Anche quando c’era il tram, era bello andare a piedi”. Lui interruppe il lavorio di allacciarsi le scarpe, e d’istinto si alzò dalla sedia per venirmi a dare una carezza sulla testa. Fu un gesto dolce pieno di tante cose, come quello di mio nonno, interista, quando un giorno mi mise seduto sul grande tavolo del salone della sua casa e con orgoglio mi declamò la formazione del “Grande Torino”: era traccia del ricordo di un amore incondizionato di un Paese intero. Anche per mio nonno loro se ne erano andati appena ieri.
“Sai Giorgio – presi a rispondere a quel suo “come posso?”, avendo cura di non essere temerario: cosa mai avrei potuto insegnare a lui?-, credo che occorrerebbe per un attimo dimenticare il dolore. A vederlo così diroccato, pestato a sangue da chissà quali sordidi interessi, il “Filadelfia” parrebbe solo il segno di una ferita di un tempo che non ci appartiene più. Ma quel tempo è ancora con noi, ed è felice. Vorrei trasmettessi questa felicità, mi piacerebbe scacciassi dalla mente di tutti noi l’idea che uno stadio possa essere un mausoleo del ricordo. Tu puoi riuscire a fare questo”. Giorgio ringraziò, mi diede una pacca sulla spalla e si alzò dal divanetto per ritirarsi nella sua camera d’albergo. Avvertì l’esigenza di dirmi un’ultima cosa: “tu non hai scritto questo film perché sei un tifoso del Torino. Questo l’ho capito”. Ed io: “ forse l’ho scritto perché sono monarchico e credo nel diritto divino. Sai quella cosa sul senso del sacro di cui abbiamo parlato alcune volte? Ecco, quello”. Lui sorrise, scettico: “voi scrittori… quando mai dite la verità”?
Il mattino dopo il sole e la calura tornarono a presentarsi prepotenti, e il set del “Filadelfia” era stato approntato su indicazione del regista Vincenzo Verdecchi. Giorgio Albertazzi era piazzato in mezzo al prato ferito del “Fila”, accanto a lui un cagnone bianco. Sullo sfondo una porta piegata su stessa e con la rete sbrindellata: dava l’idea di un monito a dimenticare la gloria. Il perimetro non erano gradinate, a parte qualche resto di esse, ma sterpaglia disordinata di un luogo che non vuole essere ricordato. Giorgio si prese un attimo di tempo, accarezzò il cane, forse ricordò il nostro colloquio del giorno prima. Chissà. Fece un cenno: era pronto. “Motore! Azione!”, sul set calò il silenzio e la voce di Albertazzi cominciò ad andare incontro al “Fila”, alla stessa stregua di un lungo e intenso abbraccio:
“Non riesci a respirarlo, eh?Vedi qui si celebra la durata,l a continuità, tutto quello che non passa mai e che ci rende immortali. Tutto quello che ci fa sentire, ora e per sempre, membri di qualcosa che non morirà mai. Amico mio, il tempo quando entra qui si ferma un attimo e si toglie il cappello. Anche tu avrai un posto simile da ricordare, certo… ma il mio è questo”.
Albertazzi si mise a correre in una mimesi di una azione i gioco, immaginando persino di segnare un gol. Poi si buttò sul prato con tutto il corpo e allargò le braccia quasi volesse abbracciare il cielo sopra il “Fila”. E in quel luogo pericolante, dimenticato e ricordato, ridondante di storia e di ricordi, incastonato in quella Torino da dove ogni cosa è iniziata a chiamarsi Italia, tutto improvvisamente diventò chiaro: era giunta la felicità.
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