Nuovo appuntamento con "Loquor", la rubrica di Carmelo Pennisi / “Non saprei dire quando dalle nostre parti è cominciata la gara a chi oltraggia il sacro meglio”

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“Sacro evoca sempre l’idea della straordinarietà”
Marcello Massenzio

Algoritmi da intelligenza artificiale, se usati con schemi da deficienza naturale, possono procurare guasti e guai di ogni tipo, come quello di programmare un “Derby della Mole” all’ultima giornata di campionato. “E’ la Lega Serie A bellezza”, direbbero i cinefili colti, e a te appassionato di calcio non rimarrebbe che allargare le braccia in segno di resa al fatto di essere nato in un Paese scombinato, retorico e fin troppo ciarliero.

Non saprei direi quando dalle nostre parti è cominciata la gara a chi oltraggia il sacro meglio, ma si può rilevare facilmente come questo sia stato ormai completamente scardinato dalla lista dei valori nazionali, semmai ancora qualche valore l’Italia lo abbia mantenuto. Tutto è divenuto trattabile e finanche calpestabile, la noncuranza dei piccoli interessi da bottegai maldestri e avidi ha ridotto il recinto delle cose da preservare alla stessa stregua dei tavoli dei cambiavalute e dei mercanti che Gesù si trovo davanti, adirandosi, entrando nel tempio. È l’unico momento in cui il “Figlio dell’Uomo” perde veramente le staffe in tutta la narrazione de “Il Vangelo”.

Fare giocare un derby nell’epilogo finale di un campionato, è sottrarre senso escatologico alla liturgia del calcio comunitario, quella cosa che aiuta a trattenere memoria comunitaria del gioco, liberandosi almeno per una volta dalla necessità da rigattieri del risultato. Questa cosa una intelligenza artificiale non la può capire, se l’uomo non sottrae deficienza naturale e tendenza pragmatica/parassitaria al suo agire. Non spiegare attraverso algoritmo il peso della storia umana ad una macchina, vuol dire darle il via libera per farle mandare tale storia al patibolo. Sarà un “Derby della Mole” surreale il prossimo, simile ad una corrida privata dalla tensione da tragedia greca dove morte e vita si rincorrono fondendosi. Come nella corrida, il derby vive di semplicità e coraggio, di richiami ancestrali difficili, forse quasi impossibile, da potersi spiegare a parole. Ciò che avviene, per esempio, ogni anno in “Piazza del Campo” a Siena è consegnato solo al cuore e all’anima di chi il “Palio” lo vive da protagonista, ossia la città delle contrade. Il calcio non è nato per tv e nemmeno per gli highlights postati sulla rete, per oltre un secolo non è stato consumo ma esperienza da vivere, un limes dell’esistenza oltre il quale si entrava in un realismo magico proposto in modo strepitoso da quel gran genio di Gabriel Garcia Marquez in “Cent’anni di Solitudine” e da Michail Bulgakov ne “IL Maestro e Margherita”.

Il realismo magico del calcio aggiungeva mistica sociale e sottraeva noia nonché anomia. Non si può spiegare, né tantomeno raccontare, cosa è stato il derby di Torino fino alla prima metà degli anni 90: chi è nato dagli anni 90 in poi non può capire. Questo perché il realismo magico va vissuto, con tutti i suoi risvolti impercettibili al racconto. Era un’altra Italia e soprattutto un’altra Torino, con tutte quelle contraddizioni sociali che rendevano il derby quella “a las scinco de la tarde” della domenica, dove tutto sarebbe stato esplosione di gioia o lamento per l’occasione mancata.

Il calcio era orazione del giorno dopo e proseguiva per una settimana fino a sfumare in un’altra orazione; e i giornali dettavano il tempo, con i loro racconti capaci di farti sentire l’aurea del “Filadelfia” dalle Alpi a Lampedusa. Il Toro cementava così una fratellanza capace di andare oltre il luogo geografico di Torino, e si espandeva similmente ad una contrada immaginifica del valore di chi era capace di resistere alla prepotenza del denaro e del lignaggio aristocratico. I Granata scendevano in campo con la consapevolezza come tra la vita e la morte ci fosse unicamente la lotta a fare la differenza. Questo tipo di partita, in quel tempo, non avrebbe mai potuto essere un epilogo, poiché la liturgia del calcio sociale pretendeva fosse un crocevia di una stagione.

Ma come fai a spiegarlo ai giovani? Come si può renderlo chiaro all’Intelligenza Artificiale? Esiste un algoritmo così empatico da poter trasmettere liturgia e magia?

Mauro Berruto, che fa scorrere sangue Granata in tutte le sue vene e oltre tutte le sue vene, in una intervista franca rilasciata a “Tn” è stato durissimo con il mondo del calcio da lui definito “un disastro finanziario e morale”. Eppure nello sconforto e nello sdegno presente nelle sue parole, la speranza ritorna sempre lì, nell’eterno confronto con i bianconeri: “il capolavoro di questo segmento di stagione sarebbe vincere il derby”. Lo capisco, per noi della generazione dell’ex Ct della nazionale di pallavolo, vincere il derby rimane una sorta di furore caravaggesco. Ti metti davanti a il “David con la testa di Golia” e forse puoi capire; David ha appena ucciso Golia contro ogni pronostico, e il maestro lombardo, con i suoi magici chiaroscuri, lo fa sbucare da un buio cupo e inquietante, vero e proprio gorgo infernale proteso a volerlo inghiottire.

Con la mano sinistra tiene il capo mozzato di Golia, che ha ancora una traccia fugace di vita. Tutto in lui doveva essere gigantesco e sprezzante verso tutto ciò considerato piccolo; ma ora è nelle mani di colui che nella mano destra stringe una spada nella cui lama sono incise le lettere “H-AS OS”, acronimo del motto agostiniano “Humilitas Occidit Superbiam”, l’umiltà uccise la superbia. Ecco, devi sentire questa fenomenologia degli opposti se indossi la maglia del Toro, devi capire cosa deve rimanere alla fine della giornata di ciò che si chiama derby. Le parole di Berruto consegnate a “TN” sembrano quasi una preghiera, anzi, no, sono una invocazione affinché i giocatori capiscano l’utilità di trovare il giusto furore nel fondo delle loro anime. Ma chissà se i giocatori leggeranno mai queste sue parole, chissà mai se leggeranno le mie.

Tutto a volte appare davvero irrilevante, un dibattito surreale avulso da quello che è la vita dei calciatori del terzo millennio, perlopiù stranieri a qualsiasi contesto calcistico dove vengono paracadutati dai loro procuratori. Giocare con la Juve per costoro è una partita come le altre, e quando è giocata nell’ultima partita di campionato alle porte di un mondiale, allora tutto assume la sola aspirazione di arrivare il prima possibile e senza danni al fischio finale dell’arbitro e quindi disporsi al consueto “sciogliete le righe” di fine stagione. I calciatori divenuti corpi estranei del calcio è la curiosa gabola scaturita dalla “Sentenza Bosman”, abile nel trafiggere mortalmente la sua costituzione originaria. In tale situazione i tifosi del Toro si sono sentimentalmente dispersi, con i più vecchi nella veste di rabdomanti alla ricerca di qualche traccia di un tempo in cui tutto era chiaro, persino il motivo per cui si perdeva. Guardandosi attorno tutto si è trasformato in citazione, in alcuni momenti, quelli particolarmente più deprimenti, addirittura in parodia.

Il sacro, ha ragione William Shakespeare, viene citato allo stesso modo con cui il diavolo può citare la Sacra scrittura per i suoi fini. Non c’è niente di vero e di sacro mistero nelle citazioni del calcio contemporaneo, tutto è marketing in modo che il denaro possa moltiplicarsi in vari modi e senza soluzione di continuità. La compilazione di un calendario solo a quest’ultima cosa obbedisce, avendo rimesso in piedi i tavoli dei cambia valute che Gesù aveva ribaltato nel tempio. Avremmo dovuto essere leali allo spirito di un gioco che ci è stato tramandato nel tempo, avremmo dovuto mostrare reverenza verso quei sentimenti provati dalle generazioni che ci hanno preceduto, avremmo dovuto omaggiare i valori che hanno reso questo gioco così straordinariamente amato e praticato. Invece domenica il sacro sarà tramutato in una semplice statistica, in un qualcosa obbligata ad avvenire prima di chiudere il sipario e andare tutti al mare. Ad un certo punto, quando manca il cuore e il furore, tutto diviene inerzia. Vorrei davvero spiegarlo all’Intelligenza Artificiale, ma so già che potrò contare unicamente sulla sua indifferenza asettica. La vita a volte va così, ma sicuramente prima o poi ci sarà altra vita. Speriamo.

loquor

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